INDICE DELLA RIVISTA N. 4 Maggio 1983

Giuseppe Belotti  

I PRINCIPI DELL'ATTIVITA SOCIALE E POLITICA

DI NICOLO' REZZARA *    

Albert Camus, in uno dei suoi tanti pensieri sparsi, ha lasciato scritto: `La storia altro non è che lo sforzo disperato degli uomini di dar corpo ai più chiaroveggenti fra i loro sogni'. Tradotto in termini cristiani, la storia ‑ intesa come diagramma delle ascensioni umane, del progresso dell’umanità ‑ altro non è che lo sforzo degli uomini più dotati, più illuminati, più generosi, di dar corpo, con un lavoro en équipe, ai loro progetti di attuazione del messaggio cristiano, cioè di liberazione dell'uomo dalla schiavitù dell'ignoranza, dell'oppressione, del bisogno, della paura.

Nicolò Rezzara, in questo senso, pur nell'umiltà del suo silenzio schivo di plausi e di onori, è uno di questi factores Verbi, di questi facitori di storia, che più degli altri ebbero viva coscienza di un mondo nuovo che stava sorgendo con la rivoluzione industriale, e scesero in campo con umili mezzi e grande coraggio per la liberazione dell'uomo, per il risorgimento del lavoro, per condizioni più umane di vita per la gente dei campi e delle officine. Oggi, in una prospettiva guardata da lontano, è forse più facile individuare i càrdini dell'architettura sociale rezzariana di quello che lo sia stato per i contemporanei di Rezzara; anche se c'è un abisso tra i tempi nostri e quelli del grande maestro.

Nel secondo Ottocento fino alla prima guerra mondiale la classe politica dominante, cioè la classe dirigente liberale ispirata ai principi della scuola classica manchesteriana (una classe politica che, a causa del suffragio elettorale ristrettissimo, rappresentava solo il 2 per cento circa della popolazione italiana) aveva costruito uno Stato sostanzialmente `assenteista' sotto il profilo sociale: uno Stato che anche dopo l'avvento (assai ritardato in Italia rispetto agli altri maggiori paesi d'Europa) della prima rivoluzione industriale, quella del vapore e dell'elettricità, nelle lotte tra capitale e lavoro si limitava alla parte del `carabiniere': facendo, per il resto, la parte dei Cesari nel circo, cioè attendendo passivamente l'esito della lotta tra i gladiatori.

Ivano Francesco Ferrara, il più grande degli economisti del Risorgimento, aveva ammonito dalla sua cattedra universitaria di Torino che se lo Stato avesse continuato nel suo assenteismo in campo sociale avrebbe fatto il gioco dei più forti a danno dei più deboli, predestinandosi a `ruina certa', mentre era doveroso scendere in campo per realizzare la `socialità nella libertà', facendo sì che `i ricchi fossero sempre meno ricchi, e i poveri sempre meno poveri'.

In agricoltura, dominava il latifondo, l'usura, la pellagra, 1'alcoolismo, l'analfabetismo, la miseria: l'assenteismo padronale dai fondi di proprietà con l'abbandono dell'amministrazione di essi nelle mani di intermediari rapaci e spietati favoriva l'usura e lo sfruttamento dei lavoratori della campagna; in città, pellagra, usura, sfruttamento del lavoro, soprattutto delle donne e dei fanciulli costretti a vivere in tuguri malsani, faceva covare nel seno delle moltitudini un senso mal represso di odio e di rivolta verso la classe dirigente post‑risorgimentale.

In Sicilia nel 1893‑94 era scoppiata la rivolta della fame, repressa dal Crispi manu militari; nel maggio di sangue 1898 a Milano, i cannoni del generale Bava Beccaris avevano stroncato le dimostrazioni popolari di protesta; e i tribunali militari, su istruzioni del premier Di Rudinì avevano condannato alla reclusione, col prete don Davide Albertario, i socialisti Turati e Kuliscioff e il radicale Romussi.

Rezzara capì che non bastava protestare; bisognava agire, organizzare, costruire.

