INDICE DELLA RIVISTA N. 4 Maggio 1983

Bruno Gallo    

UN CATTOLICO - RIFORMATO RISORGIMENTALE

FRA ITALIA E INGHILTERRA:

OTTAVIO TASCA DALLA SATIRA ALL’INNOGRAFIA

   

I. Introduzione  

Il presente lavoro vuole illustrare l’opera del bergamasco Ottavio Tasca (1795-1872) e dimostrare che egli non è una figura minore della provincia italiana ottocentesca, un facile verseggiatore di poesie d’occasione e neppure soltanto il patriota vittima della persecuzione austriaca, il cantore dei moti rivoluzionari del 1848 e dell’epopea garibaldina. Questo modulo interpretativo, ricorrente nella bibliografia che lo riguarda, è determinato dall'eccessiva e quasi esclusiva concentrazione sugli aspetti più appariscenti della sua produzione poetica, segnatamente le sue satire politiche, e sul suo esilio. In realtà un'analisi più attenta di tutte le sue opere, sia in poesia sia in prosa, rivela che Tasca era una figura di risonanza non solo nazionale, che i suoi rapporti di corrispondenza e di amicizia con letterati, artisti e pensatori varcavano i confini dell'Italia. Soprattutto, oltre che poeta del Risorgimento, era anche interprete del Risorgimento e della sua problematica, secondo un progetto politico‑religioso che si accostava con una sua fisionomia propria ai numerosi altri di cui pullulava l’Italia e l’Europa del tempo: non solo quelli di Cavour, Garibaldi, Mazzini, ma anche quelli di Gioberti e Femmina, per non parlare poi del movimento gallicano/febroniano e dell’ultraconservatore partito oltramontano.

Il progetto politico‑religioso di Tasca per l'Italia risorgimentale poggia sull'assioma liberale ‘Libera Chiesa in Libero Stato’, punta all'eliminazione del Potere Temporale del Papa e all'instaurazione d’una Chiesa nazionale italiana. Fin qui nulla di nuovo, perché le idee di Tasca sono in sintonia coi movimenti di opinione prevalenti in Francia e Germania (Refomkatholizismus). Ma Tasca va oltre, e qui sta la sua novità, puntando decisamente verso una ecclesiologia e soteriologia protestante. Inoltre, almeno per quanto riguarda il problema specifico dell'essenza della Chiesa, il protestantesimo di Tasca prende la forma proprio dell'anglicanesimo quale era stato reinterpretato dal Movimento di Oxford di John Keble (1792‑1866). È dalla ecclesiologia dei Trattariani e dei teologi anglicani del passata cooptati dai Trattariani che Tasca attinge gradualmente il supporto teorico di cui sostanzia la sua polemica contro il Cattolicesimo Romano, in nome di una riscoperta Chiesa Apostolica delle origini. È con gli inni protestanti (anglicani e no) che egli forgia la nuova lingua della preghiera per la sua Italia risorgimentale (Chiesa nazionale con base episcopale staccata dal Papa, fedele al Re e allo Statuto, ma sottratta al potere laicale, secondo una tendenza antierastiana comune anche al Movimento di Oxford), sostituendola alla ‘lingua morta’ della Chiesa Cattolica. Di qui deriva l'importanza fondamentale delle sue traduzioni sia delle opere teologiche sia dell'innografia inglese, finora ingiustamente trascurate. Gli inni arricchiscono di un nuovo registro ed integrano la sua precedente produzione poetica; completano, come necessaria pars construens, la pars distruens della satira.

Così la poesia religiosa di Tasca ‑ categoria che abbraccia la satira politico‑religiosa e l’ innografia ‑ lungi dall’essere sfogo sentimentale, si propone come voce della Chiesa nazionale riformata, che armonizza politica e religione, patriottismo e preghiera, progressismo liberale efedeltà alla Chiesa Apostolica delle origini. In questo senso gli Inni Cristiani e specialmente i Dodici Inni Sacri si pongono come ambiziosa alternativa protestante e liberale, agli Inni Sacri del Manzoni.  

 

II. Approdo al protestantesimo inglese  

Gli studi che si sono finora occupati di Tasca hanno un'ottica prevalentemente locale o tutt’al più estesa alla sola problematica risorgimentale. 1 Tasca è considerato soprattutto come poeta politico e patriota Belotti lo definisce `uno dei più attivi e indomabili scrittori antiaustriaci autore di poesie satiriche antitedesche, e per necessità generalmente anonime, ma che, largamente diffuse, contribuirono non poco a preparare gli animi per la rivoluzione del 1848'. 2 Il medesimo studioso sottolinea che per la sua ‘instancabile attività patriottica fu fra i perseguitati dall’Austria; e ciò è una riprova dell’efficacia dell’opera sua, continuata dopo il 1848 ed espressa in componimenti vivi e vibranti, che accompagnarono i fasti del Risorgimento e che meritarono al Tasca il titolo di “poeta nazionale”,assegnatogli da Giuseppe Garibaldi’. 3 Belotti non si sofferma sull'esilio del Tasca, e ne riassume l'attività dopo il rientro in patria menzionando la sua partecipazione ‘alle discussioni politico‑religiose che si ebbero dopo la proclamazione dell’unità italiana, pubblicando lavori e anche traducendone dalle lingue straniere che gli erano familiari’. 4

Zanetti individua nella produzione taschiana quattro fasi: le prime composizioni tendono a  riprodurre i moduli della poesia civile, con risonanze pariniane, alfieriane e foscoliane; segue, dopo il 1830, il periodo della satira d'intonazione giustíana; nel 1848 ha inizio l'esperienza della poesia patriottica di sapore popolare; segue infine il momento della poesia religiosa. 5 Egli collega quest’ultima agli anni dell’esilio: ‘Nei dolori e negli stenti di quell'infelice periodo della sua vita egli seppe alimentare la propria fede religiosa e trarne stimolo per superare con rassegnazione la dura prova che gli era stata riservata.Compose oltre un centinaio di poesie religiose, che raccolse sotto il titolo di Inni Cristiani; sono per lo più traduzioni bibliche, fedeli ma poco spontanee’. 6

Questa classificazione non soddisfa pienamente, perché non mette a fuoco la costante interazione dei quattro momenti della produzione taschiana. Poesia civile, satira, poesia patriottica e religiosa in realtà convivono e si fondono, prevalendo ora l’una ora l’altra, ma sempre inserendosi in una visione politico‑religiosa del Risorgimento che si viene chiarendo sempre meglio. In particolare, confinare la poesia religiosa al periodo dell’esilio è limitativo, a meno che non si voglia stabilire la rigida equazione fra poesia religiosa e sfogo emotivo o ricerca di conforto. Ma anche in questa prospettiva rimane senza spiegazione il fatto che dopo il ritorno dall’esilio Tasca abbia continuato a scrivere freneticamente su argomenti religiosi, attività coronata con la seconda edizione degli Inni Cristiani (1866) e con la pubblicazione dei Dodici Inni Sacri (1871).

