Paolo Pesenti
I SALARI E IL CANTIERE MURARIO BERGAMASCO
Il sistema salariale non ebbe che un’importanza
marginale all’ interno delle strutture economiche postmedievali fino
all’avvento della rivoluzione industriale.1 Alla scarsa rilevanza effettiva si vorrebbe far corrispondere
un’interpretazione definitiva del significato storico del salario in età
moderna: ma ciò non è possibile. Non soltanto le difficoltà di rintracciare i
meccanismi e le cause delle variazioni nominali e reali rendono approssimative
le analisi dinamiche, ma anche all'interno di contesti statici nascono problemi
di non semplice risolubilità, nonché rischi di forzature e arbitrii piuttosto
grossolani; così di volta in volta il salario può essere letto come base del
reddito familiare o semplice entrata supplementare per il lavoratore,
remunerazione correlata alla produttività o pagamento della forza‑lavoro
per il datore di lavoro, `iustum pretium' o esplicita indicazione di
sfruttamento per il teorico. Non basta: ci si può chiedere fino a che punto sia
possibile individuare una `teoria' dei salari valida in un ambito sufficientemente
esteso temporalmente e geograficamente, o fino a che punto l'unica analisi
possibile abbia carattere puramente locale ed ogni tentativo di comparazione
sia destinato a priori al fallimento a causa della disomogeneità e
dell'incommensurabilità dei dati. E vi è di peggio: essendo le fonti
archivistiche tutt'altro che prodighe di informazioni, non sempre è escluso il
rischio di imbastire analisi su fondamenti tanto esili da sfiorare
l'insignificanza.
Date queste premesse, lo schema interpretativo che
sarà proposto in questa sede si muoverà all'interno di un duplice insieme di
esigenze:
1) fornire una chiave di lettura dei dati risultanti
dai registri contabili della `‑fabrica' delle mura bergamasche per gli
anni 1592‑1593, 2 nell'ambito di un'analisi microstoriografica locale;
2) elaborare una rassegna dei diversi e contrastanti
significati economici e sociali del
salario plausibilmente valida anche all'esterno del contesto bergamasco.
Col
procedere delle argomentazioni risulteranno palesi i vantaggi offerti dalla
documentazione in esame; per quanto riguarda invece i limiti, questi possono
essere segnalati già ora: sostanzialmente viene escluso a priori ogni tentativo
di impostare in senso dinamico l'analisi a causa del carattere stesso delle
fonti; di conseguenza resta esclusa la possibilità di discussione in materia di
salari reali, la quale peraltro richiederebbe l'utilizzo di esaurienti serie
temporali di prezzi, richiesta vana allo stadio attuale delle ricerche
bergamasche.
L'interesse
per il settore edilizio non è fine a se stesso: da un lato tale settore ha
garantito una sufficiente reperibilità di fonti archivistiche, e per questo
motivo è stato privilegiato dai principali studi di storia dei salari in Italia
e in Europa; 3 d'altro lato il cantiere può essere assunto come
centro di osservazione ai fini di un'indagine sul mondo del lavoro
preindustriale. Un cantiere di ampie dimensioni riassumeva al suo interno
svariati aspetti dell'attività cittadina, favorendo il nascere di elementi di
conflittualità tra le diverse componenti occupate e permettendo altresì un
confronto esplicito fra i problemi e le contraddizioni dell'organizzazione
corporativa. Per comprendere questo risulterà proficuo considerare la strutturazione dei rapporti di lavoro all'interno
del cantiere murario bergamasco, modello riconosciuto anche dai contemporanei
di `fabríca' esemplare.
Le
categorie professionali interessate erano tre: murari, marangoni e
tagliapietre. Dai tagliapietre si differenziavano gli spezzamonti secondo
l'utilizzo dei diversi strumenti di lavoro: `pichoni' gli spezzamonti, addetti
a `cavar nel sasso massizzo', 4 scalpelli e martelli i tagliapietre,
con `ufficio de scarpellar così alla grossa tutte le sorti di marmi... senza alcuna
sorta d'eccellenza'. 5 Sebbene le differenze non fossero profonde, i
documenti dell'epoca, in particolare le fonti contabili, non confondevano le
due categorie e i salari stessi non sempre coincidevano.
La
particolare natura dei lavori nel cantiere richiedeva l'impiego di maestranze
non specializzate in proporzioni elevate sul numero di occupati. I sovrintendenti alla costruzione
potevano assumere manodopera a giornata o a ferlini oppure accordarsi con
alcuni maestri e affidare loro determinate opere in appalto. Gli addetti al
reclutamento in caso di assunzione a giornata erano probabilmente i `capi'
subordinati ai sovrastanti e al proto, ai quali spettava anche il controllo
della puntualità e della disciplina sul lavoro; in caso di appalto il
reclutamento spettava agli stessi capomaestri o conduttori, essenzialmente
autonomi nei confronti dei `ministri della fabrica'. Il concetto di mercato del
lavoro non rappresentava un'astrazione teorica: per gli operai edili del tempo
era prassi comune il ritrovarsi quotidianamente in un luogo particolare della
città dove avveniva il reclutamento da parte dei committenti. 6 Un
esempio: nella Milano di fine Cinquecento `questi tali Muratori, garzoni e lavoranti
in detta arte sogliono convenirsi in detto luogo (Ponte Vetero) ogni giorno di
lavoro per ritrovare occasione d'andar a lavorare'.7 A Bergamo le
assunzioni erano settimanali, dal momento che i salari venivano pagati e
distribuiti dal contador una sola volta alla settimana, sebbene in media un
operaio non lavorasse più di 4‑5 giorni su 7 secondo le necessità del
cantiere; plausibilmente il mercato si teneva direttamente nelle vicinanze dei
luoghi di lavoro.
Il mercato del lavoro così strutturato presentava
dunque due aspetti fondamentali: il ricambio settimanale delle maestranze al
variare delle caratteristiche dei lavori e la conoscenza personale degli operai
da parte dei reclutatori. Chi veniva licenziato alla fine della settimana
sapeva che esisteva la possibilità, per quanto non la certezza, di essere
assunto nuovamente nelle settimane successive; l'operaio era costretto a presentarsi
periodicamente sul mercato, 8 contribuendo a stabilizzare una situazione
di eccesso di offerta di lavoro con ovvie conseguenze di freno sui salari.9
Le probabilità di essere assunti non erano tuttavia uguali per tutti: i
cittadini erano favoriti rispetto ai forestieri e le caratteristiche personali
dei singoli, ben note ai reclutatori, influenzavano sensibilmente i criteri di
scelta.
La giornata di lavoro era piuttosto pesante: i suoi
limiti massimi erano l'alba e il tramonto, compresa una pausa per il pasto e un
breve riposo.
