INDICE DELLA RIVISTA N. 4 - Maggio 1983

Arveno Sala

LA COSPIRAZIONE ANTIVISCONTEA

IN BERGAMO DEL 1373 

 

 

I.                    La cospirazione del 1373 nella storiografia locale.  

‘Ma puoi che (Bernabò) fu avisato dil tractato di Bergamo…’1: così il Corio inizia la narrazione dei fatti che, con Angelo Mazzi, continueremo a chiamare ‘gli avvenimenti di Bergamo del 1373’ 2; ed è il secondo trattato, se si vuole, che il Corio (‘lui solo’, gli si rimproverava!) tramanda alle memorie della città di Bergamo, dopo il più noto patto-giuramento di Pontida. Cercheremmo perciò inutilmente tracce di questo trattato presso gli storici.

Il Giulini già non riprendeva la notizia e ugualmente il trattato è ignorato dagli storici locali, ai quali evidentemente gli archivi di Bergamo non hanno offerto documenti che convalidassero l’affermazione del Corio.

Ma la notizia piacque alla narrativa dell’Ottocento: G. B. Bazzoni, in un suo ‘racconto storico’ pubblicato nel 1838 3, immaginò un ‘nuovo convegno politico’, tenuto a Pontida nel marzo 1373. E poiché alla fantasiosa ricostruzione del Bazzoni aveva mostrato di dar credito Elia Fornoni, il Mazzi replicava invitando a ‘severo riserbo’ sulla materia ‘oggetto della conferenza del sig. ing. Fornoni’4. Del resto il Mazzi, l’anno precedente (1909), aveva dato una sua lettura degli ‘avvenimenti del 1373’ sulla scorta di un frammento della Cronaca del Brembati e documenti locali 5.

II Mazzi relegava a pie pagina, in nota, la citazione del trattato de-sunta dal Corio,6 ma più sotto riprendeva nel testo: ‘Vedemmo già, che il Corio accennava ad un trattato di Bergamo in quell'anno; e per quanto a noi manchi ogni fonte per controllare quella notizia di una vera e propria cospirazione qui avviata, tuttavia dobbiamo ammettere, che qualcosa di grave debba essere avvenuto nella nostra città’.7

La lacuna delle fonti lamentata dal Mazzi è stata da tempo colmata dall'integrale pubblicazione, a cura delPÉcole Francaise de Rome, dei registri di papa Gregorio XI, apparsi in due parti distinte fra il 1935 ed il 1962.8 Da questi registri si ha la prova che il Corio è attendibile: il 'tractato di Bergamo' ebbe luogo e solo la narrazione del Corio ('arruffata', sia pure) è capace di rendere appieno la terribilità degli accadimenti bergamaschi di quegli anni: 9 accadimenti da ascrivere alla guerra mossa ai Visconti, nel 1373, dai collegati della Chiesa.

La crociata contro i Visconti, bandita da Gregorio XI nel gennaio 1373, avrebbe dovuto concludere definitivamente la lotta che dal 1317 vigeva tra la Chiesa e i Visconti di Milano; ugualmente la sollevazione delle popolazioni delle valli e territori di Bergamo, Como, Valtellina e Brescia, promossa appunto dal trattato di Bergamo, avrebbe concluso un cinquantennio di resistenza ai Visconti, in Bergamo e nelle sue valli, della Pars ecclesiae.

Costanzo 'de Ulmo', cittadino di Bergamo, fu nel 1318 'il primo ribelle contro Matteo Visconti per causa del dissidio con la Chiesa', indica esattamente Giannina Biscaro.10 In Merino d’Olmo, membro della stessa famiglia, signore del castello di Endenna II troveremo uno dei promotori e protagonisti, accanto a Caviata Colleoni, del trattato del 1373.  

 

II. Bergamo nel XIV secolo  

Per buona parte del secolo XIV Bergamo era stata risparmiata dalle guerre esterne. La sua vicinanza a Milano, che nei primi decenni del secolo aveva unificato sotto la sua egemonia tutta la Lombardia, non le consentiva iniziative di politica autonoma: d'altra parte l'aggressività della signoria milanese portava assai lontano le sue armi. 12

Il sec. XIV ha lasciato in Bergamo tre monumenti a scandire diversi periodi della vita civile e religiosa. Il monumento sepolcrale al card. Guglielmo Longhi d’Adrara è la bella testimonianza della influenza esercitata in vari modi dal cardinale a partire dal 1295. Valens homo et sani consilii et magnae literaturae... amicus factorum non dictorum’,13 pose mano alla costruzione di chiese, cappelle e monasteri, 14 ma intervenne anche, più volte, nei fatti politici della città. Favori il compromesso di pace tra le famiglie Mozzo e Colleoni dopo l'uccisione di Paternione Colleoni ad opera d'un Mozzo 15  e diede cauzione ad Arrigo VII per Bergamo e i suoi nobili, prigionieri dell'imperatore nel 1312. 16

Quando ormai si era trasferito con la Curia ad Avignone, la sua autorità nella nostra città fu fieramente contraddetta (durante la crisi del 1317), sotto la podesteria di Francesco da Garbagnate. Il cardinale dovette sentirsi profondamente ferito dal provvedimento che toglieva al nipote Giacomo fu Giacomo Longhi, signore di Grumello, le esenzioni e immunità spontaneamente concesse a lui, eredi e successori dai capitani e anziani di Milano, Bergamo e Brescia per l'utilità delle città stesse. " Il cardinale volle tuttavia che il suo corpo riposasse in Bergamo, nella chiesa di S. Francesco ove aveva scelto di essere sepolto. 18 E l'influenza sua in Bergamo si protrasse chiaramente sino a metà del secolo, grazie all'alleanza fra i Longhi e i Colleoni 19 e per l'autorità esercitata in Bergamo, ad Avignone e a Milano dai molti nipoti insediati dal cardinale nelle cariche ecclesiastiche.20

Paradossalmente l'effimero sogno di signoria italiana di Giovanni di Boemia si manifestò in Bergamo nella salda costruzione della Rocca: `nella nuova signoria del re di Boemia, scrive il Capasso, Bergamo ebbe importanza relativamente maggiore ad altre città, certo sproporzionata alla sua estensione come territorio e al suo valore come centro cittadino'.21

Quanto i»teresse nutrisse Giovanni di Boemia per Bergamo 22 è mostrato sufficientemente dall'ostinazione con la quale inutilmente cercò di mantenerne il possesso. Papa Giovanni XXII, mediatore nel 1335 tra il re Giovanni e Azzone Visconti, faceva sapere a quest'ultimo che il re era disposto a rimettersi in tutto alle decisioni del papa, eccezion fatta per Bergamo che doveva essergli restituita.23

Dopo una breve parentesi della signoria di Giovanni di Boemia, Bergamo cadde sotto il dominio dei Visconti. Benché negli statuti di Alberico da Rosciate, nel 1331, fosse contenuto un richiamo alla situazione presente in Bergamo nel 1296 (24), (tanto da far scrivere all'Angelini che c'era volontà del principe di ricondurre le cose al `fatale' 1296 quando in Bergamo ebbe fine il Comune),(25)`l'atto di dedizione del 1335 è un vero e proprio pactum subiectionis e implica il trasferimento della sovranità ,piena ed assoluta dal Comune al Re e ai suoi eredi'. Così scriveva Gioele Solari nel 1946.(26)

Assumendo la signoria di Bergamo dopo il breve assedio del 1331, Azzone Visconti volle procedere benignamente e finché vissero Azzone, Luchino e Giovanni si godè di una relativa tranquillità, ma con Bernabò Visconti, (27) nel quadro d'una situazione economica e politico‑militare tutta nuova, tutto ebbe a cambiare.

Nel 1355, a fronte della Rocca, all'altra estremità della città, Bernabò (28) faceva iniziare la costruzione della Cittadella a significare, come scrisse il Villani per la Cittadella di Pavia del 1359, `lo spiacevole giogo della tirannia'. ' Il duro giogo di Bernabò si fece sentire appena,sei mesi dopo la presa di possesso della città. Nel suo giorno onomastico (11-6-1355) `per certo tradimento che tenevano in Bergamo contro l'onore di )Bernabò' furono impiccati `Giovanni Annibaldo fu Guglielmo Rivola, Federico Bonghi e Giovanni figlio domini Caviate Carpionum e Corradino joannes de Prestinaris'. (30) Fra le vittime era quindi il figlio di Caviata Colleoni, che già abbiamo indicato come colui che sarà H promotore e il capo della cospirazione del 1373.
 

III. Caviata Colleoni  

Di `Capigliata' Ghisalberti Colleoni, il bisnonno del celebre condottiero Bartolomeo Colleoni, Bortolo Belotti dice, con qualche imprecisione e senza indicare la fonte, che `fu capitano generale della Chiesa, e dalla città di Bergamo fu mandato ambasciatore in Bologna nel 1371 in occasione dei funerali di Urbano V’. 31

Un insperato soccorso alle nostre ricerche viene dalla lettura dei regesti compilati dal compianto prof. don Mario Tagliabue per il suo Supplemento bergamasco al Repertorio diplomatico Visconteo. (32)

A Caviata Colleoni (ed è certamente il Caviata Colleoni dei documenti pontifici che produrremo) si riferiscono alcuni documenti ritrovati dal Tagliabue. (33) Un primo documento riguarda un ordine di Bernabò ai propri ufficiali di non molestare Caviata Colleoni con taglie, oneri, imposizioni reali personali o miste: ciò per sua grazia speciale che durerà a suo beneplacito.

Dopo la condanna a morte del figlio la grazia del principe, a suo arbitrio, è tornata su Caviata Colleoni. Analogo provvedimento di grazia e riabilitazione era stato preso per Bertolasio fu Gisalberto Carpioni di Bergamo, il quale notificava il 13 maggio 1360 a certo Urigino Benaglia che, per lettere di Bernabò del 24 novembre 1359, era stato restituito nei possessi goduti prima che i suoi beni fossero confiscati dallo stesso Bernabò. I suoi beni dovevano perciò essere rilasciati e chi ne fosse venuto in possesso doveva restituirli `sine intervento alicuius pecuniae'. (34) Un altro documento del Supplemento del Tagliabue (35) ci fa però avvertiti che già nell'ottobre 1363 la grazia del principe era venuta meno. Vi si dice infatti che `Guidotus natus d. Caviatae Colleonibus' volendo obbedire `literis magnifici d.d. Bernabonis' rinuncia alla elezione al beneficio clericale in S. Lorenzo di Bonate Sopra. (36) Ed è ancora un documento della inesauribile raccolta degli excerpta notariorum del Tagliabue (37) a farci sapere che i Colleoni hanno lasciato Bergamo. Nel giugno 1369 da Montefiasone, contro la sentenza del Vescovo di Bergamo che considerava decaduto per assenza Guidotto, figlio di Caviata Colleoni, dai suoi benefici clericali, Urbano V lo reintegrava giustificandone l'assenza con la persecuzione di cui era fatto oggetto da parte di Bernabò. (38) Colpito da bando o exititius (fuggitivo nella dizione dei documenti di Gregorio XI), Caviata Colleoni raggiunse Roma, ove presso la corte papale allacciò quei rapporti che lo condurranno all'avventura del 1373.
 