II fatto è che la problematica religiosa è di primaria importanza in Tasca, soprattutto perché si fonde con quella politica. Questo binomio inscindibile giustifica, anzi lega fra loro, la satira politica contro l’Austria e l’assolutismo regio e la satira religiosa contro Pio IX, la ‘Corte di Roma’,  i Biscottinisti 7 e i Gesuiti.

In verità all’inizio del pontificato di Pio IX (eletto il 16 giugno 1846)Tasca ammira il nuovo Papa liberale e ne attende fiducioso le riforme e le aperture al mondo moderno. Le sue invettive si rivolgono contro la parte più retriva del conservatorismo cattolico. Nella Lettera d'un Biscottinista Milanese da Roma al suo Presidente in Milano 8  il biscottinista ‑bacchettone ottuso e crudele, grifagno difensore di privilegi assurdi e nemico giurato del progresso ‑ rimpiange i bei tempi di Gregorio XVI 

Oh! qual giorno per noi d'onor, di lutto

Fu il dì che fe' Gregorio al Ciel ritorno!                                                  (str. 8)

 

e si sorprende della fretta che i Porporati, complice il ‘piccione dello Spirito Santo’, hanno avuto nell’eleggere Pio IX in soli due giorni:

 

Con precipizio non mai visto innanti

Il nuovo papa a far si son sbrigati.

Perdoni il mio sospetto il Padre Eterno

Ma più che il ciel, vi si mischiò l’inferno.                                              (str. 25)

 

Il nuovo Papa è stato mandato senza dubbio `a castigar la terra' (str. 31). Il primo dei suoi sbagli è stato di farsi chiamare Pio, mentre avrebbe dovuto scegliere il nome Leone, poiché

Il popol già lo sa vostra Eccellenza,

È come l'orso, a cui il baston fa bene.                                                    (str. 40)

 

Segue poi quello di aver voluto la ferrovia

 

Che bisogno ha Mastai di vie ferrate

Per sostener del Vatican la gloria?                                                         (str. 42)

 

solo per seguire la moda e mettersi al passo con gli Inglesi, dimenticando

 

       in mezzo a tai sogni frenetici

                 L’onta d’avere a far con quegli eretici.                                     (str. 43)                                               

 

Oltre ad aver voluto visitare le prigioni

 

Ove, rifiuto del consorzio umano,

Stan liberali, ladri e mascalzoni                                                                 (str. 53)

 

e ammorbidire il sistema carcerario, Pio IX ha fatto l'errore madornale

di sospendere la Compagnia di Gesù:

 

E la gran legge che d'Ignazio ai soli

Figli la gioventù sommette ed affida,

Onde in sen di virtù secura voli

Colle sante sue massime per guida,

Perché abolir? perché tal danno al Lazio,

E sì barbaro insulto a sant'Ignazio?                                                               (str. 75)

 

A ciò s’aggiunga la ‘stolta pretesa’ di volere che    

la santa Chiesa

Debba sul tipo de' moderni Stati

Il proprio riformar                                                                                          (str. 79)

Ma

la maggior pazzia

Fu ’1 dar ai re di Stato l'amnistia.                                                                  (str. 84)

Infine il biscottinista si augura che a Milano muoia finalmente l’arcivescovo Gaisruck, nemico acerrimo dei Gesuiti.

Il cardinale Gaisruck muore effettivamente nel 1847. Tasca non perde l’occasione per rincarare la dose. Nel poemetto In Morte di S.E. il Cardinale Gaisruck Arcivescovo di Milano, 9 formalmente identico al precedente, l’arcivescovo, che dà voce alle idee di Tasca, si giustifica davanti al tribunale del Cielo:

                    ... ponderato il caso e ben riflesso,

                        Ch’ogni lume novello acceso in terra

Nuovo è tesor che all'uomo il ciel disserra,

lo dovea del Progresso essere amico;

Non già di quel che, incauto e furibondo

Riformator d’ogni costume antico,

Vorria d’un colpo sol stravolto il mondo;

Che nella foga di distrugger tutto

Non sa rifabbricar ciò c’ha distrutto:

Ma di quel che, il senno e la ragion per guida,

Procede rispettando e Chiesa e Trono.                                                              (p. 32)               

 

In quest’adesione ad un generico riformismo moderato Tasca in qualche modo annacqua l’aceto della satira. Ma lo ritrova subito non appena si tratta di stigmatizzare i Gesuiti:

 

In quanto a Ignazio, un galantuom lo credo:

Un papa comandò che santo ei sia,

E lo sarà perché tra voi lo vedo:

Ma la sua rediviva Compagnia,

Che il mondo vuol guidar a suo talento,

È un ospite importun che fa spavento.                                                             (p. 42)

 

C'è urgente bisogno

 

Di sant'Ignazio in lacerar la rete,

Che vuol far di Milano una tonnara.                                                                (p. 44)

 

perché senza i Gesuiti il gregge cristiano

 

Pascola meglio ed è tosato meno.                                                                    (p. 45)

 

In un terzo poemetto antigesuitico (Invito d’un Biscottinista alle prediche d’un Gesuita)10  Tasca attacca il modello di eloquenza sacra propria dell'Ordine e lo contrappone significativamente a quello di Giuseppe Barbieri (1774‑1852), al quale aveva già dedicato un’ode 11 paludata e solenne che ne lodava sia il linguaggio, sia la dizione e il contenuto dogmatico che

                di tuoni e folgori

Non arma il Dio di pace.