I sovrastanti erano particolarmente severi con i ritardatari e gli assenteisti: tutt'altro che rare erano, nelle indicazioni del numero di giornate lavorative per settimana, le frazioni di giornata (4 e 2/3, 3 e 1/2 ecc.) alle quali corrispondevano riduzioni proporzionali delle retribuzioni.
Buonaiuto
Lorini, ingegnere e collaboratore alla `fabrica' bergamasca in diverse
occasioni, 10 consigliava di eliminare dove possibile le opere a
giornata `per il poco lavoro che si fa' mantenendo questo tipo di assunzione
per le opere `che per necessità bisogna tenere da spianare la terra, bagnarla e
pestarla' 11; in particolare a giornata venivano assunti manovali ed
altri operai non qualificati, nonché in minor numero maestri murari e più
raramente tagliapietre.
I ferlinanti
erano incaricati del trasporto di pietre o altri materiali da un luogo
all'altro del cantiere e pagati secondo il numero di `viaggi'.
Curiose
le modalità di pagamento: `si deve ‑ scriveva il Lorini ‑ fare
monete fatte di piombo e stampate almanco da una parte... e differenti sì di
grandezza come di stampa per potere far portare diverse materie in più luoghi
et a far diversi prezzi. Per ciò è necessario trovar huomini fidati che li
distribuiscano a lavoranti, cioè il dispensatore overo pagatore deve tener
sempre una sorte di essi ferlini, fermandosi dove ha da essere portato la
materia, e in parte che passano gli operanti carichi, gli darà il suo ferlino,
il quale buttato che haverà a basso il suo carico se ne ritornerà per un'altra
strada per non impedire gli altri che vengono carichi'. 12 Questo
sistema di pagamento rendeva semplice la vita ai falsari, e l'assunzione a
ferlini risultava necessaria in genere solo quando le cave di pietra erano
lontane dai luoghi di costruzione: peraltro spesso `dove si fabricava si
cavava le pietre sul opera' 13 oppure si utilizzavano le macerie
delle case demolite 14 per risparmiare tempo e denaro. Inoltre,
secondo una relazione del provveditore di Legnago, era difficile `assuefar li
contadini' al lavoro a ferlini. 15
Il
Lorini consigliava, appena possibile, di dare il lavoro all'incanto e di `far
prezzo d'accordo co' capi de lavoranti, che si chiamano conduttori, co' quali
non si ha d' havere altra briga se non il Sabbato sera far misurare il lavoro
fatto, e pagarli conforme alle conventioni'. 16 I conduttori erano
incaricati della scelta della manodopera, dell'organizzazione della squadra di
lavoranti e della direzione dei lavori secondo gli accordi intercorsi; inoltre
il monte‑salari veniva consegnato esclusivamente al conduttore al quale
spettava il compito di dividere la somma ricevuta, al netto delle eventuali
spese, fra i suoi `compagni', a differenza dei salari a giornata direttamente
consegnati agli operai.
I
conduttori, a motivo delle notevoli prerogative di cui godevano, dovevano
offrire precise garanzie di responsabilità e competenza, e per questo venivano
scelti fra i maestri corporati più abili professionalmente e, non di rado, più
intraprendenti: in tempi normali la corporazione controllava senza difficoltà
l'attività locale proteggendo gli associati dalla concorrenza di estranei e
forestieri, prevenendo eventuali tentativi di sopraffazione tra gli stessi
iscritti, dando prova di un forte senso di solidarietà interna, come risultava
dagli statuti; 17 quando invece l'aumento della domanda di lavoro
creava degli squilibri sul mercato, subentravano diversi mutamenti. I salari
della componente qualificata, i maestri, tendevano a stabilizzarsi su valori
più elevati rispetto alla situazione precedente, mentre quelli dei garzoni e
dei lavoranti risentivano della concorrenza causata dall'afflusso di
lavoratori non specializzati sul mercato e tendevano pertanto ad aumentare con
maggiori difficoltà. Inoltre sorgevano alcune importanti diversificazioni tra
gli stessi maestri: i contratti di appalto, introdotti dopo le prime fasi,
favorendo alcuni rispetto ad altri ponevano le basi per la formazione di una
sorta di élite all'interno della corporazione, mentre gli esclusi venivano
assunti a giornata partecipando come gli altri operai al mercato del lavoro,
seppure con maggiori referenze professionali e dunque con la sicurezza di una
discreta retribuzione in caso di assunzione.
Il
quadro degli occupati nel cantiere era completato dai cosiddetti `ministri
della fabrica' ossia dai funzionari pubblici con responsabilità organizzative
e amministrative. Al proto, generalmente affiancato dall'ingegnere, spettava la
direzione tecnica dei lavori nell'ambito delle direttive impartite
dall'Autorità. Il soprascrivano aveva `carico di tener conto particolar di
tutte le robbe d'ogni sorte' riguardanti il cantiere. 18
Le scritture
contabili erano tenute dal `rasonatto' e vice collaterale. Il custode aveva
`carico di ricever e custodir le robbe di essa fabrica'; riguardo il suo
operato notava il Da Lezze che `egli con una sua fede intendendosi con li
mercanti di calcine, et sabioni, poteva far pagare et spender al Principe per
tal conto quanto gli piaceva'.19 Il contador lavorava solo nel
giorno di sabato, distribuendo le mercedi settimanali ai singoli operai; non di
rado tuttavia il contador assumeva anche l'incarico di scontro o ragioniere,
come nel caso di pagamento a ferlini, negli altri giorni della settimana.
L’organizzazione
del cantiere aveva subito un'interessante evoluzione nel corso dei decenni; nel
1561, anno di avvio dei lavori, il podestà Francesco Venier scriveva: `si
lavorava al partir mio con 3760 guastatori, 263 spezzamonti, 147 murari, 46
marangoni; di questi operaij sono stati deputati da 8G in 90 capi, et 35
soprastanti con salario di 4 ducati al mese per ciascuno et per mio giudicio
crederei che si potesse far di manco di tanto numero di capi et soprastanti, né
ho mancato di ricordarlo. Vi sono ancho otto protti sopra la fabrica con
salario di 6 d. chi 7, et chi di 10 ducati al mese, il quale en vero pare a me
salario troppo grande; onde in questi tali vi vanno in tutto ducati 600 al
mese'. 20 Da questa situazione iniziale, piuttosto caotica quanto
antieconomica, si passò a una soluzione meno complessa e meglio definita gerarchicamente:
nel 1565, in seguito alla `casatione fatta de tutti gli altri soprastanti et
prothi 21 rimase un solo sovrintendente ai lavori. Una simile
strutturazione non poteva tuttavia soddisfare pienamente le maestranze: il
carattere artigianale e tranquillo dell'edilizia cittadina 22 o, se
vogliamo, la tendenza monopsonistica delle corporazioni locali, veniva scosso
dalla mole di problemi ed esigenze che scaturivano dalla complessa realtà
della `fabrica'. Dal rapporto tra i maestri, avvezzi all'autonomia sul lavoro,
e il proto, richiedente disciplina e ordine, proveniva un motivo di contrasto;
secondo quanto scriveva l'architetto Galasso Alghisi, `quando fossero fabriche
fuor di misura grande dell'uso loro (dei muratori locali), però non è in tutto
da confidarsi nel loro parere, per essere i muratori persone idiotte, e grossi:
et alcuni di essi si trovano ancora tanto presuntuosi, che non cederiano alla
sapienza de tutti gli architetti, et quelli tali bisogna fuggire, et scacciarli
dalle fabríche, come il fuoco dalla paglia, percioche questi tali come gli
architetti gli hanno voltate le spalle fanno a suo modo con danno, et rovina
delle fabriche, et disonore degli architetti'. 23 La facoltà di
stipulare contratti di appalto permise anche di superare questi attriti:
l'appalto permetteva la traslazione di parte delle responsabilità dal proto al
conduttore, trasformando quest'ultimo da semplice operaio ad organizzatore e
direttore dei lavori, vincolato solamente nell'ambito degli accordi contrattualì,
con sensibili conseguenze in fatto di rapidità e risparmio.