IV. `Lo spiacevole giogo della tirannia'  

Per il periodo di governo di Azzone, Luchino e Giovanni Visconti nelle Valli bergamasche vi furono, e si parla, in genere, di disordini: ma nel 1363 `le Valli... si ribellarono formalmente'. (39) `L'occasione alle rivolte', continua il Capasso, fu data `dalle esosità fiscali e dalle loro iniquità'. (40)

Indubbiamente le taglie ordinarie, riscosse grazie all'introduzione d'una organizzazione fiscale nuova, (41) già facevano sentire il loro peso. Ma ancor più gravavano le imposizioni straordinarie, le procedure di confisca con il loro carattere di rapina e arbitrio. Né si deve dimenticare che la ribellione di Costanzo da Olmo e seguaci era `a motivo del dissidio con la Chiesa', come dice G. Biscaro. (42)

Sulla `rapina' dei beni della Chiesa, effettuata per rappresaglia di Bernabò nel 1360, ci ragguaglia in una pagina di impareggiabile efficacia il Villani. Bernabò, vedendo che la Chiesa difendeva Bologna, e che la sua spesa cresceva, fece stimare tutte le rendite e beni dei prelati e chierici che erano sotto sua tirannia, e fatta la tassazione ebbe per nome e sopranome tutti i secolari poderosi vicini alle prelature, benefici e Chiese, e comandamento fece, che qualunque vicinanza infra certo tempo avessero pagato alla camera sua quelli denari che il beneficio era tassato, e il beneficio rispondea alla tassazione, che pagasseno, e così convenne che fatto fosse per modo che in tre mesi, luglio‑agosto‑settembre, ebbe nella camera sua dei beni dei chierici per questa via oltre 300.000 fiorini d'oro, e dei secolari sudditi suoi oltre 370.000 fiorini, e ciò per sostenere e fornire l'impresa fatta e che fare intendea dell'oste sua sopra la città di Bologna; e convenne che così fatto fosse perché il volle, e nel tempo, stimandosi il superbo tiranno di vincere per, stracca la città di Bologna, e la Chiesa che presa l'avea'.(43) La perfetta aderenza del racconto del Villani a quanto allora avvenne anche a Bergamo è testimoniata dai documenti prodotti dal Tagliabue, (44) dalla citata Nota ecclesiarum civitatis, (45) da quanto è documentato peri monasteri di Pontida e Fontanella in quegli anni ' e dall'annotazione contenuta nello Zibaldone del Mazzoleni (47) che Detesalvo di S. Gallo (probabilmente uno dei poderosi vicini a prelature ecc.) deve pagare per la taglia dei chierici fiorini 353'.

Il giogo di Bernabò sulle comunità e cittadini oltre che con pressioni fiscali si faceva sentire con gli `oneri, imposizioni reali, personali e miste, cavalcature' ricordati nel precetto di esenzione a favore di Caviata Colleoni.(48) I vicini, i braxentes erano inviati ove la loro opera era necessaria all'esercito: a Borgoforte di Mantova, nel Cremonese e nel Bresciano a scavar fossati o a tirar su le alzate, a smantellare fortilizi .(49)

La resistenza a Bernabò, che egli aveva creduto di spezzare all'inizio del suo governo con le impiccagioni del giorno di S. Barnaba (50) del 1355, prendeva piede e metteva radici in un clima di malcontento. Certamente erano inutili le diffide che privati cittadini facevano a consoli di piccoli borghi facendo opposizione a nuove taglie, perché, si sosteneva, non esisteva un estimo aggiornato. (51) Ma la resistenza a Bernabò si manifestava soprattutto con l'aiuto dato ai ribelli, ai colpiti da bando (i ribelli per causa del dissidio con la Chiesa come dice la Biscaro). Nel 1360, Giovanni Castello, abate di Vallalta, imputava a un suo monaco d'aver dato ospitalità nel 1352 ad alcuni banditi, di aver venduto animali per aiutarli con denaro, di aver sottratto calici, turiboli e libri al monastero allo stesso scopo. (52)

Ad impedire azioni di favoreggiamento il Vicario di Bernabò faceva proclamare nell'arengo di Filago nel 1363 che i vicini non dovevano dare aiuti diretti o indiretti occulti o palesi ai banditi e ribelli di Bernabò, non dovevano dare loro cibo o bevande o aiuti, consigli o favori, ma consegnarli, dopo cattura, al Vicario. (53)

La trasgressione a questi ordini aveva la sua punizione. Per aver dato ricetto a Giorgio Rivola e a Bertolino da Osio, banditi a vita, per avere dato loro cibo e a Bertolino medicamenti (uova e pezze per medicare la spalla sinistra ferita) Guidotto da Bagnatica, residente a Seriate, veniva fatto decapitare il 3 febbraio 1369. (54)

I provvedimenti repressivi più spietati vennero presi da Bernabò personalmente, quando il sospetto di trame e congiure si manifestò più chiaramente. Il 24 gennaio 1364 ordinò al Vicario di Vimercate di cercare di sapere, usando la tortura, cosa complottavano i ribelli Gilberto Benaglia e Viola della Guarda di Monte Marenzo.(55) Seguiva a breve distanza di tempo l'ordine dato al podestà di Lecco di decapitare subito, con altri di Valle Taleggio, Viviano `de l'Ulmo', (56) padre di Merino.

Nel 1351 Biagio Capelli, `Podestas Pergami non honorandus', era salito a Piazza e ad Olmo e `tutto aveva fatto bruciare dopo l'uccisione di Negro di Ambria ad opera di alcuni ‘da Olmo’; e Merino d’Olmo era già giovane fatto nel 1351.(57) Nel 1363 era proprio quest’ultimo che scendeva ad occupare Ranica; ed `Assonica fu quasi distrutta dai ribelli del magnifico signore Bernabò'. (58)

Dopo queste ribellioni del 1363, soffocate con le decapitazioni eseguite a Lecco, con le torture di cui furono vittime i Benaglia, Bernabò aveva emanato un editto `proibendo che nessuno si chiamasse guelfo o ghibellino'. (59)

Ma, ancora per tenere all'obbedienza le Valli Seriana, Brembana, S. Martino e Palazzago, aveva ordinato di prendere fra loro un certo numero di ostaggi da tenere sotto buona custodia in Bergamo procedendo col ferro e col fuoco contro chi osasse resistere. (60)  Nel 1364, vedendo il pericolo rappresentato dalla moltitudine dei castelli che erano nelle sue terre, fece rovinare molte fortezze, specie dei guelfi... Martinengo in Bergamasca (61) e Palosco.( 62)  Ma li ricostruirà a propria difesa nel 1368 quando la ribellione interesserà più estesamente il territorio di Bergamo.

Nell'aprile 1367 papa Urbano V abbandonava il palazzo dei papi di Avignone per via di mare; da Marsiglia, per Genova, raggiungeva Corneto. `A Viterbo gli si faceva incontro il cardinale Albornoz che solennemente gli consegnava un carro pieno delle chiavi delle città che erano tornate in obbedienza della Chiesa' (63) e il 16 ottobre il papa era a Roma.

Il 3 giugno 1368 esonerava bruscamente dal suo ufficio il card. Androin de la Roche, e nominava Vicario di tutto lo Stato della Chiesa il proprio fratello, il cardinale Anglico. (64) Nel maggio seguente la guerra riprendeva furiosamente a Mantova dopo che Bernabò aveva preventivamente avvertito i Gonzaga che dove meglio avrebbe potuto, avrebbe attaccato le terre governate dalla Chiesa. (65)  

Anche la ribellione nelle Valli bergamasche riprendeva slancio: il 25 marzo 1368 il Vicario della Val S. Martino comunicava che i guelfi di Val Brembana ed Imagna avevano raggiunto la strada che da Bergamo va a Como, Lecco e Brivio (66) e per tutta l'estate divampò la guerra ad Almenno e Valle Imagna e nessuno fra maggio e ottobre osava recarsi per paura della vita.(67) Nelle mani dei ribelli caddero il castello Pizzidente, sul canto Alto, e il castello di Cornalba sopra Brembilla. Bernabò si raccolse a difesa, rimettendo in efficienza i castelli che aveva già fatto rovinare.(68)

La pace di Modena (del 27 agosto 1368) fra Bernabò e Cansignorio da una parte, il papa e l'imperatore dall'altra, fu pubblicata a Bologna 1'11 febbraio 1369; così comunicava Bernabò al podestà di Bergamo il 15 febbraio 1369, invitando a manifestazioni di gioia; il successivo 4 marzo 1369 faceva celebrare ad Arcenate presso Brembate, la pace fra guelfi e ghibellini bergamaschi. (69)

Nel luglio di quello stesso anno Carlo IV prendeva la via di Praga abbandonando alle loro lotte i tiranni e principi d'Italia; (70) intanto Bernabò per far guerra al card. d'Albano (71) aveva assoldato gli inglesi di Giovanni Acuto.(72) Stanco invece dei disordini italiani, Urbano V ritornò il 4 settembre 1370 ad Avignone, ove mori il 19 dicembre seguente.
 

V. L’obiettivo della politica di papa Gregorio XI  

Píetro Roger de Beaufort fu eletto papa il 30 dicembre 1370 e prese il nome di Gregorio XI. `Il poco che sappiamo della vita del cardinal di Beaufort, scriveva nel 1939 Eugenio Dupré Theseider, è connesso (particolare non abbastanza rilevato) con l'Italia. Nel 1348, appena nominato cardinale, s'era recato a Perugia a studiare giurisprudenza presso il famoso Baldo degli Ubaldi; v'era poi ritornato al seguito di Urbano V'. (73) Il nuovo papa aveva avuto modo di constatare da vicino effetti e reazioni suscitate in Italia dall'altalenante politica di Avignone nei confronti dei `tiranni' di Romagna e dei Visconti. Tale politica, attuata dai suoi predecessori con obiettivi di pacificazione odi scontri si era espressa nelle alternate legazioni del cardinale Albornoz, `tracotante, più che legato, arbitro supremo degli interessi politici della Chiesa',(74) e del cardinale Androin, la cui colpevole acquiescenza a Bernabò poteva far dire al Villani, `ch'egli aveva sacrificato l'onore della Chiesa alla politica di pace'.(75) A Montefiascone, alla vigilia del ritorno in Francia di Urbano V, il card. Roger di Beaufort aveva ricevuto (e non osò trasmetterla al papa) la profezia che S. Brigida gli recava sulla morte che avrebbe colpito il papa se fosse tornato ad Avignone.(76)

Il ritorno della Curia a Roma da conseguire con un preventivo abbassamento della potenza dei Visconti (che nel periodo della permanenza a Roma di Urbano V si erano fatti sentire minacciosi con le scorrerie di Ambrogiolo Visconti nella campagna romana) fu l'obiettivo principale della politica del nuovo papa.