 

Per il biscottinísta

 

... quel Barbieri, che poc'anni addietro,

Più del dogma insegnando la morale,

Invece di tuonar con duro metro

E lanciar, come in luglio un temporale,

Di gragnuola un flagel sull'arsa biada,

Non facea che versar pioggia e rugiada.                                                        (str. 20)                      

 

Secondo questo ‘predicator pagliaccio’ (str. 21)

 

 ... non fora Dio che un Ente

Infinito, immortal, ma senza fiele:

Sempre co’ figli suoi padre clemente,

Nemmeno volendo essere potria crudele.                                                    (str. 22)

 

Come si vede, la poesia religiosa è costantemente presente nel primo Tasca, 12 e segue passo passo l’evoluzione del suo pensiero. Il registro più adatto e più insistito è per ora quello della satira scattante e mordace, perché Tasca è tutto teso a individuare e a demolire le roccaforti del conservatorismo cattolico. Ma la progressiva involuzione di Pio IX dopo i moti del 1848 e l’esperienza dell’esilio (iniziata nell’agosto 1849) inducono Tasca ad avviare un processo di riflessione attenta circa i presupposti teologici del Potere Temporale e dell'autorità del Vescovo di Roma. Così il progetto politico‑religioso taschiano per l'Italia risorgimentale, il problema dell'unità d'Italia sotto la monarchia sabauda e della restituzione di Roma al suo legittimo sovrano, il programma liberale della ‘Libera Chiesa in Libero Stato’: tutto si riformula in seguito all’acquisizione di principi teorici nuovi.

Naturalmente Tasca non può che guardare con simpatia al gallicanesimo e aborrire il partito ultramontano e ogni partigianeria sanfedista. Ma quello che lo distingue da tanti altri sostenitori della stessa causa e lo rende unico fra i poeti risorgimentali italiani è la sua progressiva e totale adozione di principi protestanti e anglicani.

Il primo problema che si pone riguarda il tempo della sua ‘conversione’ al protestantesimo. Fu certamente durante l'esilio, perché la sua produzione successiva non lascia dubbi in proposito. Secondo Zanetti l'esilio ebbe inizio nel 1849, in seguito alla pubblicazione del proclama di Radetzky (12 agosto), e durò fino al 1 dicembre 1856, data dell’indulto.13 Tuttavia

nella prefazione agli Inni Cristiani Tasca menziona il suo ‘decenne politico esilio’. Nell’ Ode a Torino  14  ricorda i ‘due lustri di crudele esiglio'; saluta il ritorno di Cavour alla guida del governo in sostituzione di La Marmora (gennaio 1860) come un fatto appena avvenuto; parla dell'esilio quasi pressato dall'onda emotiva, come se fosse appena tornato. Pare quindi logico che la data del 1856 debba essere corretta: Tasca dovette effettivamente tornare dall'esilio nel 1859. 15

 

Una lettera del patriota udinese Guglielmo Rinaldi, scritta da Nizza il 21 aprile 1855, fa fede che Tasca viveva presso Tolone con i figli (la moglie lo aveva abbandonato) e guadagnava `molti denari scrivendo per giornali francesi e inglesi. Egli è ora Presidente del Comitato di sussidi per l'emigrazione in Francia'. 16 Ma prima era stato in Svizzera e poi a Huyères sulla Costa Azzurra. E’un peccato che la lettera sia avara di dettagli su queste collaborazioni giornalistiche taschiane. Doveva comunque trattarsi di un lavoro costante e, a quanto pare, remunerativo. A parte questo, è la prima documentazione dell'aprirsi di Tasca alla cultura inglese. 17 Questo nel 1855. Ma nel 1853 Tasca aveva pubblicato Il Giorno dei Morti, una lunga ode dalla variata orchestrazione metrica, tutta cattolica nelle premesse e nell'impostazione, se non altro perché si fa esplicita menzione del Purgatorio.18  Il 1853 allora è l'anno a quo, a partire dal quale Tasca si sarebbe progressivamente avvicinato al pensiero teologico protestante.

Al di là di questo non sappiamo molto di più sui movimenti e i contatti di Tasca, se non che `si recò spesso a Parigi e a Londra, presso amici e conoscenti.’19 Il desiderio di maggiori informazioni urta contro l'effettiva difficoltà di rintracciare una qualche documentazione. Ma, almeno per quanto riguarda il soggiorno londinese, per essa parla eloquentemente il risultato, cioè la produzione successiva al rientro in patria. E’ da essa che possiamo ricostruire con una certa attendibilità con quale ambiente Tasca entrò in contatto a Londra.

Nella già citata Ode a Torino condanna senza mezzi termini `il reo connubio' papale fra potere spirituale e potere temporale e, usando con virulenza quasi miltoniana (Lycidas) l'immagine della Prostituta di Babilonia e della Donna Scarlatta cara all'apologetica protestante, attacca `il chiercuto branco' che ha fatto di

        Roma un lezzo

         D'uomini ingordi e pravi,

         Che impuni all'ombra di purpurea gonna

         Dan Cristo e Chiesa a prezzo.

         I figli di Quirin son fatti schiavi,

                                Schiavi frementi che fra crucii e pene

              Mordon le lor catene,

         Mentre l'inerte meretrice donna

         Sorda a lor pianto in Vaticano assonna.

Biscottinisti e Gesuiti sono ormai assorbiti nel tema più grave ed impegnativo dell'essenza e funzione della Sede di Roma, della corruzione della Chiesa. Conseguentemente la satira si anima di intensa passione, il linguaggio si fa più ricco, complesso e controllato senza più concessioni alla canzonatura, alla caduta nel banale e alla battuta volutamente sgangherata, mentre la costruzione metrica ricerca forme più articolate della strofe di sei endecasillabi agili e saltellanti.