All'analisi del cantiere e del mercato del lavoro
svolta finora sottostavano due ipotesi non esplicitate: la disponibilità della
manodopera
a lavorare e la struttura di reclutamento sul mercato o, raccogliendole in una formula compatta, l'assenza di disoccupazione volontaria e di occupazione involontaria. Le due ipotesi sono correttamente plausibili per gli anni 1592‑93 ma non sono affatto evidenti, e richiedono una opportuna discussione.
Nelle prime fasi dei lavori l'occupazione involontaria
era tutt'altro che un'eccezione: come si è visto nel passo sopra riportato, la
maggior parte delle maestranze nel 1561 era costituita da guastatori, ossia da
abitanti del territorio bergamasco e di altre province venete costretti per
legge a prestar servizio nei cantieri militari in casi straordinari.24
L'impiego di manodopera reclutata secondo il principio dei `carichi' non
poteva tuttavia
coprire interamente la domanda del cantiere: infatti la manodopera qualificata non era sostituibile con quella non specializzata, e i guastatori rientravano solo in questa seconda componente delle maestronze. Inoltre il reclutamento dei guastatori provocava diversi attritidovuti al sostanziale dissenso degli abitanti del territorio nei confronti di questo provvedimento; non è da escludersi pertanto l'esistenza di un mercato cittadino del lavoro in funzione complementare al reclutamento obbligatorio anche nelle prime fasi dei lavori. In ogni caso l'utilizzo dei guastatori decrebbe con il tempo: scriveva nel 1572 il capitano Bartolomeo Vitturi che la maggior parte dei guastatori bergamaschi e buon numero degli spezzamonti `mandati in più volte al servizio del Principe dalla guerra in poi' erano tornati a casa. 25 Secondo il Libro de Fabrica del 1592‑95 il fabbisogno di maestranze era coperto interamente da salariati e nessun guastatore lavorava in cantiere.26
L'ipotesi di assenza di disoccupazione volontaria può essere così formulata: non vi era nessun motivo per il quale il cantiere non dovesse rappresentare una vantaggiosa occasione di lavoro per qualunque disoccupato, favorendo l'afflusso spontaneo di manodopera in cerca di assunzione. Due elementi caratterizzavano la formazione dell'offerta di lavoro: il pauperismo e la concezione di salario. La miseria dilagante era un fenomeno tristemente comune a tutte le città italiane; a Bergamo, secondo il podestà Pietro Sanudo nel 1549, gli abitanti della città e del territorio erano `la mazor parte povari, che se non fussero li molti Luogi Pij nella Città et fuori, che si chiamano Misericordie, molti moririano de fame, anchora che per bona parte dell'anno se nutriscano de castagnie et altri fructi'. 27 Soffermiamoci brevemente sull'attività assistenziale nei confronti dei nullatenenti; nel 1560 la `regulatione dei poveri' avveniva assegnado a ciascun cittadino un pane di 9 once se `di formentata' e di 12 once se di miglio `ben mesturato di segale', ai forestieri due pani prima di essere espulsi dalla città, ai poveri del territorio quattro pani prima dell'espulsione; l'accattonaggio era punito con la frusta. 28 Nel 1591, in seguito a una delle più terribili carestie, `per sostentazione della grandissima povertà fu bisogno chi non voleva che non morisse migliara di gente provedere di vitto cotidiano' attraverso l'elargizione a `più de 14mille bocche' di ‑10 once di pane al giorno; particolarmente interessante un passo della relazione Zen di quell'anno: `se non era levato il lavorare della fortezza, senza dubbio non solo non pativano li poveri, ma si può dire che non sentivano la carestia dell'anno presente'. 29 L'estrema povertà costringeva gran parte della popolazione ad un regime alimentare di mera sussistenza, fruendo in casi di particolare gravità dei benefici delle attività delle Misericordie. Il lavoro salariato era un'occasione particolarmente favorevole per elevare il proprio tenore di vita, pur in un'ottica esclusivamente di breve periodo; soprattutto in momenti poco fortunati per il lanificio e l'attività vinicola, due delle risorse fondamentali dell'economia bergamasca, 30 il cantiere avrebbe potuto favorire i poveri: purtroppo la sospensione dei lavori fino al 1592 venne a coincidere con la carestia, escludendo così i benefici indiretti dell'occupazione. La ripresa dell'attività vide un afflusso spontaneo di manodopera in cerca di assunzione, riguardante essenzialmente, come è possibile ricavare dalle indicazioni del `Libro de Fabrica', gli abitanti della città e delle località più vicine.
Da quanto detto si può ricavare
l'impressione che il salario fosse una fonte reddituale di carattere
supplementare rispetto alle normali condizioni economiche del lavoratore,
anche qualora queste fossero date dai magri sussidi assistenziali. Tale
impressione trova una verifica nel caso di maestranze non qualificate occupate
in cantieri di ampie dimensioni o nelle ‘fabriche' delle grandi città.