`Gregorio XI, che aveva seguito le fasi della politica italiana di tre papi, ed era in condizione di trarre gli ammaestramenti da più di mezzo secolo di lotta antiviscontea, aveva compreso che, di fronte alla consueta tattica di questi tenacissimi avversari, occorreva agire con durezza ed energia. Dalla scomunica di Matteo in poi (1317 ), più o meno tutti i Visconti erano vissuti sotto il peso delle censure ecclesiastiche, e vi si erano in certo modo abituati. Nei momenti più gravi della bufera si acquattavano, venivano a miti consigli, ostentavano attaccamento alla religione, sottoscrivevano patti e rinunce ‑ non senza averne discussi i punti fino all’esasperazione ‑, per riacquistare la comunione col mondo dei fedeli. Ma intanto ordivano nuove trame e si disponevano a ulteriori conquiste ed usurpazioni, procedendo con serena sfrontatezza sulla via dell'espansione, nel complesso indisturbati, perché da parte papale si evitava di affrontarli risolutamente, e si preferiva restare più a lungo che fosse possibile sul terreno delle trattative. Quello appunto ove i Visconti, spregiudicatissimi, raggiungevano i migliori successi. Nell’Albornoz avevano trovato per qualche tempo il loro maestro, ma erano poi riusciti ad eliminare anche lui, e dopo la sua morte erano tornati all'antica petulanza’. 77

A differenza dei suoi predecessori che agirono prevalentemente attraverso i loro legati, Gregorio XI prenderà su di sé l'insieme delle responsabilità e delle decisioni. Riprenderà la lotta ai Visconti con la stessa energia di Giovanni XXII, ripetendone i piani strategici.

Dupré Theseider legge la febbrile attività diplomatica della Curia sui dispacci di Cristoforo di Piacenza incaricato d'affari del Gonzaga ad Avignone.(78) I registri papali confermano l'intensa personale attività di Gregorio XI, che aveva nominato suo Vicario in Italia il card. Pietro d'Estaing (79)  il 19 maggio 1371 e gli aveva chiesto di essere `animosus' nel dare aiuto a Nicolò d'Este contro Bernabò, che minacciava Reggio. 80

Bernabò in quegli anni attingeva quante milizie mercenarie gli occorrevano dalla Baviera e dall'Austria, ove aveva stabilito saldi rapporti matrimoniali con le case colà regnanti. E il papa esortava gli ecclesiastici tedeschi a rendere note alla Dieta le ingiurie di Bernabò alla Chiesa e far proclamare nelle loro città e diocesi che `nessuno doveva andare agli stipendi di Bernabò’. 81

L’ l l gennaio 1372 furono pubblicati i processi e le sentenze promulgate contro Bernabò e Galeazzo Visconti; (82) seguivano richieste di soccorso all'imperatore, ai duchi d'Austria, al re d'Ungheria, ai vescovi di Germania e Boemia con l'ingiunzione ripetuta che non consentissero che dalla Germania partissero truppe mercenarie al servizio di Bernabò. (83)

Anche il patriarca d'Aquileia, i vescovi di Trento, Coira, Bressanone e Sion dovevano impedire il transito per le loro terre ai mercenari di Bernabò. (84)
 

VI.  La prima fase della guerra dal marzo al luglio 1373  

Gli esiti dei primi scontri avutisi nel Bolognese tra le forze papali e quelle di Bernabò volsero a favore di quest'ultimo. Ambrogiolo Visconti comunicava a Ugolino Gonzaga d’aver vinto a Rubiera (85) e subito `s'accesero grandissimi fuochi per segno di letizia per tutto l'impero del Visconte', annota il Corio. (86)

Nel frattempo, al papa riuscì di costituire un fronte unico antivisconteo cui aderirono Amedeo di Savoia, Nicolò d'Este, i Carrara di Padova, la regina di Napoli e il re d'Ungheria; Firenze e la Toscana si astennero.(87)  Gregorio XI cercò inoltre di dare un'impronta italiana al tentativo di abbattere i Visconti, chiedendo il 24 ottobre 1372 al card. d'Estaing di persuadere Galeotto Malatesta ad assumere il comando dell'esercito nella Lombardia inferiore: riteneva infatti più conveniente che il capitano fosse un italiano.(88) Inoltre sollecitava i Fiorentini a dare aiuti contro Bernabò (89) e così pure faceva con i marchesi di Oramala, ai quali rammentava come i Visconti volessero occupare tutta l'Italia sopprimendo i loro vicini. (90)

Al papa era certo presente anche il problema degli exititi  di coloro che erano fuggiti incalzati dalle persecuzioni dei Visconti; sostenendo le loro speranze di rientro in patria, il papa s'era formato l'opinione che col loro aiuto la sollevazione delle popolazioni soggette ai Visconti sarebbe stata possibile e il loro contributo determinante. Fuggendo da Bergamo avevano trovato riparo a Firenze i Rivola; (91) a Montefiascone Caviata Colleoni.

Ad appena tre mesi dalla sua elezione, Gregorio XI dava disposizione al legato pontificio in Italia perché fosse conferito a Caviata Colleoni il capitanato di S. Giovanni in Persiceto, (92) e successivamente ringraziava il bergamasco per quanto aveva già fatto per la Chiesa, invitandolo a sollecitare altri a fare altrettanto. (93)

Il 4 novembre del 1372 Gregorio XI auspicava che si prendessero accordi anche con gli exititii di Brescia,(94) mentre il 29 ottobre aveva lanciato un appello a tutti, nobile o popolano, guelfo o ghibellino, di ogni città, castello o terra occupati da Bernabò, perché si ribellassero. (95) Prendeva così forma un piano per costituire a nord di Milano un territorio `liberato' che avrebbe assolto ad un preciso compito strategico d'appoggio alle operazioni belliche contro Milano. Per dare concreta attuazione a questo disegno, Ramerino di Faenza era stato inviato a prendere accordi con certi `militi' di Sondrio e di Mesocco, con Caviata Colleoni e con i conti di Kirchberg e Menfort (Grigioni‑Engadina), perché si provvedesse alla custodia dei passi alpini della regione, (96) come già era stato fatto per i passi del Trentino: (97) il blocco dei passi alpini doveva impedire l'approvvigionamento da parte dei Visconti di truppe mercenarie che scendevano dal nord.

Il 23 novembre l'imperatore Carlo tolse a Bernabò le funzioni di Vicario imperiale e le trasferì ad Amedeo di Savoia.(98) Comunicando a questi le buone notizie che giungevano da Piacenza (99) il papa, in una lettera del 7 dicembre, lasciò al Savoia la facoltà di decidere se congiungersi all'esercito pontificio con tutte le sue truppe della Lombardia inferiore o se piuttosto inviare solo qualche contingente; (100) ultimati i preparativi per l'imminente guerra,(101) faceva promulgare, il 28 marzo 1373,(102) la sentenza di scomunica per i Visconti, pur citandoli a comparire in Curia per la loro difesa.

A seguito dunque dell’alleanza del papa col Savoia e della defezione di Giovanni Acuto, che era rimasto fino allora al servizio dei Visconti, per Bernabò la situazione si era messa al peggio e ‘quasi se vedeva, scrive il Corio, manifesta ruina dil stato de Visconti, li quai più per divina gratia che per humana fortia si adiutarono’. 103  Bernabò intensificò allora l'opera di fortificazione e di difesa della città di Bergamo e del suo territorio. Per gran ‑parte vi aveva già provveduto negli anni precedenti, con la ricostruzione di castelli e di luoghi di presidio, dopo le sollevazioni delle Valli del 1368. (104)  Icastelli di Cologno e Urgnano erano stati rifatti ed avevano un castellano, come Odiago presso l'Adda in territorio di Pontida 105 e Ubiale sopra Clanezzo. 106 In città di Bergamo erano stati posti dei custodi alla torre ‘illorum de Zoppo’, 107 a quella dei Duranti, 108 alla torre ‘sita et noviter facta in platea s. Leonardi’; (109) e dei conestabili alla porta di Vitedoga (110) e alla `porta fossati comunis Bergomi sita in vicinia S. Stefani'.(111)  I Inoltre la città ebbe l'onere di provvedere (per la sua quota) agli stipendi dei mercenari inglesi (112) e ai borgognoni distaccati a Brescia; (113) doveva ancora mandare 'maestri e guastatori' alla 'bastita' di Cesio, a Parma, a Modena. (114) Per recuperare denaro Bernabò aveva disposto con lettera del febbraio 1371 che chi avesse pagato la terza parte delle taglie entro il novembre di quell'anno ne fosse esentato e cancellato dai libri di bando. (115) Sia nel piano papale sia nei provvedimenti presi da Bernabò si vede quale importanza venisse attribuita, dal punto di vista strategico, al territorio bergamasco. Seguiamo ora da vicino i fatti della guerra del 1373, che hanno nei dispacci del Repertorio Visconteo, negli atti notarili (116) e nei registri di Gregorio XI una documentazione fitta e precisa, che ancora non è stata debitamente utilizzata.(117)

Le operazioni della prima fase della guerra ebbero inizio con il passaggio del Ticino da parte delle truppe del Savoia il 10 marzo 1373. In questa stessa data la cancelleria pontificia rilasciò credenziali a Lapo Ricasoli di Fiesole `ad prosequendum negotia locorum montaneorum et Vallis Telline'; (118) il 13 marzo per autorità apostolica e imperiale, il Ricasoli ebbe il governo di terre, castelli, luoghi pertinenti a chiese, monasteri, luoghi pii o al romano impero nelle diocesi di Milano, Brescia, Bergamo e Como occupati da Bernabò, recuperati o ancora da recuperare. (119) Il 20 marzo il papa autorizzava il card. d'Estaing a marciare sul Milanese,(120) raccomandando di prendere accordi col Savoia e di procedere concordemente (121) e che non si commettessero efferatezze.(122) Il giorno dopo, il 21 marzo, scrisse a Caviata Colleoni, forse per vincere alcune sue resistenze: lo invitava espressamente a raggiungere il Ricasoli e a dare insieme attuazione ai piani già concordati; gli comunicava inoltre che le forze del Savoia avevano passato il Ticino. 123

Il piano così meticolosamente preparato dal papa incontrò subito una battuta d'arresto. Enguerron de Coucy pretese gli stipendi degli inglesi (124) e subito, lui e Giovanni Acuto, iniziarono una tregua e trattative di pace con Bernabò. (125) Nel lontano 1323 l'esercito papale con Raimondo da Cardona risaliva da Piacenza la riva sinistra dell'Adda e furono i nobili fuggiaschi milanesi a indicare il guado sopra Trezzo e ad aprire la via per Milano. (126) Ora i della Torre e i Benzoni di Crema chiedono di servire nell'esercito del legato ma vengono ignorati e tenuti in disparte.(127)