Ma la prima maniera riappare ogni volta che Tasca si propone di colpire obiettivi particolari ben definiti. Ed ecco Pio IX in prima persona che nella Lettera confidenziale di Pio IX al deputato Cesare Cantù 20 incoraggia il neodeputato sanfedista, `Il don Chisciotte delle Somme Chiavi', `Il Sansone del Partito Clericale':

 

         Pensa dunque che Dio ti fece artefice

         Del mio regal poter; pensa che Roma

         Dell'Italia non è, ma del Pontefice.

                 Fa' guerra a lui che aborro e che si noma

         Re d'Italia con pretesa stramba.

                          Direi di più, ma mi fa mal la gamba.                                                               (str. 26)

 

E a Pio IX, come pendant istruttivo e logico, Tasca associa il re di Prussia, esempio di assolutismo ed incarnazione anacronistica del diritto divino dei re: 21

           Questo si chiama esser re da senno,

         E non come Vittorio un re .posticcio:        

I popoli quai zebe obbediranno

Ogni regia stranezza, ogni capriccio.

Re che in virtù di Dio comanda e regge

Può da sé sol fare a disfar la legge.

Sire! la liberale empia genia

Per tuo costante titubar, che accenna

Senno profondo e gran filosofia,

Suol chiamarti per scherno il Re Tentenna.

Ma lascia ragliar quest'ignoranti:

Non ti pentir, non far zuruck ... e avanti!

E tu, Guglielmo, poiché il ciel ti chiama

Alle idee nazionali a muover guerra,

A colpi di cannon rompi ogni trama

D'indipendenza, e fa che rieda in terra,

Di libertà distrutto ogni sofisma,

                                                    Il vero secol d'or del dispotismo.                         (str. 11, 13, 28)

 

Tasca tratta allo stesso modo i due dispotismi, religioso e politico. Cosicché l'idea nazionale non riguarda soltanto l'indipendenza politica dell'Italia dall'Austria, ma anche quella religiosa dal Papa. Tasca evidentemente auspica la nascita di una Chiesa nazionale staccata dal potere papale. Dietro a tutto questo c'è non tanto il gallicanesimo quanto l'esperienza storica della Chiesa Anglicana: Tasca non si limita infatti alla questione dell'autonomia giuridica e amministrativa della Chiesa nazionale; egli coinvolge anche questioni dottrinali che protestantizzano la sua Chiesa nazionale.

Nel 1862 appaiono l'ode a Gustavo Modena 22 e il poemetto sul Concilio Vaticano. ' Amici e compagni nell'esilio, Tasca e Modena avevano opinioni diverse sui problemi politici del momento; il primo era monarchico, il secondo repubblicano:

  Noi, non nel fine, dissentivam nel modo.

                                                 Mentr'io men fiero e nei desir più mite

                                                 Il Palladio vedea nello Statuto,

                      Ei fatti avea suoi Dei Catone e Bruto.                       (str. 33)

 

Nel campo religioso non c'era diversità di sorta. Modena

 

Fu l'audace lottator, fu '1 santo sdegno

Di lui, che Roma conosceva a fondo,

                                                Non contro il Pastoral, ma del Triregno              

                          Contro la foja che d'avere il mondo

                        Servo al Poter terren non è mai paga,

                          Che fu d'Italia e n'è la maggior piaga.       (str. 38)

Quanto a Tasca, egli parla ormai senza reticenze:

 

                      E se i fratelli scannino i fratelli

                      Nell'odierna papal sozza Babele,

                      Vel dica il nuovo martir Locatelli,

                      Cui fu sol colpa a Italia esser fedele.

                      Il suo mestier l'ascia del boja fe'

                      Ma il carnefice ver fu il Prete‑re.                               (str. 39)

 

E si augura che si possa un giorno

 

  ... troncar le trame orrende e folli

Dei chiercuti oppressor dei Sette Colli.     (str. 47)

 

Nella spiritata satira contro il futuro Concilio Vaticano la canonizza­zione dei martiri giapponesi, ragione ufficiale della convocazione a Roma dell'episcopato universale, è una misera scusa:

 

I martiri del Giappon scelse a pretesto;

Ma chi cieco non è ben vede il resto.   (str. 13)

Perché

                      Se venner colla mitra e il pastorale

                      Fu sol con propugnar qui in riva al Tevere

                      Il crollante Poter Temporale,

                      Che per essi vuol dir = mangiar e bevere:

                      Dei martir del Giappon curansi un corno,

                      Aman meglio un buon tacchino al forno.                                   (str. 15)

 

Il vero nemico da sconfiggere è il liberalesimo:

 

                      De' liberali contro l'onda impura

                      Pregan di cose un ordine novello:

                      Roghi, Alquazie, Inquisizion, tortura.                                 (str. 19)

L'evidente simpatia di Tasca per il protestantesimo inglese rende ancor

più aspro il giudizio sui vescovi irlandesi:

                      Ecco d'Irlanda i vescovi che a Roma

                      Mandar di S. Patrizio la legione,

                      Eroi da lupanar, bestie da soma.

                      Tai vescovi detestan Melantone,

                      Ma più che a lui fanno accaníta guerra

                                   Alla supremazia dell'Inghilterra.                                           (str. 23)

 

Il segretario di stato, Card. Antonelli, inveisce contro il pensiero moderno,

                                                       

                                                         quella maledetta arpia

                                                Detta dai Libertini Filosofia                                     (str. 41)

 

sfida Garibaldi

 

Entri pure Garibaldi in queste mura:

S'egli osa profanar di Jehova il tempio

D'Eliodoro paventi la sventura.   (str. 68) 24

 

e invita i suoi colleghi a mettere tutto

 

A ferro e fuoco per salvare il trono.     (str. 77)

 

Quanto al popolino, il gioco è presto fatto:

                      Tridui, ottavari, rogazion, novene,

                      Uffizi, procession fatene a isonne:

                      Dispensate indulgenze a mani piene,

                      Fate santi apparir, pianger madonne.