Sarà sufficiente accennare alla manodopera edile
milanese nel XVII secolo, composta in
gran parte da immigrati stagionali dal vicino Piemonte: secondo un
documento piemontese del 1585 `gli
uomini et habitanti d'esso loco (il biellese) per la maggior parte vanno per
li luoghi d'Italia a costruire et a murare case per lo spazio di nove mesi ogni
anno, lasciando alle loro case le mogli et figlioli’ 31 e secondo un
memoriale dell'abate milanese dell'Università dei Muratori nel 1642 `la maggior
parte delli maestri consiste nelli forastieri biellesi quali son del tutto
segregati dalla detta Università et fano un corpo a parte...; questi non sono
permanenti poi che vanno et vengono, non si sa il loro nome et cognome né
habitatione... son talmente poveri che non hanno con che vivere'.32
Alla base dell'immigrazione periodica stavano le sorti della economia di
autoconsumo, alle quali l'attività remunerata attraverso il salario era
complementare: parte del fabbisogno alimentare veniva tratta da fonti agricole
esigue ma basilari esistenti nei paesi d'origine (un orto, un campo), tali da
impedire l'abbandono completo delle proprie residenze ma non tali da garantire
soddisfacenti condizioni di vita senza l'ausilio di un `gruzzolo' ottenuto
attraverso il lavoro degli uomini nelle città vicine. È, possibile considerare
una visione del salario ancora più riduttiva; riporto un passo della relazione
del provveditore di Palmanova nel 1599 attinente alla costruzione della
fortezza locale e riguardante dunque un contesto molto vicino a quello
bergamasco: `i paesani nella vernata ridotti in grandissima strettezza e
povertà, cacciati dalla fame se ne venivano 40 et 50 miglia di lontano per
guadagnarsi il pane alla fortezza... Credo che molti sariano periti dalla fame,
se non havessero havuto il sicuro rifugio della fortezza, ove erano certi di poter
buscarsi il vivere, ma non il verno solo, ma la estate ancora'. Anche in
questo caso l'affluenza al cantiere avveniva `,per il più a tempo che la
campagna non havea bisogno' e il salario aveva carattere più di eccezione che
di norma; i salari a Palmanova erano piuttosto elevati, 40‑50 soldi agli
uomini e 16‑18 soldi i ragazzi, `aiuto e servizio così grande a quei
poveri, che se havessero saputo cognoscere questa buona fortuna loro, al sicuro
molti si sariano levati di tanta miseria e povertà. Ma erano meschini, e senza
nessuna sostanza, così per disgratia come per la loro propria dapocaggine et
in consideratione; perché tutto ciò che avanzavano in un giorno con le loro
fatiche e de' loro animali, tutto consumavano all'hosterie in bever quel
medesimo giorno, non riservando pur un quattrino per il bisogno del di
seguente'. 33
Se il salario fosse stato considerato fonte primaria
di reddito, il consumo sarebbe stato ridotto per dar luogo ad una per quanto
minima accumulazione di risparmio; ma il salario rappresentava un'entrata straordinaria
contrapposta alle entrate normali e non esistevano pertanto motivazioni per le
quali non dovesse essere speso scriteriatamente. Questa mentalità poco
lungimirante ma non priva di una logica propria dava per scontato, si badi
bene, che le normali condizioni di vita comprendessero e prevedessero l'indigenza e altresì la fame. Inutile precisare
che questa concezione del salario era vincolata al verificarsi di certe
ipotesi; in altre circostanze, in particolare per quanto riguardava la
manodopera qualificata, il salario era concepito invece come fonte primaria di
reddito con palesi conseguenze sul comportamento del consumatore.
La fissazione delle mercedi era compito del proto o
dei sovrintendenti 34in
caso di lavoro a giornata o a ferlini, mentre al conduttore spettava, come si
è visto, la distribuzione delle somme ricevute in pagamento per il lavoro dei
suoi uomini. La strutturazione del mercato del lavoro precedentemente
configurata permetteva che i salari a giornata non pagassero la semplice forza‑lavoro
degli operai assunti, ma fossero in qualche misura correlati alla produttività
dei singoli; le retribuzioni dovevano essere stabilite `co'1 mezo
dell'esperienza` 35 in base a valutazioni tecniche e criteri empirici
collaudati dai responsabili. Nasceva da questi presupposti l'ampia varietà di
tariffe riscontrabili nella contabilità della `fabrica', riguardante in
particolare i salari dei manovali.
Ciò
non impediva che le mercedi fossero, se non infime, sicuramente inadeguate a
far fronte ai problemi del costo della vita, esasperati da un processo
inflazionistico particolarmente evidente nella Bergamo cinquecentesca. Le
tariffe dei maestri, qualora occupati a giornata, presentavano invece un alto
grado di omogeneità, frutto di espliciti accordi all'interno delle
corporazioni per difendere un'immagine di uguaglianza professionale e di
solidale compattezza. Per quanto riguarda i metodi di distribuzione dei monti‑salari
da parte dei conduttori, nulla di preciso può essere affermato: anche qualora
essi avessero concordato con il proto una cifra fissa per una data opera, ad
esempio 2 lire il passo cubo per il terrapieno nel 1583, 36 i
criteri di ripartizione tra gli operai erano rimessi esclusivamente alla loro
discrezione. Tuttavia era necessario tenere in considerazione la concorrenza,
effettiva e potenziale, degli altri capomaestri sul mercato del lavoro, che
portava a un sensibile livellamento dei valori salariali. Non è improbabile che
i salari offerti dai conduttori fossero più elevati di quelli stabiliti da
ministri: il conduttore poteva e doveva permettersi l'assunzione degli uomini
migliori per ottenere risultati tali da favorirlo nei successivi appalti, e
doveva pertanto garantire migliori condizioni retributive. Ma esistevano dei
limiti oltre i quali i salari difficilmente potevano salire, limiti dovuti
essenzialmente ad accordi tra conduttori tesi a scongiurare pericolose corse al
rialzo, che avrebbero avuto effetti svantaggiosi nei confronti degli stessi
capomaestri. D'altro lato era necessario minimizzare le possibili
recriminazioni tra gli assunti o, in altri termini, eliminare attraverso
l'uguaglianza salariale ogni motivo di attrito tra gli operai a favore di una
maggiore efficienza della squadra.37 Attenersi a tariffe stabilite
una volta per tutte
significava risolvere buona parte di
questi problemi; ma 1'attaccamento agli usi e alle convenzioni era
particolarmente criticabile in quanto la rigidità dei salari
nominali 38 implicava 1'invarianza rispetto alle modificazioni
del costo della vita. Inoltre veniva a perdersi così la connessione diretta
tra lavoratore e salario, presente ancora nelle retribuzioni a giornata, a
favore di un rapporto mediato dal giudizio `economico' piuttosto che `tecnico'
del conduttore. Si noti che in ambedue i casi il salario poteva essere
considerato come `iustum pretium': il salario a giornata era la remunerazione
adeguata al lavoro e alle capacità del singolo, il salario consuetudinario
permetteva il trattamento non discriminante dei lavoratori considerati come
gruppo. Peraltro in ambedue i casi si potrebbero rintracciare indizi di una
logica di sfruttamento o comunque di sottovalutazione del lavoro, soprattutto
in materia di potere d'acquisto delle retribuzioni: ma la concezione di
salario come entrata supplementare, come si è detto, eliminava a priori ogni
motivo di scontento da parte dei lavoranti.