L'8 aprile da Avignone partirono tre messaggi di sollecito per Caviata Colleoni, (128) mentre si chiese a Galeotto Malatesta di mandare a Lapo Ricasoli un abile ufficiale per i fatti delle montagne di Bergamo e Brescia `quorum votiva expeditio multum insidet nobis cordi'.(129) C'è ancora un'ingiunzione del papa al card. d'Estaing con richiesta che Enguerron e Giovanni Acuto passino in territorio nemico per congiungersi al Savoia e non facciano trattati con Bernabò. I Visconti, scriveva il papa, seminano voci di trattative per atterrire i popoli oppressi che ci vogliono aiutare e farli ritrarre dai loro propositi, costringendoli così a respingere i nostri aiuti e sussidi, addossando alla Chiesa l'infamia dell'incostanza. (130)

Per iniziative di pace fra Galeazzo e il Savoia (fra loro cognati) Bernabò aveva concesso che due ambasciatori raggiungessero il Savoia a Vimercate, ove, diceva Bernabò, il Savoia faceva poca guerra ed era bisognoso di vettovaglie. (131) Il congiungimento delle forze del Savoia con quelle dell'Acuto, nonostante le insistenze del papa, non avvenne. Il Savoia nel frattempo aveva fatto gettare un ponte sull'Adda a Brivio per poter passare nel Bergamasco, ove, come scrive il Corio, `tutta la factione guelfa si ribellò da Bernabò e parimente fece Valle Sancto Martino con le altre vallate che erano in potestate dei guelphi per cui Bernabò molti di quella factione fece venire a le confini’. 132

Ancora il 5 aprile il papa chiedeva con insistenza che 1'Enguerron e l'Acuto passassero in Lombardia per congiungersi col Savoia 133 ma contemporaneamente doveva diffidare il Savoia dal far pace con Bernabò;134 rassicurava il vescovo di Urbino che non intendeva aver trattati di pace con Galeazzo; 135  anche all'Acuto intimava che non si doveva venire a patti coi tiranni di Milano. 136

    Intanto Bernabò aveva preso le sue contromisure. Avrebbe tolto dal bando coloro che per due mesi a cavallo o a piedi avessero prestato servizio per lui 137 ed aveva esentato dalle taglie i ghibellini di Olginate, Galbiate e monte Brianza. 138  A Ludovico Gonzaga scriveva che contro il Savoia sarebbe venuto al suo servizio con mille lance il genero Stefano di Baviera 139  e avrebbe così ‘pagato il conto’ al Savoia e all'Acuto. 140

Intanto chiedeva al Gonzaga di avvisarlo se i nemici fossero entrati nel suo territorio 141 e lo assicurava che il fratello Galeazzo gli aveva mandato rinforzi per resistere contemporaneamente al De Coucy, all'Acuto e al Savoia. 142 Finalmente l'Acuto dal Bolognese passò nel Mantovano; 143 a fargli fronte Galeazzo mandò il figlio Gian Galeazzo e Bernabò il figlio Ambrogiolo. `Ma puoi che fu avisato dil tractato di Bergamo', così scrive il Corio, Ambrogiolo fu richiamato a Bergamo. La battaglia di Montichiari del 7 maggio 1373 avvenne fra le forze dell'Acuto e quelle di Gian Galeazzo Visconti, che a stento riuscì a scampare alla cattura. Felicitan dosi con l'Acuto e il De Coucy per la vittoria, 144 il papa li ammoniva a congiungersi col Savoia nella Lombardia superiore perché il nemico non potesse riprendere fiato. (145) Nuovamente rivolgeva un appello alla ribellione a nobili e popolani, guelfi e ghibellini, della diocesi di Como chiedendo loro di porsi a disposizione di Giovanni di Siena e Lapo Ricasoli che si trovavano nelle montagne vicine. (146) Gli ordini papali rimasero tuttavia inascoltati: l'Acuto rinunciò a sfruttare la vittoria di Montichiari e il Savoia, depredando ovunque, vagolava fra Adda e Oglio finché, sconfitto senza aver combattuto, riparava a Bologna. (147)

     Le speranze di Gregorio XI di avere ragione dei Visconti erano cadute: il 19 comunicava a Francesco Carrara di Padova di aver scritto al card. d'Estaing per cercare di sapere la verità sulla ritirata dell'esercito della Chiesa nonostante il suo ordine contrario. (148) All'Acuto il papa esprimeva, in quegli stessi giorni, la propria meraviglia che nessuna città, nessuna fortezza, non una sola terra, fosse stata persa dai nemici della Chiesa. (149)

Il 19 luglio prendeva atto che Amedeo di Savoia con le sue genti era giunto in Bologna, (150) ove era scoppiata la peste; (151) nel mentre faceva le sue condoglianze alla città, invitava a pazientare per i danni che le truppe vi avrebbero potuto arrecare. (152)

Finiva così, nell'immagine triste di una Bologna attanagliata dalla peste e asilo di truppe stanche e affamate, la prima fase della guerra del 1373 fra i mercenari dei Visconti e gli stipendiari del papa.

 

VII. La seconda fase della guerra dall'agosto al novembre 1373  

Come abbiam visto, nella seconda metà del marzo 1373 il Savoia aveva passato l'Adda a Brivio; le terre dell'Isola fornivano gli approvvigionamenti alle sue 2.000 lance,(153) che avevano occupato i castelli di Mapello e Carvico. (154) Bergamo era così quasi circondata dai ribelli a nord e a occidente, più a sud dalle truppe del Savoia. Mentre Caviata Colleoni era sollecitato a raggiungere il Ricasoli,(155) a metà aprile Ambrogiolo Visconti provvedeva, per la difesa di Bergamo, a far erigere la bastia sul monte Milione e battifredi sul Prato di S. Alessandro, sotto le mura della città. (156) Provveduto alle difese esterne della città, Ambrogiolo fu mandato da Bernabò a far fronte all'Acuto che aveva invaso il Mantovano, ma la cospirazione, che avrebbe dovuto far insorgere la città di Bergamo (157) (il `trattato' in senso stretto, secondo il Corio) fu scoperta e Ambrogiolo con 900 uomini a cavallo fu richiamato a reprimere il pericolo incombente. (158) Certamente la conquista di Bergamo da parte dei ribelli e delle forze antiviscontee avrebbe potuto avere un peso determinante nell'esito della guerra. Tuttavia il Savoia non osò attaccare la città e invano il papa chiederà a Lapo Ricasoli informazioni aggiornate sulle intenzioni del Savoia. (159) Questi, dopo la battaglia di Montichiari, compariva a Gorlago il 25 maggio, ripiegava su Ciserano, (160) da dove tornava all'Oglio che non poteva attraversare per la piena (e distruggeva Gorlago ove rimase cinque giorni). (161) Finalmente passò nel Mantovano e di lì a Bologna.

La delusione del papa per l'andamento della guerra fu cocente. Enguerron de Coucy sollecitava il congedo,(162) la dubbia fede dell'Acuto doveva essere compensata dalla cessione d'un palazzo a Bologna,(163) il Savoia si gloriava dei successi riportati dalla Chiesa in Piemonte (164) e intanto riprendeva i mai interrotti contatti con il cognato Galeazzo Visconti.(165) Il 30 ottobre 1373 il papa richiamò alla Curia il card. d'Estaing. (166) Già nel giugno aveva dovuto prendere atto del fallimento delle operazioni militari, ma non si diede per vinto. (167) Con nuovi collaboratori, tutti italiani, decise di riorganizzare la lotta nei territori in rivolta; e nuovamente con nuovi appelli mostrò la sua volontà di dare aiuto ai sudditi dei Visconti che aveva incitato alla ribellione. Iniziò così una seconda fase della guerra, che possiamo definire `italiana', perché tutti italiani ne furono i protagonisti. Ad affiancare Giovanni da Siena'(168) e Lapo Ricasoli, che erano nei pressi di Como, (169) il papa inviò Nicolò Spinelli commissario `ad promovendum negocia guerre partium Lombardiae'; (170) nuove facoltà furono concesse a Lapo Ricasoli per appagare le aumentate pretese di Tebaldo Capitani di Sondrio. (171) Nella ripartizione degli incarichi a Giovanni da Siena sarebbe toccato di governare le città del Piemonte e della Lombardia restituite alla Chiesa. (172)

A Giovanni d'Arezzo, nominato tesoriere della guerra per il Piemonte e la Lombardia, (173) avrebbero prestato obbedienza, se richiesti, vescovi, abati, priori, prevosti di Lombardia, Piemonte e Riviera Ligure. (174) Aveva inoltre la facoltà di privare dei loro feudi chi gli si sarebbe opposto, di ricevere il giuramento degli stipendiari, di governare le terre ridotte all’obbedienza. (175)

Nel giugno del 1373, Ambrogiolo, repressa la cospirazione in Bergamo e dopo l'allontanamento del Savoia, poteva pensare a riassoggettare le Valli insorte, in particolare la Val S. Martino che chiudeva a Brivio le comunicazioni con Como, Monza e Milano. (176)

Il Mazzi, citando il libro delle spese della vicinia di S. Grata `inter vites', rileva che gli attacchi ai ribelli furono portati già nel mese di luglio, dapprima al castello di Mapello, fortemente e lungamente difeso dagli insorti. (177) A questo proposito il Corio scrive: `l'agosto seguente Bernabò destinò contro le molte vallate di Bergamo ribelli il figlio Ambrosio con molti altri nobili de le sue terre e grande numero di gente d'arme che giunte in Val S. Martino e per quella cavalcando a la Canonica (178) pervennero a Caprino e vi dimorarono alcuni giorni. Dove finalmente li montanari cautamente volendo assaltare con la gente, si mise ad ascendere i monti con speranza di volere quegli al tutto anichilare, ma avendo essi da ogni luogo riuniti gli amici, inteso l'assalto del nemico, con tanto impeto e rumore cominciarono a scendere che Ambrogio con le sue genti non potendosi riparare dalla rabbiata turba si mise a fuggire, ma inseguito da quelli e fatto prigione vituperosamente fu ucciso con grande quantità di nobili e gente d'armi, fra loro Ludovico, figlio di Azzone da Correggio e Antonio. Il suo corpo fu portato a Bergamo e tumulato con onore'.(179) Ambrogiolo morì il 17 agosto presso Caprino, sopra Casale, come nelle sue memorie scrive Sozzone Suardi.(180)

Nel settembre seguente, è sempre il Corio a riferire, Bernabò con numeroso esercito cavalcò all'assedio della Valle e dopo pochi giorni occupò un tempio chiamato Ponte Forte, che con tutta sicurezza si può identificare con la chiesa di Pontida, soprattutto in base alla testimonianza della cronaca di Giovanni Brembati, dove si dice: `erat enim ipsa ecclesia arx munitissima atque invicta nec deerant viri fortes qui eam defenderent'.(181) L'attacco fu portato dal 14 al 17 settembre e la resa avvenne il 18. Dopo la resa e la decapitazione di 52 dei difensori, Bernabò fece della chiesa un punto d'appoggio per le operazioni contro i ribelli che perseguitò con uccisioni, finché non si sottomisero; dopo aver distrutto i fortilizi dei rivoltosi tornò a Milano. (182) Da Brivio comunicava a Ludovico Gonzaga che tutto ormai si metteva per il meglio, che il castello di Mapello e il monastero di Pontida erano stati ricuperati e che nelle Valli erano stati distrutti tutti i beni dei ribelli.(183) Dagli excerpta di Tagliabue si ricava un pagamento a un certo Tilman de Alzen per la sua brigata di 172 lance che erano in Val S. Martino. (184)