                      Se il popol pei miracoli va in frega

                      La nostra impingua allor santa bottega.                       (str. 83)

 

Queste acide tirate potrebbero sembrare sfoghi di anticlericalismo be­cero, se non fosse che sono sostanziate e sostenute da un pensiero teo­logico in continuo processo di chiarificazione. In una lettera del 26 gen­naio 186425 al deputato Andrea Moretti, autore d'un `aureo ... vademe­cum d'ogni buon patriotta e buon cristiano',26 Tasca rileva che `noi combattiamo ambidue sullo stesso campo le moderne battaglie, quelle vo' dire che assicurar debbono il trionfo del Vangelo, non quale hanno tentato e tuttora tentano di sviarlo gli sforzi ostinati della mondana in­gordigia e della terrena ambizione, ma del Vangelo in tutta la sua pri­mitiva purezza e nel suo originario splendore, quale insomma lo eredi­tammo dal suo divino institutore, e ci fu per mezzo dei suoi Apostoli tramandato'. La lettera formula l'augurio che i deputati e i ministri leg­gano il libro di Moretti e reprimano `il brigantaggio Farisaico' della Ro­ma papale.

Ci sembra evidente il sostrato protestante del passo citato, soprattutto per la sua insistenza sulla necessità di ritrovare la Chiesa Apostolica primitiva. Tasca riecheggia il programma del Movimento di Oxford (1833) e della battaglia ingaggiata dai polemisti trattariani, primo fra tutti Keble. È ragionevole perciò supporre che nei suoi soggiorni lon­dinesi egli sia venuto in contatto con l'ambiente anglicano e che da esso abbia tratto gli stimoli e le indicazioni per accostarsi a tutta una serie di opere teologiche che dovevano fornirgli il bagaglio teorico. E che il suo protestantesimo fosse già noto in Italia è confermato dalla risposta di Moretti (28 gennaio 1864), il quale riconosceva che Tasca lo aveva `preceduto nella via'. Tasca era dunque al centro di questa inseminazione protestante. 27 Che si traduceva in convulsa attività pubblicistica: Tasca sembrava smanioso di coinvolgere il maggior numero possibile di persone e di chiarire a tutti i termini del dibattito politico‑religioso.

Nel 1864 appaiono le Dieci lettere ad un Uomo di Stato sopra gli affari della Chiesa in Italia scritte da cinque ecclesiastici. 28 I nomi degli immaginari ecclesiastici sono un programma: Filalete (`amante del­la verità', autore delle lettere 1,2,3), Catholicus (`Cattolico', lettera 4), Eleuterio (`liberale', lettera 5), Filarco ('amante delle origini', let­tere 6,7,8) indicano che la vera religione cattolica, da ricercarsi con at­teggiamento mentale liberale, sta nella Chiesa Apostolica primitiva.

La prima lettera attacca il monopolio della Religione esercitato dalla Chiesa di Roma ed invita il potere secolare a non abbandonare `la Reli­gione al di lei patrocinio' (p. 4). Accusa poi il Papa di fare contro il Re d'Italia `una guerra anticrístiana' (Ibid.). Prendendo spunto dal discor­so di Pio IX contro Vittorio Emanuele II che aveva proibito ai vescovi di partecipare alla canonizzazione dei martiri giapponesi, Tasca sostiene che `secondo le leggi ed usi dell'antica Chiesa, il Vescovo di Roma non ha autorità di citare i Vescovi degli altri paesi senza il previo permesso dei rispettivi Sovrani' (Ibid.). Condanna con forza la pretesa del Papa di avere diritto esclusivo di nominare i vescovi. Questa usurpazione `non è più antica dei tempi di Gregorio VII. Nei primitivi tempi i Ve­scovi venivano nominati e consacrati senza alcuna referenza al Vescovo di Roma' (p. 6). Definendo il re d'Italia `campione della vera religione e genuina cattolicità', la prima lettera si conclude col seguente invito: `Si consulti adunque l'antichità cristiana. Siano le primitive consuetu­dini prevalenti, siccome acclamarono in una voce i Padri del Concilio Niceno' (p. 7 ).

La seconda lettera ritorna sulle `arbitrarie usurpazioni' papali. Dà poi `un memorabile esempio' (p. 9), descrivendo la situazione della Chiesa di Milano privata del suo vescovo per ordine del Papa. E chiede: `Come fu eletto lo stesso S. Ambrogio? Fu egli nominato dal Vescovo di Ro­ma? No. Ebbe il Vescovo di Roma alcuna parte nella di lui elezione, confermazione, o consacrazione? No: nessuna qualunque siasi parte' (Ibid.). Accingendosi a dimostrare storicamente quest'ultima afferma­zione Tasca afferma di non voler fare riferimento a teologi protestanti come Isaac Barrow (1614‑1680; teologo anglicano realista) e Joseph Bingham (1668‑1723, autore di Origines Ecclesiasticae, 10 voll., 1708­1722 ), oppure U. Grozio o A. Pereira e nemmeno Louis Dupin (1657­1719, apologeta gallicano avversato da Bossuet, autore di Nouvelle Bibliotbèque des auteurs ecclésiastiques, 58 voll., 1686‑1704). Ma il procedimento litotico rivela che le vere fonti delle argomentazioni di Tasca sono proprio i teologi protestanti che dice di non voler usare. Comunque, perfino una fonte non sospetta come l'arcivescovo cattolico romano di Parigi, Pietro de Marca, ammette che `l'elezione e l'ordinazio­ne di Ambrogio... è una prova, che il Vescovo di Roma non aveva alcu­na autorità in quel tempo nell'ordinazione dei metropolitani di Milano, in cui non mischiavasi allora; e solo nei secoli posteriori egli usurpò quell'autorità' (pp. 11‑12). Così dovrebbe farsi l'elezione dei Vescovi secondo Tasca: `Si scelgano pii, fedeli e dotti uomini per riempire i seggi vacanti d'Italia, e vengano doverosamente consecrati secondo le leggi e i costumi dell'antica Chiesa' (p. 13 ).

La terza lettera invita il re a non sottomettersi alla Corte di Roma né a stipulare concordati: `Il Re d'Italia non sacrificherà gli antichi e non dubbi diritti del popolo, del clero e dei metropolitani nella nomina dei Vescovi' :(p. 20).

La quarta lettera tratta del celibato ecclesiastico, il cui fondamento non è la Scrittura, né l'antichità, né la ragione, bensì `quella fatale am­bizione della sede romana, che in questo momento ancora gravita così pesantemente sulla libertà e unificazione d'Italia' (p. 23 ).