Le
tariffe erano stabilite in unità di conto e più esattamente in soldi. 39
La conversione in valuta poteva risultare non neutrale, soprattutto a11'interno
di un mercato monetario complesso quale quello bergamasco. Sarà sufficiente
ricordare il caso più esplicito: nel 1561 la rivalutazione della gazzetta e del
marchetto, monete da 2 e da 1 soldo con le quali venivano pagati i salari, a
parità dei corsi delle atre monete,40 permise a Venezia un risparmio
del 25 % sulle spese per gli operai in termini monetari, come annotava con
evidente soddisfazione il capitano Giulio Gabriel.41
Il
pagamento dei salari avveniva in contanti, prassi non sempre in uso in altre
città: per esempio ad Orzinuovi nel 1556 il provveditore chiedeva `che quelli
che lavorano alla fabrica siano pagati a danari contadi et non mandati
creditori come si mandano a Bressa con termine de mesi sei, facendosi
marchantie della sua mercede, vendendo il cavedal suo per poco pretio alli
custodi di essa fabrica, il che causa che lavorar suole lento et quasi
sforzato, che pagandosi a danari contadi ogni settimana se farebbe altra tanta
fabrica'. 42
Veniamo
ora ad un esame più ravvicinato dei dati riguardanti il cantiere murario;
della documentazione in gran parte perduta si conservano i registri mensili del
`Libro de Fabrica' per gli anni 1592‑1595. In questi anni i lavori interessarono
essenzialmente il perfezionamento del tracciato murario, con particolare
riguardo alla sistemazione definitiva della porta e del ponte di S. Giacomo e
alla ristrutturazione della Cappella di S. Vigilio. 43 Il libro riporta la contabilità riferita alle spese settimanalmente
registrate e controfirmate in salari e materiali da costruzione. Gli operai a
giornata sono indicati nominativamente accanto al numero di giornate lavorative
per settimana e al salario giornaliero. Dei ferlinanti sono registrati i
guadagni complessivi; in conto a parte sono indicati gli ammontari totali delle
spese per appalti sotto la formula `A... a bonconto di ...'. L'accuratezza e la
precisione delle informazioni, l'importanza del cantiere a cui si riferiscono e
le possibilità di istituire confronti con analoghe situazioni nell'ambito
dell'edilizia militare soprattutto della terraferma veneta sono i principali
pregi della documentazione bergamasca, controbilancianti i rischi esaminati
inizialmente. Non ci soffermiamo sui dati del 1594‑95 riguardanti la
costruzione degli alloggiamenti per i soldati a porta S. Giacomo. Per il
biennio 1592‑93 si conservano i registri riferiti ai mesi di marzo e
maggio 1592, marzo, aprile e giugno 1593 (Porta S. Giacomo); aprile, agosto e
settembre 1593 (Cappella); per il mese di aprile 1593 esistono due registri
corrispondenti ai diversi luoghi di lavoro.
Le tabelle la e lb 44 riportano le spese
complessive della `fabrica' nei mesi documentati i lavoro. Il conto delle spese
mensili dirette del cantiere (operai, sabioni, legnami e ferramenta) è seguito
da quello delle spese per gli appalti e le forniture di calcine. Un confronto
tra le spese in operai e le somme consegnate ai conduttori permette l'immediata
comprensione dell'importanza degli accordi di appalto nell'organizzazione del
cantiere. L'incidenza percentuale delle spese complessive in operai (giornadatoli
e ferlinanti + appalti) sul totale delle spese variava sensibilmente da mese a
mese, passando disinvoltamente dal 30 al 70%, a testimonianza delle frequenti
mutazioni delle caratteristiche dei lavori con ripercussioni sull'andamento
dell'occupazione.
La tabella 2 riporta il
numero e le qualifiche degli operai assunti a giornata e a ferlini, statistiche
che come si è visto non devono essere interpretate come informazioni esaustive
sull'occupazione nel cantiere.
Uno degli aspetti più interessanti della
documentazione riguarda il numero di donne presenti nel cantiere in proporzioni
piuttosto elevate, tenendo conto che in alcuni periodi (marzo 1592, ultime,
settimane) le donne raggiungevano il, 30% dei salariati a giornata e superavano
la metà dei lavoranti a ferlini. L'impiego di donne nei cantieri edili, in
particolare militari era considerato del tutto naturale dai contemporanei. 45
A Palmanova `non meno le donne, che gli uomini, i putti e le putte, quelli
colle carriole, queste coi zerletti, concorrevano prontissimamente'.46
'Il loro accesso alle corporazioni era esplicitamente impedito, ma il carattere
eccezionale delle `fabriche' monumentali richiedeva quantità di manodopera in
misura ben superiore alle disponibilità dei paratici, favorendo l'occupazione
di donne e ragazzi, e più in generale di categorie sociali generalmente poco
impiegate in periodi di attività più modesta, quali ad esempio gli operai
forestieri.
Nella tabella 3 sono riportati i salari dei maestri,
murari, tagliapietre e marangoni. In alto sono indicate le tariffe
salariali a giornata in soldi, e per ogni settimana vengono riportate le
frequenze associanti il numero degli operai assunti ai diversi salari. La somma
per riga dà il numero degli occupati secondo la tabella 2. La tariffa
generalmente adottata era di 34 soldi con alcune eccezioni quali i salari medi
dei murari passati da 32 soldi nel 1592 a 34 nel 1593. Salari inferiori a 34
soldi erano rari e corrispondevano a maestri non appartenenti alle corporazioni
bergamasche come Iacopo di Lugano (quarta settimana di settembre) oppure erano
stabiliti per periodi di impiego limitati; analogamente salari più elevati
riguardavano poche giornate di lavoro (9 in aprile, 5 in giugno).
Più variati erano i salari degli spezzamonti (tabella
4) che pure presentavano il valore modale di 34 soldi. Con un salario
sensibilmente più elevato era retribuito Andrea Fopetti, probabilmente loro
`capo': 35 soldi contro 28 nelle prime settimane di marzo, 40 contro 30 e 34
successivamente. Due donne lavorarono come spezzamonti nel giugno 1593 ma con
salari di 12 soldi.
Una notevole varietà di tariffe riguardava i
giornadatoli (tabelle 5 e 6).
A giornata, oltre agli operai non qualificati,
venivano retribuiti i ministri della fabrica, i cui salari erano stabiliti
dall'Autorità pubblica. Alcuni dati riguardanti le loro retribuzioni appaiono
anche nella relazione Da Lezze, compilata nel 1596 e pertanto posteriore
al Libro de Fabrica; nella relazione i salari risultano decresciuti rispetto a
quelli del Libro, probabilmente in seguito al calo dell'entità dei lavori. Il
proto Bernardo
Berlendis
riceveva un salario di 30 soldi al giorno per tutti i giorni del mese (a
differenza dei comuni salariati, pagati solo per le giornate effettive di
lavoro) nel 1592; dal 1593 il suo nome non compare nell'elenco dei giornadatoli e
secondo il Da Lezze nel 1596 guadagnava 4 ducati al mese 47 ossia 124 soldi
alla settimana contro i 210 del 1592.