Ma i ribelli non s'erano del tutto arresi. Il papa il 26 ottobre 1373 indirizzava un messaggio di conforto ai nobili e ai singoli abitanti della Val S. Martino, esprimendo tutto il suo plauso alla loro accanita resistenza. (185) Con tre lettere, datate 17 novembre 1373, dava mandato al legato e al tesoriere generale della Chiesa in Bologna di pagare ogni mese 1.400 fiorini agli uomini della Val S. Martino `qui non cessant offendere hostes Ecclesiae in peditibus, balestrariis et aliis'; assegnava inoltre una pensione di 100 fiorini al mese ai fratelli Caviata e Carpione Colleoni finché sarebbe durata la guerra.(186)

La peste infieriva ormai in tutta l'Italia del nord e s'era aggiunta alle già tante e gravi tribolazioni: il papa autorizzava Ulrico conte di Kirchberg, trovandosi in quel momento malato Lapo Ricasoli, a rinviare l'attacco previsto sul territorio di Como e Milano per il sopraggiungere della stagione invernale `et propter mortalitatem pestis sevientis'; (187) ma certamente il papa si faceva eccessive illusioni sulla tenuta dei valligiani: il 15 dicembre si faceva tregua tra i ghibellini di Brembilla, Val Seriana inferiore, Stabello e Isola e i guelfi di Sorisole, Ponteranica, Stabello, Poscante, Endenna e Zogno.(188) Quanto all'Acuto il papa gli comunicava il 18 dicembre che il card. d'Estaing era esonerato dall'incarico e nuovo Vicario generale era stato nominato il card. Guglielmo di Noellet, (189) mentre Bernabò Visconti usava all'Acuto la cortesia di avvertirlo che il fratello Galeazzo intendeva mandare truppe contro di lui.(190)

Caviata Colleoni aveva provveduto a mettere al sicuro, lontano da Bergamo, il figlio Gualdino; altrettanto aveva fatto Merino d'Olmo con un suo famigliare. Il papa chiedeva di prendere al servizio della Chiesa con certo numero di lance e stipendi il nobile Gualdino, figlio di Caviata Colleoni (191) e di provvedere di un ufficio o vicariato a Bagnacavallo o Modigliana Giovanni fu Costanzo d'Olmo, qualora fosse stato riconosciuto idoneo.(192)

Intanto la resistenza ai Visconti nei territori a nord di Milano si concentrò su Chiavenna, (193) mentre Bernabò riprese presto il controllo del territorio dell'Isola, della Martesana, del Cremasco: a confermarlo sono le note di pagamento per Tilman de Alzen `caporale di lance' che dalla Val S. Martino vediamo trasferito al territorio di Crema nell'aprile 1374. Alla difesa del castello di Mapello, Bernabò aveva invece mandato quei `banditi' che avevano accettato di passare al suo servizio ed erano stati cancellati dal bando. 194

I registri papali ci informano invece delle tristi condizioni dei `da Casate' esuli e spogliati dei loro beni 195 ed ancora delle misere condizioni dei ‘da Bernareggio’.196  Ma ancora nell’estate del 1374 la ribellione non era del tutto spenta in Val S.Martino: il papa scriveva agli anziani, ai consigli, alle comunità delle Valli S. Martino, Imagna, Brembana, Seriana e Taleggio dicendo d'aver ricevuto le loro lettere che annunciavano la presa del ponte e ‘bastita’ a sud di Lecco e li rassicurava d’aver scritto al  card. Noellet perché mandasse soccorso di milizia a piedi e a cavallo. 197  

 

VIII. Epilogo  

Ma la partita era ormai persa. Caviata Colleoni aveva lasciato il territorio di Bergamo ormai definitivamente, e il papa chiedeva per lui al cardinale vicario una podesteria od altro incarico in qualche posto. (198) Anche Merino d'Olmo lasciò Bergamo per riprendere i combattimenti altrove, nel Vercellese e in Val d'Ossola. Il 25 gennaio del 1375 il papa nominava governatore di Vercelli Lapo Ricasoli (199) e, accanto a lui, capitano della Val d'Ossola Merino d'Olmo `milite' di Bergamo. (200)

Tutti i nobili del lago Maggiore e delle terre delle diocesi di Milano, Novara e Como dovranno prestargli obbedienza. (201)

Intanto il flagello della peste faceva sempre nuove vittime (202) e il papa credette più opportuno pensare alla pace e al suo ritorno a Roma. Già 1'8 ottobre del '74 aveva comunicato a Carlo IV, a Ludovico d'Ungheria e altri principi che sarebbe stato a Roma per il settembre del '75. In verità Gregorio XI tornerà a Roma solo nel gennaio del 1378, giusto per morirvi due mesi dopo, il 27 marzo, all'età di 47 anni. E fu subito lo scisma.( 203 )

Il 18 dicembre del 1385 anche l'altro grande protagonista, Bernabò, moriva avvelenato all'età di 66 anni nel castello di Trezzo, ove era stato imprigionato dal nipote Gian Galeazzo. Il suo corpo fu tumulato nel mausoleo posto in S. Giovanni in Conca a Milano.

A Bergamo la ribellione, mai del tutto sopita, riprese ancora con energia nel 1378 ad opera di Merino d'Olmo e proseguirà con violenza inaudita su tutto il territorio oltre la fine del XIV secolo. La morte di Merino d'Olmo, avvenuta il 9 settembre del 1383, ci é narrata nel diario di Castello Castelli e la sua figura verrà amplificata negli Annales del Carrara. (204)

Di Caviata Colleoni non si seppe più nulla. Siamo certi che alla data del 18 gennaio 1388 era anch'egli già morto da tempo: nel testamento di Beltramo, figlio del defunto nobile Gisalberto fu Galeazzo Carpione Colleoni (fratello di Caviata), è nominato erede Gualdino figlio del defunto nobile Caviata Colleoni. (205) Forse di lui narrava qualcosa la perduta cronaca del Brembati: perduta, dice il Mazzi, come opera inutile dopo che le grandi famiglie di Bergamo l'avevano utilizzata per dar risonanza alle loro gesta; perduta, per la tradizionale incuria o supina ignoranza di coloro per le mani dei quali era passata; (206) perduta, si potrebbe aggiungere, per cancellare le imprese degli avversari, per occultare le prove di beni usurpati, la memoria di vendette di cui non c’era da gloriarsi.

Gli avvenimenti degli anni 1372‑1374 hanno lasciato pochissime tracce nella documentazione coeva bergamasca; ma anche la storiografia che ne è seguita non si è mai interessata a quegli eventi e meno ancora alle persone che vi furono coinvolte. La figura di Caviata Colleoni e la parte da lui presa nella cospirazione antiviscontea del 1373 è assolutamente sconosciuta. Già abbiam rilevato l’imprecisione con cui Bortolo Belotti parla di lui come di `capitano generale della Chiesa e rappresentante della città di Bergamo ai funerali di Urbano V nel 1371  a Bologna.(207)

Anche l’attentissimo Mazzi non ha nessun cenno per lui; mette anzi in dubbio la parte avuta dai Colleoni nella rivolta.208 Bernabò, teso a voler del tutto ‘anichilare’ i suoi nemici, ha cancèllato anche la memoria di uno dei suoi .più coraggiosi avversari, 209 cui aveva impiccato il figlio nel 1355. I figli e poi i nipoti di Caviata si batteranno per il ricupero di quei beni della famiglia che le erano stati sottratti nel territorio dell’Isola: 210  partendo da questo territorio, Bartolomeo Colleoni, di cui Caviata era il bisnonno, ripeterà l’ascesa della famiglia.

Ma l’epilogo vero di quelle lotte era in una grande desolazione, un clima di distruzioni e di reciproche vendette. Nel monastero di Fontanella non c’è priore, non monaci ‘non est persona’ (non c'è anima viva). Il priorato è inabitabile e totalmente distrutto dalla guerra e dalla peste; a Pontida la chiesa è distrutta. I monaci celebrano la liturgia in refettorio tre volte la settimana. 211 Di quei tristi momenti ci rimane, quasi testimone disperata, un'epigrafe scolpita su una magnifica lapide sepolcrale della famiglia Torriani e ancora oggi visibile sulla scalinata del Palazzo della Ragione di Bergamo: ‘sanat enim solus languores Deus’.


 

1. B. CORIO, Storia di Milano, a cura di A. MORRISI GUERRA, I, Torino 1978 (Classici della storiografia: sez. medievale), p. 841.

2. A. MAZZI, ‘Un frammento della cronaca di Giovanni Brembati? Gli avvenimenti di Bergamo del 1373 ed i documenti locali’, Bollettino della Civica Biblioteca di Bergamo (d’ora in poi = BCBB), III, 1909, pp. 133-151.

3. G.B. BAZZONI, I Guelfi dell’Imagna o il Castello di Clanezzo, Milano, 1841.

4. L’appassionato cultore di memorie locali aveva pubblicato nel 1910 in un opuscolo intitolato Vicende storiche del monastero di Pontida (Bergamo, Tip. S. Alessandro), il testo d’una sua conferenza tenuta il 15 marzo di quell’anno nel salone delle Associazioni Cattoliche di Bergamo. L’opuscolo venne aspramente recensito dal Mazzi in una postilla non firmata: cfr. ‘Appunti e notizie’, BCBB, IV, 1910, pp. 51-52.

5. Cfr. nota 2.

6. A. MAZZI, cit., p. 140 nota 5.

7. Ibid., p. 149: conoscendosi le riserve in più occasioni espresse dal Mazzi sull'attendibilità del Corio — da lui definito 'arruffato compilatore' — sembra che qui il Mazzi presti fede alla verosimiglianza del racconto.

8. Lettres secrètes et curiales du pape Grégoire XI (1370-1378)..., relatives a la France, edd. L. MIROT, H. JASSEMIN, j. VIEILLARD, Paris 1935-57 (=Reg. Greg. XI, I); ... interessant les pays autres que la Franco, ed. G. MOLLAT, 2 voli., Paris 1962-65 (= Reg. Greg.XI, II). Colla sigla Reg. Gio. XXII indicheremo invece quelli di Giovanni XXII (1316-1334) pubblicati da G. MOLLAT e G. DE LESQUEN nella medesima collana « Bibliothèque des

Écoles francaises d'Athènes et de Rome », 3.ème sèrie.