Il celibato ritorna nella quinta lettera. La sesta rifiuta `il messale ed il breviario' che la Chiesa di Roma ha cercato per molti secoli di `sosti­tuire ai messali e breviari delle varie chiese nazionali' (p. 46). Esalta la `libertà del servizio Divino, che prevaleva nei primitivi e più felici tempi fra gli indipendenti, benché uniti, rami della Chiesa di Cristo' (p. 47). Quest'ultima frase parrebbe ispirarsi all'ecclesiologia congregazionalista o indipendente. In realtà la chiesa indipendente di Tasca non è la singola comunità locale autoctona, bensì la chiesa nazionale non soggetta al po­tere di Roma. È, in sostanza il modello anglicano. Segue un passo che riproduce la dottrina liturgica di Keble: `Non si deve supporre ch'io sia avvocato d'un cambiamento licenzioso; il che sarebbe un gran male, come qualunque di quelli, sotto i quali gemono già le Chiese d'Italia... Iddio mi guardi dal chiedere a loro di abbandonare la minima cosa che porti la stampa della primitiva autorità, e genuino cattolicesimo' (pp. 54­-55). 29

La settima lettera tratta della `lingua morta': `La prima mirabile par­ticolarità che si osserva nel paragonare l'Officio Romano con quelli della Chiesa primitiva, è quella, che sia composto in una lingua morta ... In quei primitivi giorni e migliori della nostra santa fede tutti quelli, che erano presenti, potevano, e venivano incoraggiati ad adorare nel loro proprio nativo linguaggio ... E perché ... questo diritto inalienabile del­l'uomo ... deve negarsi ai buoni Cattolici d'Italia?' (pp. 56‑61). Mera­vigliandosipoi che la Chiesa di Roma rifiuti ancora il calice ai laici, dice: `Il torto è grande ed innegabile ... Quanto tempo i buoni Cristiani d'Ita­lia si mostreranno inferiori ai loro fratelli di Boemia nello zelo per que­sto benedetto Sacramento?' (p. 54).

L'ottava lettera rileva che `nel messale, ed in altri libri ufficiali al presente in uso nella Chiesa, vi sono frequenti invocazioni dei santi, ed angeli, e molte preghiere a loro dirette ... tali invocazioni e preghiere erano del tutto ignote alla primitiva Chiesa' (p. 68). Poiché la Scrittura ci attesta che `tutti gli uomini hanno peccato ... non viene eccettuata nemmeno la benedetta Madre del nostro Signore' (p. 71). Ancora, `l'in­vocazione dei Santi trapassati è in egual modo sconosciuta nella Santa Scrittura ...' (pp. 74‑75). La lettera chiede che venga allontanata `ogni traccia d'invocazione e culto dei Santi trapassati, e degli Angeli dagli offizi della Chiesa' (p. 94). Analogamente va respinta anche la dottrina del Purgatorio, `sconosciuta dagli Apostoli, ed ignorata dalla primitiva Chiesa ... E col Purgatorio dobbiamo respingere tutto il sistema moderno delle indulgenze' (p. 94).

La nona lettera vuole dimostrare l'indipendenza dell'Italia settentrionale dalla giurisdizione del Vescovo di Roma `fino all'undicesimo se­colo'. Si appella al Concilio di Nicea e rimanda per la documentazione storica `ad un breve opuscolo di recente pubblicato a Bergamo, dal conte Ottavio Tasca, col titolo: Sull'indipendenza della Chiesa dell'Italia Set­tentrionale'  (p. 102). Tasca cita se stesso, perché detto opuscolo era apparso nel 1863 : ' un agile pamphlet tradotto dalle opere inglesi del teologo franco‑inglese Peter Allix (1641‑1717), 31 come ammette lo stesso Tasca in un'altra edizione dello stesso anno. 32 La tesi dell'opusco­lo è che `la diocesi Milanese continuò a serbarsi indipendente sino alla metà dell'undicesimo secolo'. 33L'andamento delle argomentazioni, il tono generale e il linguaggio dell'opuscolo è tale da suggerire che non solo la nona ma tutte le Dieci lettere siano la sua naturale emanazione.

Lo stesso opuscolo appare come capitolo conclusivo (il XIII), intitola­to `Sull'indipendenza della Chiesa dell'Italia Settentrionale', del lavoro successivo Sullo Stato dell'Antica Chiesa del Piemonte. Considerazioni cavate dalla storia per cura di Ottavio Tasca.34

Da Peter Allix e dalle Dieci lettere derivano anche i due Quesiti al Parlamento Italiano, 35 non a caso firmati `Filalete Cattolico'. Il primo sostiene che se i vescovi d'Italia `vogliono essere considerati dal Par­lamento come cittadini Italiani e godere quindi la tutela delle leggi pa­trie, dovranno rigettare e disdire quel giuramento di vassallaggio al Papa' che il Pontificale Romano impone loro. Il secondo esordisce così: `L'attuale Ministero professa di accettare il principio: Libera Chiesa in Libero Stato. Cominci dunque a tradurre in atto ciocché esso proclama in parole. Si restituisca al Popolo ed al Clero d'Italia il loro antico in­contrastabile diritto di scegliersi i loro propri Vescovi. Non si lascino carpire le libertà della Nazione, né abbandonare i diritti del Popolo e della Nazione nelle mani del Papato'. Questa volta Tasca chiama a soste­gno della sua tesi non teologi protestanti, ma il Rosmini de Le cinque piaghe della Santa Chiesa. 36 Del testo di Rosmini Tasca usa solo il cap. IV `Della piaga del piede destro della santa Chiesa, che è la nomina de' Vescovi abbandonata al potere laicale'. Ne condivide la tesi antierastiana per cui l'elezione dei vescovi spetta al popolo e al clero e non al re o al governo. Ma salta i passi nei quali Rosmini difende il potere temporale del Papa.. 37