Il salario del
proto, certamente il più arduo da valutarsi, era stato
oggetto
di controversie fin dall'inizio dei lavori di fortificazione: da 10 ducati al
mese nel 1561 48 a 6 nel 1565, retribuzione
tanto modesta a parere del podestà che `volendo lui vivere da homo da bene
sicome fin hora ha fatto non li può stare, perchè invero non può con quel
denaro sustentarsi con la sua famiglia` 49 e pertanto elevata
successivamente a 100 ducati l'anno. 50 Il salario del proto non era
comunque il più elevato: anche gli scontri, il custode e il contador erano
pagati con 30 soldi a giornata, mentre il soprascrivano percepiva un
salario di 40 soldi; nel 1596 il salario del custode era ridotto a
12 soldi. 51
Il capo dei giornadatoli, come si è visto, non era
propriamente un ministro della fabrica, ma un operaio con incarichi speciali.
Nei lavori a porta S. Giacomo il capo Bernardo Zenuchini venne retribuito con 24 soldi
nel 1592 e 28 soldi nel 1593;
nei lavori alla Cappella il capo era
Gerolamo Peci con salario di 30 soldi. Come appare evidente, i salari dei capi erano maggiormente vicini a quelli dei ministri
che a quelli degli operai.
La gamma dei salari dei giornadatoli era piuttosto
estesa. Salari infimi erano rari, ma le retribuzioni medie (dai 12 ai 15 soldi)
rappresentavano meno della metà del valore dei salari dei maestri. I dati
soprattutto nel 1593 suggeriscono un rapporto molto stretto tra individuo e
salario, come precedentemente esaminato.
Il salari delle donne (tabella
7) erano in media poco meno elevati rispetto a quelli degli uomini. Solo
Orsola Marino nell'aprile 1593 guadagnava 18 soldi a giornata; i salari più comuni erano di 12‑13 soldi, 14 nell'estate 1593. L'assenza
di uno scarto profondo tra salari maschili e femminili era un fenomeno tipico
delle condizioni di lavoro medievali, 52 a riprova del significato
del salario a giornata ancorato a una mentalità per diversi aspetti legata al
passato.
Riguardo ai ferlinanti, al
di là della consistenza numerica, nulla di preciso può essere affermato a
causa del tipo stesso di impiego, del tutto occasionale. I valori dei guadagni
variavano tra i dieci soldi e le tre lire, con valori medi di 35‑40 soldi.
Concludiamo con alcuni
confronti: a Bergamo negli anni 1592‑93
gli operai
assunti dal fattore della Misericordia ricevevano dai 30 ai 35 soldi a giornata se maestri murari, dai 32 ai 42 se tagliapietre, 35‑36 se marangoni, dai 18 ai 20 se manovali e dai 15 ai 20 se garzoni: 53 salari simili anche se lievemente più elevati rispetto a quelli del
cantiere murario. Il numero di occupati era palesemente molto meno rilevante,
tra gli 8 e i 10 assunti in media per settimana.
Nelle città che maggiormente
interessavano i lavoratori bergamaschi i salari erano sensibilmente più alti: a
Venezia nel periodo 1591‑95 i salari dei maestri variavano
tra i 36 e i 54 soldi e quelli dei lavoranti tra i 30 e i 40 soldi; 54 a Milano all'inizio del XVII secolo i salari medi
dei muratori, degli scalpellini e dei manovali si aggiravano intorno ai 40, 35 e 24 soldi. In altri centri
lombardi minori come Pavia le tariffe più comuni erano 32 soldi per i muratori e 20 soldi per i manovali, valori
prossimi a quelli bergamaschi.55
PAOLO PESENTI
1. B. GEREMEK, `I
salari e il salariato nelle città del basso medioevo', Rivista storica
italiana, LXXVIII (2), 1966, p. 386.
2. Biblioteca
Civica di Bergamo (B.C.B.), Libro de fabrica della Porta et Ponte de S.to
Iacomo di Bergomo e Libro de fabrica della Cappella della fortezza di Bergomo,
ms. 1592‑1595, (AB 124).
3. R. ROMANO, `Storia dei
salari e storia economica', Rivista storica italiana, LXXVIII (2), 1966,
p. 313.
4. Relazione Morosini
(1578) in Relazioni dei rettori veneti in terraferma ‑ vol. XII:
Podessaria e Capitanato di Bergamo, Milano, Giuffrè, 1978, p. 121.
5. t. GARZONI, La
piazza universale di tutte le professioni del mondo, Venezia appresso Gio.
Battista Somascho, 1586, p. 693.
6. GEREMEK, cit., p. 376.
7. D. SELLA, Salari e lavoro
nell'edilizia lombarda durante il secolo XVII, Pavia, Fusi,
1968, p. 33.
8. Cfr. la situazione
descritta in M. noBB, Wages (1928 ‑ II ed. 1959), trad. it. I
salari, Torino, Einaudi, 1965, p. 154.
9. Sul rapporto tra
lavoratore e imprenditore all'interno del mercato del lavoro, cfr. A.
TAGLIAFERRI, Strutture sociali e sistemi economici precapitalistici,
Milano, Giuffrè, 1972, pp. 141‑143.
10. Sul Lorini a Bergamo,
cfr. Le mura di Bergamo, Bergamo, Azienda Autonoma di Turismo, 1977, p.
57, nota 9.
11. B. LORINI, Delle
fortificazioni, Venezia appresso Gio. Antonio Rampazetto, 1597, p. 114.
12. LORINI, Cit., p. 115.
13. Relazione Pesaro (1568), in Relazioni...,
cit., p. 94.
14. Le mura di Bergamo, cit.,
p. 160, nota 15.
15. Relazione Garzoni
(1574), in Relazioni..., cit., vol. VIII ‑ Provveditorato di
Legnago, 1977, p. 42.
16. LORINI, cit. p. 115.
17. SELLA, cit., p. 31.
L'unico statuto bergamasco pervenutoci riguardante le corporazioni legate
all'edilizia è il Libro delle Regole che si devono osservare dalli
Taliapietre e Marmorini, ms. 1621 in B.C.B. (AB 149).
18. G. DA LEZZE, Relazione
della città e territorio del 1596, copia ms. del sec. XIX in B.C.B.
(l'originale in Archivio di Stato di Venezia), c. 112.
19. Ivi, p. 113.
20. Relazione Venier
(1561), in Relazioni..., cit., vol. XII, pp. 59‑60.
21. Relazione Donato
(1565), in Relazioni..., cit., vol. XII, p. 89.