9. Lavorando sulle fonti presentate dai registri dei papi avignonesi fu possibile a GIANNINA e GEROLAMO BISCARO, in anni ormai lontani pubblicare i notevoli articoli intitolati 'Le relazioni dei Visconti di Milano con la Chiesa', apparsi in Archivio Storico Lombardo (d'ora in poi = ASL) negli anni 1919, 1920, 1927, 1928 e 1937. Il loro lavoro — così ricco di riferimenti anche alla storia di Bergamo e forse poco noto — s'arresta al 1362 e, per quanto ci consta, non ebbe continuatori.

10. G. BISCARO, cit., 1920, p. 202 nota 3.

11. G. E. MOZZI, Antiquitates bergomenses, ms. del sec. XVIII, conservato nella Biblioteca Civica di Bergamo (d’ora in poi = B.C.B.), voi. IV, f. 56.

12. ‘Tutta la dolce Toscana temeva il mio nome, e Firenze piena di popolo fu da me assediata' si legge nell’epigrafe dell'arvicescovo Giovanni Visconti (trad. it. di F. COGNASSO, ‘L’unificazione della Lombardia sotto Milano’, Storia di Milano della Fondazione Treccani degli Alfieri, V: La signoria dei Visconti 1310-1392, Milano 1955, p. 359). Tremarono inoltre i fiorentini quando Azzone Visconti corse il palio sotto le loro mura nel 1325 (ibid., p. 190).

13. H. FINKE, Acta Aragonensia, I, Berlino 1908, p. 354.

14. Introdusse in Bergamo i Celestini (era stato creato cardinale da Celestino V nel 1294) e per loro costruì l'ospizio di S. Spirito ed il monastero di S. Nicolò di Plorzano; ricostruì dalle fondamenta il monastero di Pontida, la cui chiesa venne definita mirum opus nell'epigrafe sepolcrale del cardinale in S. Maria Maggiore.

15. G. B. ANGELINI, Della storia di Bergamo, ms. del sec. XVIII in B.C.B., f. 123.

16. A. MAZZI, `La podesteria di Ricuperato Rivola', BCBB, II, 1908, p. 179.

17. Reg. Gio. XXII, n. 5802 (in data 26.10.1317). Contro il provvedimento, evidentemente ispirato da Matteo Visconti, il cardinale faceva intervenire il papa in data 22.7.1319 (ibid., n. 9827) ed otteneva contro il podestà e gli anziani di Bergamo la nomina di giudici conservatori nelle persone dei vescovi di Como e Novara e di Bino da Siena (ibid., nn. 9957‑8, in data 13.8.1319).

18. Lo fa sapere ancora il papa (ibid., 10368).

19. Bona Colleoni, sorella di Galeazzo (il padre di Caviata Colleoni) aveva sposato Giacomo Longhi, nipote del cardinale Guglielmo.

20. Ci si riferisce precipuamente a Cipriano Alessandri, consobrinus del cardinale e vescovo di Bergamo sino al giugno 1338; a Catellolo dei Medici di Milano, residente ad Avignone e incaricato dal papa di missione speciale a Milano nel 1326 (cfr. G. BISCARO, cit., 1919, p. 91 nota 4); a Matteo Canali, arcidiacono di Bergamo.

21. C. CAPASSO, `La signoria di Giovanni di Boemia a Bergamo', BCBB, XX, 1926, n. 52.

22. Nella già ricordata epigrafe sepolcrale di Giovanni Visconti Bergamo è definita magna satis lapidosis montibus alta (B. CORIO, Cit., p. 788).

23. G. BISCARO, Cit., 1919, p. 215. Cfr. BCBB, XL, 1946, 2, p. 7 della parte speciale, dove G. SOLARI fa un'acuta disanima dell'atto di dedizione di Bergamo al re di Boemia.

24. C. CAPASSO, `Guelfi e Ghibellini a Bergamo', BCBB, XV, 1921, 3, p. 21.

25. G. B. ANGELINI, Cit., f. 151 v.

26. G. SOLARI, Cit.; cfr. e. CAPASSO, Cit., 1926, p. 60: quello stesso Alberico da Rosciate che appare attivo nella compilazione degli statuti del 1331 e nella giustificazione politica e legale della signoria di Giovanni di Boemia è ugualmente attivo e premuroso allo stesso bisogno nel 1333 nella compilazione dei nuovi statuti e nella giustificazione della signoria viscontea.

27. C. CAPASSO, Cit., 1921, p. 23.

28. Aveva preso il potere su Bergamo 1'11 ottobre 1354, alla morte dello zio Card. Giovanni Visconti.

29. Cfr. M. VILLANI, Cronica, IX, 55, in GIOVANNI, MATTEO e FILIPPO VILLANI, Cronicbe Storicbe, Milano 1848, VI, p. 243.

Nelle parole del Villani si può cogliere anche l'atteggiamento di sospetto con cui i fiorentini guardavano nel 1370 alla costruzione da parte del papa della cittadella di Perugia.

30. A. MAZZOLENI, Zibaldone M, ms. del sec. XVIII in B.C.B., p. 297.

31. B. BELOTTI, La vita di Bartolomeo Colleoni, II ed., Bergamo 1933, p. 35.

32. M. TACLIABUE, 'Supplemento bergamasco al Repertorio diplomatico visconteo', BCBB, XXXII, 1943, 4, parte speciale, pp. 1‑36.

33. Sono i documenti n. 13 (Milano 23.4.1359), n. 24 (Milano 18.7.1360) e n. 28 (Parma 6.5.1363) del 'Supplemento' cit. alla nota,precedente. Ne traduciamo qui una parte dai più ampi regesti manoscritti del Tagliabue conservati nell'Archivio dell'Abbazia di Pontida (d'ora in poi = Excerpta not. mss., seguiti dall'indicazione del numero della cartella del fondo Notarile conservato all'Archivio di Stato di Bergamo, ove si trova il documento regestato): 'Noi Bernabò Visconti ... vicario imperiale volendo far grazia a Caviata Collionum cittadino di Bergamo, e ai suoi fratelli, ordiniamo (ai sensi della presente lettera) a tutti e ad ogni ufficiale, e suddito nostro e del comune di Bergamo che non molestino Caviata, i suoi fratelli, i loro figli o alcuno di loro a causa di oneri, taglie, imposizioni reali, personali o miste che siano poste nella nostra città di Bergamo a cittadini o sudditi nostri della stessa città, né li costringano a tale carico senza nostro speciale ordine, da ora sino a nostro beneplacito. A testimonianza di ciò, ordiniamo di scrivere e registrare le presenti munendole del nostro sigillo'. (23.4.1359).

Gli estratti degli atti notarili sono stati raccolti con paziente fatica dal prof. Mario Tagliabue. Questo insigne studioso, che meriterà un ricordo ed un'attenzione particolare ha trascritto un incredibile numero di documenti: gli sono serviti solo in piccola parte, per le poche pubblicazioni sue. Le sue carte (documentazione per gli articoli pubblicati, bozze per pubblicazioni mai eseguite) riempiono 18 grossi colti. L'amicizia e la consuetudine che legava il Tagliabue al defunto abate di Pontida, don Edmondo Paolazzi, hanno fatto sì che le carte del Tagliabue non andassero disperse. La cortesia di don Pietro Elli, attuale abate di quel monastero, mi ha consentito di prendere visione di quelle carte. È auspicabile che la grande intelligente fatica del prof. Tagliabue, a tanti anni ormai dalla sua morte, sia compresa e acquisita da chi ama gli studi storici.

34. Excerpta not. mss. del Tagliabue, cit.

35. È il n. 87.


36. Guidotto Colleoni è il nonno di Bartolomeo: nel 1360 era anche beneficiario loco Alexandri Colionum (suo fratello) nella chiesa di S. Cristina di Albegno. Cfr. L. CHIODI ‑A. BOLIS, 'Nota ecclesiarum civitatis et episcopatus Bergomi MCCCLX', BCBB, LI, 1957, 1, p. 60.

37. Cfr. Nota 33.

38. Excerpta not. mss. del Tagliabue, cit., cart. 98.

39. c. CAPASSO, Cit., 1921, p. 27.

40. Ibid., p. 26.

41. Ibid., p. 23.

42. E i servitores Ecclesiae furono anche chiamati 'a non somministrare' a Bernabò 'grano, vino, carni, armature' in occasione della crisi del 1360 (G. BISCARO, cit., 1937, p. 158).

43. M. VILLANI, cit., vol. VI, pp. 303‑4.

44. M. TAGLIABUE, `Supplemento', cit., ai nn. 14‑25 (dall'85.1360 al 2.8.1360). Si veda inoltre il seguente documento dell'Archivio Capitolare di Bergamo in B.C.B. (cat. XXI, t. 3 f. 39) in data 18.5.1360: 'se i chierici non vogliono pagare, li si espellino dalle loro case e monasteri... i comuni di terre e luoghi vicini ove sorgono i monasteri sono tenuti a pagare entro giugno la somma dovuta, essendo loro lecito raccogliere frutti, redditi e proventi per soddisfare alla tesoreria'.

45. L. CHIODI ‑ A. BOLIS, cit. La suddetta Nota ecclesiarum fu compilata per ragioni fiscali dagli ufciali del tiranno milanese.

46. c. CHARVIN, Statuts, cbapitres généraux et visites de l'ordre de Cluny, t. III, 13251359, Paris 1967, pp. 454‑455.

47. A. MAZZOLENI, Zibaldone M, cit., p. 146.

48. Cfr. nota 33.

49. Cfr. Repertorio diplomatico visconteo (d'ora in poi = RDV), Milano 1911‑1937.

50. Si ricordi che a Firenze san Barnaba era il patrono della parte guelfa!

51. Excerpta not. mss. del Tagliabue, cit., cart. 41 alla data 26.4.1360.

52. A. MAZZOLENI, Zibaldone A, cit., p. 11.

53. Ibid., p. 33.

54. Ibid., p. 159.

55. RDV, n. 1367 (alla data 25.1.1364). Il 1.2.1364 Bernabò ordinava che a Gilberto e a Viola dapprima si amputasse un piede, dopo tre giorni si cavasse un occhio, dopo altri tre giorni si amputasse una mano e ancora dopo tre giorni l'altro piede, l'altro occhio e l'altra mano (Ibid., n. 1372).

56. RDV, n. 1389 (alla data 13.6.1364).

57. A. MAZZI, `Le postille dello statuto del 1289 alla Società militare del popolo', BCBB, XVIII, 1924, p. 23.

58. Excerpta not. mss. del Tagliabue, cit., cart. 51 alla data 12.11.1364.

59. C. CAPASSO, Cit., 1921, p. 27 (rinvio agli Annales Mediolanenses, ed. L. A. MURATORI, Rerum Italicarum Scriptores, XVI, Mediolani 1730).

60. Excerpta not. mss., del Tagliabue, cit., cart. 18.

61. B. CORIO, Cit., pp. 812‑3.

62. Il 26.4.1365 Pellegrino fu Zenone de Brumano di Bergamo conductor diruptionis et degustationis castri de Palosco a comuni Pergami riscuoteva 4 lire dalla vicinia de Antescolis (Excerta not. mss. del Tagliabue, cit., cart. 18).