Il 1865 è l'anno in cui Tasca raggiunge la piena sicurezza e dichiara apertamente il suo protestantesimo, pubblicando Credenda. 38 La Expo­sition of the Creed (1659) di John Pearson (1613‑86), vescovo di Che­ster, è la formulazione più completa della dogmatica anglicana. Tasca dovette scegliere questo testo per il suo prestigio indiscusso nell'am­biente anglicano e in particolare nel Movimento di Oxford. Egli traduce solo la Exposition, senza le note marginali e le ricchissime glosse patristi­che che avrebbero reso il lavoro troppo voluminoso e ne avrebbero im­pedito la diffusione. L'opuscolo contiene una presentazione di Charles Wordsworth (1806‑92),39 datata 26 giugno 1865. La prefazione di Ta­sca, che è del 1 settembre 1865 40 è ben più importante ai nostri fini del testo stesso. Merita di essere riportata integralmente:

 

`Ciò che mi ha principalmente indotto a tradurre questo aureo opuscolo del Vescovo Scozzese di S. Andrea (opuscolo ch'essere potrebbe lodevolissimo lavoro anche del più dotto e severo tra i vescovi della Chiesa Romana) si fu il desiderio di mostrare a que' lettori che per caso lo ignorassero, come i Protestanti in genere e gli Inglesi in ispecie siano veri ed eccellenti Cristiani, benché staccati dalla dipendenza di Roma papale. E tale mia dimostra­zione al pio scopo di ribattere le calunnie che sul conto delle cre­denze loro vengono giornalmente lanciate da que' tali che per effetto di crassa ignoranza, per bile di cieco fanatismo, per falso zelo o per calcolo egoistico cercano di trarre in inganno le ignare turbe, e di aizzarne l'odio contro i Cattolici Riformati, dipengen­doli all'altrui credulità come empi ed infedeli. E difatti detrattori, così operando rinnegano questa costante verità: ‑ che tutti i credenti in Cristo sono fratelli tra loro e stretti dai vincoli di quella legge di reciproca carità che è il Vangelo, il quale comanda di amar Dio sopra ogni cosa ed il prossimo come noi stessi'.

 

Ci troviamo davanti alla dichiarazione più esplicita di Tasca, che ormai distingue nettamente fra cristianesimo e cattolicesimo romano, fra Van­gelo autentico e sua deviazione storica. Egli fa credito al protestantesimo di essere rimasto fedele alla primitiva purezza del messaggio. Restio a qualificarsi con un termine che possa farlo apparire come rivoluzionario e fautore di ogni `cambiamento licenzioso' alla pari dei novatores cin­quecenteschi, 41 Tasca si definisce cattolico‑riformato: quindi nulla è cambiato.

In realtà tutto è mutato, a cominciare dal significato dei termini. `Cristiano' non è più sinonimo di cattolico romano, bensì di protestan­te/anglicano. Questa è l'accezione che il termine ha in Inni Cristiani, come del resto anche in The Christian Year di Keble. Conseguentemen­te anche `inno' andrà inteso secondo la connotazione che gli è propria nell'ambito dell'innografia protestante.

Continua

 

BRUNO GALLO

 

 

 

 

 

1. La bibliografia è piuttosto limitata. Vedi C. CAVERSAZZI, 'Ottavio Tasca: schizzo biografico e letterario', Bergomum, gennaio‑marzo 1941, pp. 1‑4; ‘Lettere di vari personaggia O. Tasca’, Bergomum, aprile‑giugno 1941, pp. 1‑40; ‘Poesie di Ottavio Tasca’, Bergomum, ottobre‑dicembre 1941, pp, 1‑8; ‘Notizietta su Ottavio Tasca in esilio’, Bergomum, gennaio-marzo 1944, pp. 42‑45; G. ANTONUCCI, ‘Un sonetto inedito di Ottavio Tasca’, Bergomum,aprile‑giugno 1944, pp. 90-91; ‘Ancora due sonetti di Ottavio Tasca’, Bergomum, luglio-dicembre 1945, pp. 55‑60. B. BELOTTI, Storia di Bergamo e dei Bergamaschi, Poligrafiche Bolis, Bergamo 1959; U. ZANETTI, ‘Ottavio Tasca poeta e patriota. La vita’, La Rivista di Bergamo, I, Gennaio 1972, pp. 5-12; ‘Ottavio Tasca poeta e patriota. Le opere’, La Rivista di Bergamo, 2, Febbraio 1972, pp. 5-14.

2. B. BELOTTI, op. cit., V, pp. 434‑503.

3. Ibid., p. 505.

4. Ibid

5. U. ZANETTI, ‘Ottavio Tasca poeta e patriota. Le opere’, La Rivista di Bergamo, 2, Febbraio 1972, p. 5.

6. Ibid.

7. B. BELOTTI, op. cit., VI, p. 6: “E qui bisogna sapere che il popolo milanese usava chiamare ‘Società del Biscottino’ una certa associazione di cosidette ‘damazze’ della no biltà, che in origine solevano portate qualche biscotto agli infermi, ma che poi si erano   date ad una subdola e viperina propaganda austriacante e reazionaria. Tali nobili donne entravano nelle famiglie

con untuosi atteggiamenti e ne turbavano la quiete, mettendo in sinistra luce specialmente la gioventù patriottica e spaventandone i parenti”.

8. Il componimento, in strofe di sei endecasillabi rimanti ababcc ‑ la forma metrica  preferita da Tasca ‑ è senza data; dovette essere scritto verso il 1847, dopo che Pio IX ebbe dato il via alle riforme.

   9. Capolago, Tipografia Elvetia 1847.

10. Senza data.

11. All'Illustre Oratore Sacro Don Giuseppe Barbieri. Senza data. Un giudizio diametralmente opposto a quello di Tasca sull’oratoria di Barbieri, giudizio che può leggersi come espressione della voce ufficiale del Vaticano, si trova in Rimembranze degli Ultimi Quattro Papi e di Roma ai tempi loro, Milano 1858 (prima versione dall’inglese) del Card. Nicholas Wiseman: ‘Sarebbe ingiustizia il dire che fosse questo unicamente (squisita fraseologia/periodi armoniosi) ciò che attraeva di fresco le folle alle prediche dell'Avvocato Barberi (sic), il quale, negli anni suoi maturi, cambiò la toga forense nella sottana, e trasferì la sua eloquenza dal foro al pulpito’.