22. R. S. LOPEZ, The commercial revolution of the
middle ages (1971), trad. it. La
rivoluzione commerciale del medioevo, Torino,
Einaudi, 1975, p. 179.
23. G. ALGHISI,
Delle fortificazioni, Venezia, 1570, p. 333.
24. Su
questi temi Cfr. s. BELOTTI, `Una informazione sui carichi del territorio
bergamasco nella seconda metà del 500', Bergomum, 1935, pp. 205 ss.
25. Relazione Vitturi (1572),
in Relazioni..., cit., vola XII, p. 102.
26. Sui metodi di
reclutamento in una situazione precedente, cfr. B.C.B., Archivio Storico del
Comune: Lettere, I/808; scriveva nel 1513 il governatore di Bergamo e
Brescia ai comuni di Chiuduno, Gorlago, Grumello, S. Stefano e Bagnatica:
'comandemo a voi Consoli et homeni deli Comuni infrascritti, che subito subito dobiate far comandamento a tutti li
taiapreda che si trovano de li, et altri che san cavar et debano sotto pena de
la forca venir con li soi mai et gogie et altri instrumenti di cavar a noi
perchè li volemo oprar in quello che fa bisogno qui. Tutti saranno ben pagati,
et mandati el nome de tutti a la cancelleria de comun perché possiamo intender
chi saranno obbedienti, et chi possiam punir'.
27. Relazione Sanudo (1549), in Relazioni...,
cit., vol. XII, p. 19.
28. B.C.B., Archivio Storico del
Comune: Azioni del Consiglio, 7 marzo 1560.
29. Relazione Zen (1591), in Relazioni...,
cit., vol. XII, p. 184.
30. Relazione Zen. (1591), in Relazioni..., cit., vol.
XII, p. 185.
31. SELLA, Cit., p. 36.
32. Ivi, p. 34.
33. Relazione Memmo (1599), in Relazioni...,
cit., vol. XIV Provveditorato generale di Palma(nova), 1979, pp. 44‑45.
34. LORINI, Cit., p. 115.
35. LORINI, Cit., p. 114.
36. Relazione Foscarini (1585), in Relazioni..., cit.,
vol. XII, p. 170.
37. SELLA, cit., p. 45.
38. Sul rapporto tra i
salari e la `strength of convention', cfr. E. II. PHELPS BROWN e S. v. IIOPKINS,
`Seven centuries of building wages', Economica, XXII (87), agosto 1955,
p. 202.
39.
Come noto 1 lira = 20 soldi = 240 denari; 1 ducato equivaleva a 6 lire e 4
soldi.
40. F. AGNESI, Il mercato monetario
a Bergamo (1530‑1729), tesi di laurea, Università Bocconi di Milano,
A. A. 1976‑77, pp. 53‑54.
41. Relazione Gabriel (1561), in Relazioni...,
cit., vol. XII, p. 56.
42. Relazione Minio (1556), in Relazioni...,
cit., vol. XIII Podestaria e capitanato di Crema ‑ Provveditorato di
Orxinuovi ‑ Provveditorato di ,Asola, 1979, p. 364.
43. Relazione Zen (1591), in Relazioni..., cit., vol.
XII, p. 187.
44. Desidero ringraziare Giovanni
Sonzogni per il prezioso contributo all'elaborazione delle tabelle.
45. c. LANTERI, Del modo
di fare le fortificazioni, Venezia. Zaltieri, 1559, p. 38.
46. Relazione Memmo (1599), in Relaxiond..., cit.,
vol. XIV, p. 44.
47. DA LEZZE, Cit., p. 112.
48. Cfr. nota 20.
49. Relazione Donato (1565), in Relazioni..., cit.,
vol. XII, p. 88.
50. Relazione Giustinian (1575), in Relazioni..., cit.,
vol. XII, p. 103.
51. DA LEZZE, Cit., p. 113.
52. E. SULLEROT, Histoire et sociologie du
travail féminin (1968), trad. it., Le donne e il lavoro, Milano,
Etas Kompass, 1969, p. 57.
53. B.C.B.,
Archivio del Consorzio della Misericordia Maggiore: Spese (anni 1590-1593),
n. 1388.
54. B.
PULLAN, `Wage earners and the Venetian Economy 1550‑1630', The
Economic History Review, XVI
(3), 1964, p. 426.
55. SELLA, Cit., p. 16.
TABELLA la: SPESE DELLA
FABRICA: PORTA ET PONTE*
marzo
maggio marzo aprile giugno
1592
1592 1593 1593 1593
Spesi in operarij diversi
1800.14 1192.13 663.12 565. 5 551. 4
In Sabioní 799.16 721. 9 795.16 395. 3 401. 6
In spese diverse 75.19 47. 4 896. 8 1229.11 812. 8
In legnami diversi 104. 1 79.15 16.10 85.10
In feramenta et chiodaria 149.16 225 362.
3 51. 2
2930. 6 2041. 1
2597.11 2552.2 1901.10
Ad Alvise Zanardo tagliapietra
per
far tutte le pietre lavorate 186 527
248 186
Ad Alvise Zanardo per far lo
adornamento
del S.to Marcho 620
310
Ad Antonio Fogaroli per far
far
tutti li muri 980 752. 9 728 420
A Francesco Valezo per cavar et
condur
le pietre 620 835.15 397.10 300
A Pietro Cararo per far li ponti
levadori,
rastelli e porte 93
In spese de marangoni 68.17
In condotte de calcina 186. 8 363.10
In calcina 228
Spese per fornasarii diversi 493
1944.12 175.11
Spese diverse 3.10
444.15 2718.10 2701.4 3715.2 1081.11
TOTALE 3375.
1 4799.11 5298.15 6273. 4 2983. 1
* I valori sono espressi in lire
e soldi.
* * *
TABELLA lb: SPESE DELLA FABRICA:
CAPPELLA
1593 1593 1593
aprile agosto settembre
Spesi in operarij diversi 298.05 311.14 632.08
In sabioni 80.05 81 189.15
In spese diverse 107.02 80.18 614.19
In legnami diversi 615.18 267.17 418.13
In feramenta et chiodaria 49.07 12.04 85.05
1150.17 753.13 1941
Ad Antonio Caodoro per far la
casa del
castellano 156 60 432.01
A Bernardo Vigani cavalante per
condur le
pietre
per far la casa 37.04
Spese per fornasarii diversi 303.04 45.15
In condotte de calcina 164.01 101.04
Altre spese 3.07
496.08 224.01 582.07
TOTALE 1647.05 977.14 2523.07
TABELLA 2: OPERAI OCCUPATI PER
SETTIMANA
1592 MARZO
I 5 ‑murari, 8 marangoni, 2 spezzamonti, 64 a
giornata (18 donne)
II 4 murari, 9 marangoni, 4 spezzamonti, 77 a
giornata (21 donne)
III 5 murari, 1 marangone, 5 spezzamontí, 43 a giornata
(1 donna),
79
a ferlini (43 donne)
IV 4 murari, 3 marangoni, 5 spezzamonti, 64 a giornata
(20 donne)
68
a ferlini (29 donne)
MAGGIO
I 8 spezzamonti, 37 a giornata (2 donne), 78 a
ferlini (43 donne)
II 10 spezzamonti, 42 a giornata (11 donne)
III 9
spezzamonti, 35 a giornata (8 donne)
IV 9 spezzamonti,
35 a giornata ( 8 donne)
1593
MARZO
I 5
spezzamonti, 16 a giornata (2 donne)
II 1
spezzamonti, 2 tagliapietre, 17 a giornata (2 donne)
III 4 spezzamonti, 4 tagliapietre, 16 a
giornata (2 donne)
IV 4 spezzamonti, 4 tagliapietre, 15 a giornata
(2 donne)
V 3
spezzamonti, 17 a giornata (2 donne)
APRILE (porta. et ponte) .