63. E. DUPRÉ THESEIDER, 1 papi d'Avignone e la questione romana, Firenze 1939, p. 139.

64. Ibid.

Scrive a questo riguardo il Corio che `Urbano pontefice rivolgendo il suo pensiero a deturbare lo universo e tutti li tyromni e principi de Italia extinguere, maximamente Vesconti che gli erano gagliardissimo obstaculo che in Italia et in Lombardia non puoteva obtenere quello che desiderava, sotto simulato de volere pacificare Italia, in Avignone fece andare Carlo imperatore dove con epso hebbe diversi consigli e tractati. Anchora in questa dieta personalmente gli intervenne Androandino, marchese di Ferrara, Malatesta Ungaro di Malatesi, li ambasciatori di Francesco da Carrara, Ludovico da Gonzaga con li oratori di Rhegio et Imola, tutti capitali nemici di Bernabò e Galeazo. Onde da tutto il concilio fu universalmente ordinato deponere et al tutto d'ogni dominio privare Bernabò e Galeazo, a la quale impresa personalmente per general capitanio intervenire gli dovesse il prefato imperatore con tutti li subditi suoi, baroni de Alamania e principi de Italia con ogni loro profortio. Et a ciò quanto s'era ordinato si potesse exequire, il

pontefice per autentice bolle concesse in dono al prefato imperatore per molti anni gran parte delle decime de Alamania e Boemia e anchora li promise de fare eleggere Landislao, suo primo genito, successivamente ne lo imperio, il quale electo imperatore lo confirmava; et epso Carlo coronò per re areatense, nel cui reame conteneva Milano antiquamente constituto per li Francesi; in questo anchora contenea la Provenza, Pedemonte e la superiore parte de Lombardia sine al Ticino e molti altri loci a la Lombardia damnosi, maximamente a Bernabò e Galeazzo' (B. CORIO, cit., p. 815).

65. RDV, n. 1515 (alla data 12.4.1368).

66. A. MAZZOLENI, Zibaldone M, cit., p. 140.

67. c. RONCHETTI, Memorie istoriche della città e chiesa di Bergamo, V, Bergamo 1838, p. 143 (rist. Brembate Sopra 1975, III, p. 124).

68. A. MAZZOLENI, Zibaldone M, cit., p. 147‑149.

69. RDV, n. 1563, n. 1569.

70. F. COGNASSO, Cit., pp. 459‑463.

71. È il fratello del papa, Anglico Grimoard, che nel 1367 era stato promosso dal titolo presbiterale di S. Pietro in Vincoli alla diocesi suburbicaria d'Albano (cfr. Hierar chia Catholica Medii Aevi, ed. c. EUBEL, II ed., Monasterii 1913, p. 20).

72. RDV, n. 1654 (alla data 28.7.1370)

73. E. DUPRA THESEIDER, Cit., p. 157. Ancora oggi la bibliografia su Gregorio XI è particolarmente scarna ed ancora è attesa la pubblicazione del volume sul suo pontificato nella Storia della Cbiesa di Fliche e Martin (nuova ed. it., Torino 1962 ss.).

74. Questo il giudizio di GEROLAMO BISCARO, Cit., 1937, p. 156.

75. M. VILLANI, Islorie fiorentine, VII, ed. A. L, MURATORI, Rerum Italicarum Scriptores, XIV, 731. La prima legazione dell'Albornoz fu nel 1355‑57; seguirono la prima legazione di Androin (1357‑1359), la seconda legazione Albornoz (1358‑1363) e la seconda legazione Androin (1363‑1368).

76. E. DUPRÉ THESEIDER, Cit., p. 155.

77. Ibidem, p. 166.

78. A. SECRE, `I dispacci di Cristoforo di Piacenza', Archivio Storico Italiano, serie V, XLIII‑XLIV, 1909.

79. Reg. Greg. XI, I, 2199. Il D'Estaing, come rettore di Spoleto aveva domato la ribellione di Perugia fomentata dai Visconti (1369); cardinale nel 1370, costruirà il palazzo‑fortezza di Perugia. Dall'ottobre 1371 al maggio 1373 governerà la diocesi di Ferrara come supplente del vescovo Bernardo sospeso (cfr. A. SAMARITANI, `Il vescovo Bernardo de la Bussière e il card. Pietro d'Estaing presuli francesi a Ferrara (1356‑1378) durante il papato avignonese', Bollettino di notizie e ricerche da archivi e biblioteche, 1980, 2, pp. 7‑29).

80. Reg. Greg. XI, I, 2222 (alla data 27.5.71).

Reggio fu perduta per Nicolò d'Este 1'8.6.1371. Ambrogiolo vi si era insediato podestà e faceva scorrerie nel Modenese e nel Bolognese. Cfr. F. COGNASSO, cit., V, p. 467.

81. Reg. Greg. XI, II, n. 250 (alla data 25.7.1371): così ripeterà infinite volte il papa.

82. Reg. Greg. XI, I, n. 2423.

83. Reg. Greg. XI, II, nn. 633, 634 e 639 (tutti alla stessa data: 15.4.1372).

84. Reg. Greg. XI, II, n. 1122 (alla data 24.10.1372); II, nn. 814, 910 e 963.

85. RDV, n. 1805 (il 2.6.1372).

86. E. CORIO, cit., p. 836.

87. E. DUPRÉ THESEIDER, Cit., p. 167: il papa dava notizia del trattato col Savoia il 21.6.1372 comunicandolo al Carrara (Reg. Greg. XI, I, n. 2589).

88. Reg. Greg. XI, I, n. 2700; Reg. Greg. XI, II, nn. 1125 e 1132.

89. Reg. Greg. XI, II, 332 (6.10.1371).

90. Reg. Greg. XI, II, 971 (26.8.1372).

91. Recuperato Rivola vi redige il suo testamento nel 1367; il figlio Giovanni, ultimo dei Rivola, disponeva nel 1374 che tutti i suoi beni fossero dalla Misericordia distribuiti inter pauperes guelphos (A. MAZZI, cit., BCBB, 1908, p. 177).

92. Reg. Greg. XI, I, n. 2149 (il 17.3.1371).

93. Reg. Greg. XI, II, n. 1119 (il 23.10.1372).

94. Reg. Greg. XI, I, n. 2704.

95. Reg. Greg. XI, II, n. 1138.

96. Un arruolatore di gentes armigere per il papa. (Reg. Greg. XI, II, nn. 394, 510 e 514; 1, n. 2452).

97. Reg. Greg. XI, II, nn. 1115, 1116 e 1118; anche il vescovo di Coira doveva provvedere ad impedire il passo agli stipendiari di Bernabó. (Reg. Greg. XI, II, nn. 1263, 1265 e 1267 del dicembre 1372 ).

98. F. COGNASSO, cit., p. 473.

99. Giovanni Acuto aveva occupato il Piacentino e il papa vi aveva nominato un commissario con autorità su città, terre, castelli, ville, luoghi spettanti a chiese, monasteri, luoghi pii recuperati o da ricuperare nei territori di Piacenza, Pavia, Parma e Reggio (è la stessa formula che verrà usata per il territorio liberato o da liberare a nord di Milano): Reg. Greg. XI, I, n. 2735.

100. Reg. Greg. X1, II, n. 1261. Veniva quindi a essere ripreso il piano d'attacco attuato da Giovanni XXII e dall'ammiraglio Raimondo di Cardona nel 1323 contro Azzone Visconti.

101. Il 13.10.1372 il papa aveva disposto un servizio di cursores che portassero celermente le lettere per la guerra contro Bernabò e Galeazzo (Reg. Greg. XI, I, nn. 948 e 958).

102. Reg. Greg. XI, II, n. 1375 (il 7.1.1373): 'non perché si tratti di pace o tregua ‑precisava il papa ai genovesi ‑ ma perché non siano impugnati i processi' (Ibid., II, n. 1505 del 24.2.1373).

103. B. CORIO, Cit., p. 839.

104. Vedi Excerpta no,!. mss. del Tagliabue, cit., cart. 24 alle date 26.11.1371; 21.1.1372; 22.3.1372; note dei pagamenti ai comuni di Ciserano, Zanica, Spirano, Ghisalba 'pro solutione labore factorum in terra de Collonia et Urniano' cart 24 alla data 19.12.1371.

105. Cart. 24 al 4.3.1371.

106. Cart. 24 al 25.2.1371.

107. 1 bidem.

108. Cart. 24 al 22.11.1372.

109. Cart. 101 al 7.4.1371.

110. Cart. 53 al 17.5.1371.

111. Cart. 101 al 7.4.1371.

112. Cart. 24 al 14.12.1371.

113. Cart. 24 al 30.1.1372. Numerose in Tagliabue le ricevute di pagamento ai caporali di lance Angelino Ungaro, Grosso di Kirchen, Tizio di Altdorf, Rodolfo di Lechteno.

114. Cart. 24 del 22.12.1371: paghe relative al settembre 1371. L'1.4.1372 il comune di Mapello era stato condannato alla pena di 20 fiorini per non aver mandato guastatori secondo il precetto del podestà. Il 7.6.1372 (cart. 55) il comune di Mapello si obbliga verso i consoli della vicinia S. Andrea ad inviare all'esercito di Bernabò a Modena un carro con buoi validi; così altri comuni il 26.6.1372 (cart. 54); e vengono soddisfatti delle Prestazioni date (cart. 23 alla data 28.8.1372).

115. Cart. 24 al 1.7.1371.

116. Il richiamo è sempre agli Excerpta not. mss. del Tagliabue.

117. Segnaleremo per inciso che nella recente Storia di Milano, ed. Treccani, Milano 1965, gli avvenimenti di Bergamo del 1373 sono inspiegabilmente assegnati all'anno 1374 (Cfr. p. 481).

118. Assistente del papa a Perugia si apprende dalla lettera del 24.4.1372 (Reg. Greg. XI, I. n. 2515). Le credenziali al Ricasoli erano per Caviata Colleoni (Reg. Greg. XI, II, n. 1548), Nicolò d'Este che fornirà i soldi per l'impresa (Ibid., n. 1550) Cansignorio della Scala, Ludovico Gonzaga, Alberto d'Austria, il vicario di Sion e conti e militi contattati da Ramesino Ramesino (Reg. Greg. XI, II, nn. 1552‑1559). Vedi per quanto riguarda Ramesino la nota 96.

119. Il Ricasoli poteva far patti con i conti di Kirchberg e Monfort, con Caviata Colleoni e gli altri precedentemente menzionati, con le comunità di città, castelli, luoghi di montagna e valli di Milano, Como, Bergamo e Brescia contraendo obbligazioni per conto della Chiesa. (Reg. Greg. XI, II, nn. 1559‑1560).

120. Reg. Greg. XI, I, n. 2880. E ne dava comunicazione lo stesso giorno al Savoia. (Ibid., n. 2877).

121. Ibid., n. 2876.

122. Ibid., n. 2877.

123. Reg. Greg. XI, II, n. 1598.

124. Reg. Greg. XI, I, n. 2883.

125. Ibid., n. 2892: il papa pone il divieto ai due di ricevere donativi da Bernabò, vuole che rompano ogni trattativa per non dare occasione a chi si vuol ribellare di dubitare delle intenzioni della Chiesa.