   12. Di scarsa importanza ci sembrano le pur numerose poesie d'occasione di Tasca.

   13. U. ZANETTI, ‘Ottavio Tasca poeta e patriota. La vita’, La Rivista di Bergamo, 1, Gennaio 1972, pp. 9‑10; B. BELOTTI, op. cit., VI, p. 151, nota 17: ‘Il Tasca fu ammesso a tornare negli stati austriaci, con liberazione dei suoi beni dal sequestro, il 1° dicembre  1856’.

14. Milano, Redaelli 1860.

    15. L’Ode a Grumello pubblicata nel 1858 poté essere spedita per lettera o portata a mano da altra persona. Lo stesso può dirsi di altri componimenti della stessa data.

    16. U.. ZANETTI, ‘Ottavio Tasca poeta e patriota. La vita’, La Rivista di Bergamo, 1, Gennaio 1972, p. 20. La lettera è stata rintracciata da C. Caversazzi.

    17. Per quella francese il problema non si pone, perché Tasca aveva già scritto poesie in francese ed era in corrispondenza con letterati d'oltralpe.

    18. Dopo le due `voci' provenienti l'una dal Paradiso e l'altra dall'Inferno, la terza dice: `Dall'abisso che ci tiene / Noi clamiamo a Te, o Signor! / Abbian fine le acerbe pene / Che c'impone il tuo rigor'. Evidente la traduzione del Salmo De pruf undis, elemento essenziale del rito del Giorno dei Morti.

   19. U. ZANETTI, 'Ottavio Tasca poeta e patriota. La vita', La Rivista di Bergamo, 1, Gennaio 1972, p. 9.

   20. La composizione è probabilmente del 1861, quando Cantù iniziò il suo triplice

mandato parlamentare.

    21. Lettera d'un Prelato lombardo a S.M. il Re di Prussia, estratto dallo Spirito Fol­

letto del 5 marzo 1863.

   22. Pel monumento a Gustavo Modena. Versi di Ottavio Tasca, Bergamo, Pagnoncelli, 1862.

   23. IL Futuro Concilio dei Vescovi in Roma. Poemetto di Ottavio Tasca, Milano, Re. daelli 1862.

   24. L'episodio biblico della cacciata di Eliodoro dal Tempio è sfruttato anche dai Trattariani inglesi nella loro polemica contro la politica erastiana del governo. Vedi B. GALLO, 'John Keble ossia del metodo indiretto', Studi di Anglistica, I (1982), Istituto Universitario di Bergamo, pp. 125‑126.

   25. Spedita da Seriate (Villa Ambiveri), dove Tasca si era ritirato dopo il ritorno dall'esilio.

   26. Si tratta di A. MORETTI, La parola di Dio e i moderni Farisei, Bergamo, Bolis 1983. Cfr, B. BELOTTI, Op. cit., VI, pp. 244‑245.

   27. Significativamente Tasca è presente come innografo (originale) in due pubblicazioni fiorite nell'ambito protestante ormai non più solo bergamasco. Inni Cristiani Antichi e Moderni per uso delle congregazioni della Chiesa Cattolica Nazionale d'Italia, Sanremo 1895 (Tomo I) riporta tre inni di Tasca dall'edizione del 1866, i nn. 7 ('Udite! Nunzi gli Angeli'), 76 ('O Soldati di Cristo sorgete') e 80 ('Oh, qual piacer col nome'). Ugualmente presente, senza però essere nominato, è Tasca in Inni Evangelici, Bergamo 1942, con i nn. 80, 172 ('Per tutto il ben che lungo il dì mi festi') e 119 ('Vo ricinto d'insidie funeste'), tutti e tre purgati nei tratti più arcaici del linguaggio.

   28. Torino, Baglione 1864.

   29. Vedi il suo Tract Lengtb ot tbe Public Service. Cfr. B. GALLO, 'John Keble, ossia del metodo indiretto', Studi di Anglistica,I (1982), Istituto Universitario di Bergamo, p.108.

   30. La indipendenza della Chiesa dell'Italia Settentrionale provata dalla Storia, per cura di Ottavio Tasca, Bergamo, Bolis 1863.

   31. Nato ad Alencon, dopo la revoca dell'editto di Nantes emigrò a Londra, dove fondò una chiesa per i rifugiati protestanti; professore di teologia a Oxford e Cambridge, pubblicò opere in latino, francese ed inglese.

   32. Sulla indipendenza della Chiesa dell'Italia Settentrionale. Estratto d'un opera di Pietro Allix D.D. tradotto dall'originale inglese da Ottavio Tasca, Bergamo, Bolis 1863.

   33. Sulla indipendenza..., cit. p. 3.

   34. A p. 137 dell'opuscolo la nota (1) dell'autore dice: `Il capitolo che segue fu già pubblicato dall'autore or fanno due anni. L'approvazione di che molte persone dotte e competenti onorarono tale parziale pubblicazione, di cui si fecero tre edizioni, indusse l'autore medesimo a qui riprodurlo come complemento e conclusione del presente opu­scolo'.

   35. Un Quesito al Parlamento Italiano; Un secondo Quesito al Parlamento Italiano e per la Nazione Italiana, Bergamo, Bolis 1867.

   36. L'opera del Rosmini è del 1832; Tasca usa l'edizione del 1860.

   37. Vedi Le cinque piaghe della Santa Chiesa, cit., pp. 164, 166.

   38. Credenda (Articoli di Fede) o Parafrasi Sommaria di Ciascun Articolo del Credo degli Apostoli estratta dalla Esposizione del Vescovo Inglese Pearson e tradotta da Ot­tavio Tasca, Bergamo, Bolis 1865.

   39. Teologo, pubblicò fra l'altro On Shakespeare's Knowledge and Use of the Bible (1864).

   40. Ciò conferma la rapidità dei contatti di Tasca col mondo inglese.

   41. Stigmatizzati ancora nel 1799 da B. A. Cappellari (1765‑1846), il futuro Papa Gre­gorio XVI, in Il trionfo della Santa Sede contro gli assalti dei novatori.