I 3 spezzamonti,
1 tagliapietre, 16 a giornata (2 donne)
II 4 spezzamonti,
1 tagliapietre, 16 a giornata (2 donne)
III 4 spezzamonti,
1 tagliapietre, 14 a giornata (1 donna)
IV 4 spezzamonti,
3 marangoni, 15 a giornata (2 donne)
APRILE (cappella)
II 15 a giornata (3 donne)
III‑IV 2 murari, 1 marangone, 18 a
giornata (6 donne)
GIUGNO
I 6 spezzamonti, 15 a giornata (3 donne)
II 6 spezzamonti (2 donne), 15 a giornata (3 donne)
111 4 spezzamonti,
2 marangoni, 2 tagliapietre, 19 a giornata (5 donne)
IV 5 spezzamonti, 2 marangoni, 19 a giornata (5 donne)
AGOSTO
I 2 marangoni, 17 a giornata (9 donne)
II 2 marangoni,
1 muraro, 1 tagliapietre, 16 a giornata (8 donne)
III 1 marangone, 2 murari, 16 a giornata (7 donne)
IV 2 marangoni, 2 .murari, 16 a ‑giornata (7 donne)
SETTEMBRE
I 2 marangoni,
1 muraro, 1 tagliapietre, 16 a giornata (6 donne)
II 2 marangoni,
4 murari, 1 tagliapietre, 17 a giornata (6 donne)
III 2 marangoni, 1 muràro, 11 a giornata (2 donne)
IV 3 marangoni, 2 murari, 1 tagliapietre, 17 a
giornata (5 donne)
TABELLA 3: SALARI DEI MURARI,
TAGLIAPIETRE E MARANGONI
SALARI NOMINALI (in
soldi)
ANNO MESE SETTIM. 20 30 32 34 40
1592 MARZO I 4 9
II 3 10
III 4 2
IV 4 3
1593
MARZO II 2
III 4
IV 4
APRILE I 1
(porta II 1
et III 1
ponte) IV 3
APRILE III‑IV 1
1 1
(capella)
GIUGNO III 3 1
IV 2
AGOSTO I 1 1
II 1 3
III 3
IV 4
SETTEMBRE I 1 3
II 7
III
3
IV
1 5
TABELLA 4: SALARI DEGLI SPEZZAMONTI
SALARI
NOMINALI (in soldi)
ANNO MESE SETTIM. 12 16 28 30 34 35 36 40
1592 MARZO
I 1 1
II 3 1
III 3 1 1
IV 3 1 1
MAGGIO
I 6
1 1
II 8
1 1
III 7
1 1
IV 7 1
1
1593 MARZO I 4 1
II 1
III 3 1
IV 3 1
V 1 1 1
APRILE I 2 1
(porta II 3 1
et
III 3 1
ponte) IV 3 1
GIUGNO I 3 3
II 2 3 1
III 2 2
IV 2 2 1
TABELLA 5: SALARI DEI
GIORNADATOLI (PORTA ET PONTE)
SALARI
NOMINALI (in soldi)
ANNO MESE SETTIM. 6 8 10 12 13
14 15
16 17 18 20
22 24 28 30 34 40
1592 MARZO I 6 9 18 15 1
1 5 1
1 2
4 1
II 10 8 20 1 17
3 6 4
1 2
4 1
III 4 20 2
4 3 1 4 4 1
IV 1 4 8 15 19 7 1 1
3 4 1
MAGGIO I 1 13 2 11 4 5 1
II 4 10 9 2 1 1 6 3 5 1
III 4 2 7 6 1
1 4 1 4 4 1
IV 3 2 7 8 1 5 3 5 1
1593 MARZO I 1 2 3 2 1 1 1
4 1
II 1 2 3 2 1 1 1 4 1
1
III 1 2 2 2 1 1 1 4 1 1
IV 1 2 2 2 1 1 1
4
1
V 1 2 2 2 1 1 1 4 2
1
APRILE I 1 2 2 2 1 1 1 4 1 1
II 1 2 2 2 1 2 1 4
1
III 1 1 2 2 1 1 1 4 1
IV 1 2 2 2 1 1 1 4 1
GIUGNO I 1 3 2 2 1 1 4 1
II 1 3 2 1 1 2 4 1
III 1 3 4 1 1 2 1 1 4
1
IV 1 2 5 1 1 2 1 1 4 1
TABELLA 6:. SALARI DEI GIORNADATOLI (CAPELLA)
SALARI
NOMINALI (in soldi)
Anno Mese Settim. 8 9 10 12
14 15 16 17 18
20 22 24 30
1593 APRILE II 1 1
3 2 1 1 1
2 1 2
III‑IV 1 1 6
1 6 1 2
AGOSTO I 1 l 1 11 1 1 2
II 1 1 9 1 2 2
III 1 1 . 8 1 1 2 2
IV 2 9 1 1
1 2
SETTEMBRE I 1 2 8 1
1 1 2
II 1 1 8 1 1 2 1 2
III 1 4 1 1 1 1 2
IV 1 1 7 1 3 1 1 2
TABELLA 7: SALARI DELLE DONNE
SALARI
NOMINALI (in soldi)
ANNO MESE SETTIM. 6 8 10 12 13 14
15 18
1592 MARZO I 3 3 11 1
II 3 4 12 1 1
III 1
IV 1 2 6 10 1
MAGGIO I 1 1
II 2 8 1
III 3 1 3 1
IV 2 5 1
1593 MARZO I 2
II 2
III 2
IV 2
V 2
APRILE I 2
(porta II 2
et III 1
ponte) IV 2
APRILE II 2 1
(capella) III‑IV 5 1
GIUGNO I 3
II 3
III 1 4
IV 5
AGOSTO I 9
II 8
III 7
IV 7
SETTEMBRE I 6
II 6
III
2
IV
5