126. Era con loro Francesco da Garbagnate, che da amicissimo dei Visconti era diventato loro nemico (B. CORIO, cit., p. 688).

127. Reg. Greg. XI, I, n. 2898 (alla data 3.4.1373).

128. Reg. Greg. XI, I, n. 2906: desideramus vebementer scrive il papa al card. d'Estaing.

129. Reg. Greg. XI, Il, n. 1678.

130. Reg. Greg. XI, I, n. 2911. Ancora il 24.4.1373 il papa ammoniva Giovanni Acuto che non si doveva fare pace con i tiranni di Milano: Reg. Greg. XI, I, n. 2921.

131. Così Bernabò a Lodovico Gonzaga, avvertendolo che il legato voleva passare contro Mantova (cfr. L. osio, Documenti diplomatici tratti dagli arcbivi milanesi, I, Milano 1864, p. 160 alla data 21.3.1373).

132. B. CORIO, cit., p. 840.

133. Reg. Greg. XI, I, n. 2903.

134. Ibid., n. 2914 (il 19.4.1373).

135. Reg. Greg. XI, II, n. 1686.

136. Reg. Greg. XI, I, n. 2921 (il 24.4.1373).

137. RDV, n. 1890 (il 2.4.1373).

138. Dal 31.3.73 i ghibellini di Olginate e Galbiate fino alla fine del trecento e oltre compariranno nel Diario di Castello a dare aiuto ai ghibellini di Bergamo.

139. L. OSLO, Cit., p. 162.

140. RDV, n. 1894 (24.4.1373). Cfr. F. cocNASSO, cit., p. 479.

141. RDV, n. 1892 (17.4.1373).

142. RDV, n. 1893 (20.4.1373).

143. Nel maggio il legato vedendo che le sue truppe non avevano preso nessun vantaggio e egualmente il Savoia non aveva preso nessuna fortezza, aveva riunito quante più forze potè a Bologna e passando il Po a Ferrara e altrove, le aveva mandate nel territorio di Brescia. (B. CORTO, cit., p. 841).

144. Reg. Greg. XI, n. 2957 (il 22.5.1373).

145. E il 7.6.1373 ordinava di non ritardare a raggiungere il Savoia cum boc summe cordi nobis sit (Reg. Greg. XI, Il, n. 1862).

146. Ibid., n. 1844 (del 1.6.1373) e n. 1851 (del 3.6.1373).

147. `Non può passare l'Oglio in piena, è tornato a Trescore' (Cfr. L. osso, cit., alla data 9.6.1373).

148. Reg. Greg. XI, Il, n. 1904.

149. Il 4.7.1373 (Reg. Greg. XI, II, n. 1964).

150. Ibid., n. 2007.

151. Ibid., n. 2016.

152. 1 bid.

153. Si vedano in Reg. Greg. XI, I, 3728 (del 1.5.1374) i patti stabiliti fra il papa e il Savoia con l'ammontare delle forze da mettere in campo.

154. `Le terre restarono disabitate per tre mesi; da che nacque carestia sì grande che un'oncia di pane valeva tre denari e più e un meso di fieno un fiorino d'oro'. Così in MAZZOLENI (Zibaldone A): si tratta però di notizie ricavate dall'ANGELINI, `da un quaterno cartaceo uscito di casa Beretta (di Caprino) esistente ora presso il Sig. G. Mazzi'.

155. Caviata Colleoni era a Bologna.

156. A. MAZZI, Cit., 1909, n. 4, p. 140. Excerpta not. mss. del Tagliabue, cart. 55.

157. Ammessa come ipotesi dal MAZZI, cit., 1909, n. 4, p. 140, nota 5.

158. Vedi la nota 183.

159. Reg. Greg. XI, I, 2966 (del 29.5.1373).

160. L. os70, Cit., p. 163.

161. G. B. ANGELINI, Cit., p. 175 (il 5.6.1373).

162. G. MOLLAT, Pré/ace, in Reg. Grég. XI, I suppl., p. IV.

163. Reg. Greg. XI, 11, n. 3082‑3084.

164. G. MOLLAT, Cit., p. IV.

165. RDV, n. 1904 (il 19.6.1373 ). Galeazzo chiedeva al marchese d'Este salvacondotto per un suo inviato al Savoia.

166. Reg. Greg. XI, I, n. 3111.

167. Vedi lettera ai Carrara (Reg. Greg. XI, II, n. 1904 del 19.6.1373).

168. Collaborando con 1'Albornoz nel 1360 aveva ottenuto dall'Oleggio la cessione di Bologna alla Chiesa. Cfr. G. BISCARO, Cit., 1937, p. 133.

169. Reg. Greg. XI, II, nn. 1844 e 1851.

170. Reg. Greg. XI, II, n. 1909 (del 20.6.1373).

171. Reg. Greg. XI, II, n. 1939.

172. Reg. Greg. XI, II, n. 1999 (del 17.7.1373). Verrà successivamente inviato nunzio del papa al re d'Ungheria: Reg. Greg. XI, I, n. 2163 e n. 2190, rispettivamente del 10.9.1373 e del 19.9.1373.

173. Reg. Greg. XI, Il, n. 1957 (del 2.7.1373).

174. Reg. Greg. XI, II, n. 2108 (del 21.8.1373).

175. Reg. Greg. XI, II, nn. 2109 (del 23.8.1373), 2110, 2114, 2115, 2117 (stessa data).

176. `Nella Martesana, al di là dell'Adda, i ghibellini con l'aiuto di Bernabò si levarono contro i guelfi che avevano favorito il Savoia sollevando gran ribellione contro il Visconti e quegli in tal modo perseguitarono che quasi in tutto furono dissipati' (B. CORIO, Cit., p. 842 ).

177. A. MAZZI, Cit., 1909, p. 142.

178. II monastero di Pontida fu bruciato nel mese di luglio secondo il CELESTINO,

Historia quadripartita di Bergamo, I, Bergamo 1617, p. 227. Cfr. A. MAZZI, Cit., 1909, p. 142.

179. B. CORTO, cit., p. 842.

180. Vedi A. MAZZI, Cit., 1909, pp. 146‑147.

181. Cit. A. MAZZI, Cit., 1909, p. 135.

182. B. CORTO, cit., p. 842: dopo 1’abbruciamento del monastero nel luglio 1373, la chiesa di Pontida, il 'mirum opus' del Card. Longhi, fu fatta 'butari et ruinari' nell'ottobre successivo.

183. L. OSLO, Cit., p. 169.

184. Excerpta not. mss. del Tagliabue, cit., cart. 24 alla data 1.10.1373.

185. Reg. Greg. XI, Il, n. 2258 (del 26.10.1373).

186. Reg. Greg. XI, I, nn. 3122‑3123; Il, n. 2302.

Bernabò offriva 4 fiorini al mese a chi combattesse da fante con armi da cavaliere (e anticipava la paga di 2 mesi): cfr. RDV, n. 1875 (28.1.1373).

187. Reg. Greg. XI, Il, n. 2258 (26.10.1373).

188. Excerpta not. mss. del Tagliabue, cit., cart. 90 alla data 15.12.1373.

189. Reg. Greg. XI, I, n. 3192.

190. RDV, n. 1981 (26.11.1373).

191. Reg. Greg. XI, I, n. 3223 (11.1.1374).

192. Reg. Greg. XI, I, n. 3298 (2.3.1374).

193. Reg. Greg. XI, Il, n. 2497 (del 27.2.1374).

194. Excerpta not. mss. del Tagliabue cit., cart. 110, alla data 30.3.1374: Ziliolo Coduri di Soncino è il nuovo vicario di Almenno, Mapello e Isola.

195. Reg. Greg. XI, I, n. 3319 (16.3.1374).

196. Reg. Greg. XI, I, nn. 3320, 3350, 3351, 3354 e 3357 (del maggio 1374).

197. Reg. Greg. XI, Il, n. 2790 (del 30.7.1374); a questa stessa data infatti (Reg. Greg. XI, I, n. 3469) si ha una lettere del papa a Noellet perché soccorra le comunità delle Valle S. Martino ecc., 'quae novitatem facerunt contra hostes ecclesiae'.

198. Reg. Greg. XI, I, n. 3486 (del 16.8.1374).

199. Reg. Greg. XI, II, nn. 3111‑3112.

200. Reg. Greg. XI, II, nn. 3156‑3157 (del 13.2.1375).

201. Reg. Greg. XI, II, nn. 3158‑3159 (stessa data).

202. Bernabò chiedeva il 6.6.1374 che il podestà di Reggio gli desse il conto bisettimanale dei morti di peste, RDV, n. 2032; la peste è a Piacenza (Reg. Greg. XI, II, n. 2782, del 25.7.1374) e a Parma (RDV, n. 2043, del 28.7.1374).

203. Sull’interpretazione dello Scisma e delle sue cause nella più recente storiografia si veda A. MARINI, ‘Periodo avignonese e scisma d’Occidente alla luce di due convegni', Rivista di storia della Chiesa in Italia, XXXVI, 1982, pp. 426436.

204. Cfr. A. MAZZI, 'Gli Annales Italiae di G. Michele Alberto Carrara', BCBB, X, 1916, pp. 66‑69.

205. Excerpta not. mss. del Tagliabue, cit., cart. 41. È il Gualdino dei Reg. Greg. X1, I, n. 3223. Beltramo dispone che la sua sepoltura sia fatta nel sepolcro dei Colleoni in S. Alessandro, onorevolmente. Troviamo inoltre al 9.8.1389 un Alessandro fu domini Caviatae Colleoni chierico ben. dei SS. Bartolomeo e Stefano di Lallio: ibidem, cart. 41.

206. Cfr. A. MAZZI, Cit., 1909, p. 134.

207. Urbano V mori ad Avignone nel 1370.

208. A. MAZZI, ‘Recensione a La Vita di B. Colleoni di B. Belotti’, BCBB, XVII, 1923, pp. 83‑85.

209. Caviata è sempre chiamato con l’appellativo dominus nelle carte locali; domicellus, cameriere d’onore, nei documenti pontifici. La citazione è presa al solito da B. CORIO, cit., p. 842.

210. Cfr. B. BELOTTI, Storia di Bergamo e dei Bergamaschi, nuova ed., II, Bergamo 1959, pp. 265‑296.

211. G. CHARVIN, cit., p. 128: ‘In prioratu Sancti Egidii de Fontanilla, nec prior, nec monachi, nec aliqua persona residentiam facit...; imo est prioratus inhabilitabilis et totaliter destructus propter guerras et mortalitatem... In prioratu Sancti Jacobi de Pontida... non sunt nisi octo monachi, scilicet: tres sacerdotes et V novitii...; et ideo, quia ecclesia destructa est, ter in septimana cantant et celebrant in refectorio’. 

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