Dopo il memorabile Congresso di Bergamo dei cattolici d'Italia, cioè la loro `costituente sociale' dell'ottobre 1877, resta nell'ombra fino alla primavera del 1880. Fa come il colombo viaggiatore, come l'uccello migratore, che prima di lanciarsi in volo si levano alti nel cielo a studiare gli orizzonti, a scegliersi i compagni, a individuare la via da percorrere. I socialisti sono già in moto; ma sono ancora nella fase primitiva, quella barricadiera, bakuniniana, dominati da un vuoto rivoluzionario verbale. I cattolici hanno la palla al piede del non expedit, cioè della consegna disciplinare ecclesiale del `né eletti né elettori', che non consente loro di mandare rappresentanti propri in Parlamento; sono, per di più, esclusi dalle cariche pubbliche e dai posti d'insegnamento nelle scuole pubbliche come `nemici della Patria': solo nell'ambito amministrativo avranno, in un secondo tempo, possibilità di accesso.

Rezzara capisce che, per avere successo nell'azione costruttiva in campo sociale, bisognava avere alleata la pubblica opinione, bisognava creare degli organi di stampa.

Ed ecco, il 1° maggio 1880, il primo numero del giornale quotidiano L'Eco di Bergamo; ecco, cinque anni dopo, il battagliero settimanale IL Campanone, diretto dallo stesso Rezzara, come strumento affiliato di lotta politica; ecco il settimanale illustrato Pro Familia, a raggio nazionale di diffusione; e persino un giornaletto settimanale a colori, per ragazzi, Ore liete, pure a raggio nazionale di diffusione, poi rilevato dalla Editrice La Scuola di Brescia.

Certo sbaglia Giovanni Spadolini, quando scrive nel suo Papato socialista che i cattolici erano particolarmente sensibili alle opinioni di Renan e di Pareto sulla provvidenzialità dell'analfabetismo dei contadini, che li faceva più capaci di meglio intendere i segreti della natura e di mettersi in comunione con Dio. Al Congresso di Torino, Rezzara ribadirà con vigore: `No, no: con gli ignoranti non si fa nulla di buono, non si vincono le battaglie'. Ed ecco le iniziative rezzariane nel campo della lotta all'analfabetismo e della diffusione della cultura: dall'insegnamento popolare gratuito per adulti, alla Scuola sociale (di grado universitario, con rilascio di diplomi di laurea riconosciuti dalla Santa Sede), all'Università Popolare, ai Corsi di preparazione sociale e sindacale.

Ci vorrebbe, poi, una speciale conversazione per lumeggiare le battaglie di Rezzara per la libertà dell'insegnamento, a fianco del grande vescovo di Bergamo mons. Radini Tedeschi. `In campo scolastico, come nelle organizzazioni economiche ‑ testimonia Filippo Meda che lo conobbe da vicino ‑ Rezzara si era acquistata una competenza insigne'.

Lo spettacolo, però, più desolante che si para davanti agli occhi nell'epoca di Rezzara, è quello della gente che muore di pellagra nei tuguri della città, nelle case coloniche più squallide del contado. Ed ecco, nell'ottobre 1881 l'Opera Rezzariana delle Cucine Economiche, che a Bergamo ha fatto un bene immenso, imponendosi all'ammirazione degli avversari e fu famosa al punto di essere chiamata anche fuori, quando sismi e alluvioni devastarono le province lombardo‑venete.

Altra piaga sociale che Rezzara combatte decisamente è quella dell'usura, la usura vorax bollata nella leoniana enciclica Rerum Novarum, con l'istituzione in tutti i centri maggiori della diocesi di una Cassa Rurale, perché favorisse l'adozione di metodi razionali di coltura, rendendo possibile l'impiego di macchine agricole e dei concimi chimici propagandati da Cattedre ambulanti di agricoltura e ceduti a credito dall'Unione Agricola Bergamasca, altra grande creatura rezzariana, incorporata d'autorità nel ventennio fascista nel Consorzio Agrario Provinciale.

In Città, poi, soprattutto i poveri mangiavano pane gramo e costoso; ed ecco il rezzariano Panificio Bergamasco, col suo mulino del Galgario ed i suoi 20 spacci di vendita, allo scopo di calmierare il prezzo del pane e migliorarne la qualità, attraverso l'adozione di più razionali metodi di panificazione.

Dal momento che totale era l'assenza di provvidenze legislative in materia di assistenza e previdenza per i lavoratori di città e delle campagne, ecco Rezzara farsi promotore di Società con mutuo soccorso in tutti i centri della diocesi, poi riunite in una Federazione diocesana e regionale. E’ l'avvento della `solidarietà' nel mondo del lavoro, che si tradurrà nella `mutualità' operaia e nella `coscienza cooperativa'.

Ma questa `mutualità', questo `uno per tutti e tutti per uno' in uno Stato cosiddetto democratico, ma in realtà coi più poveri abbandonati al gioco egoistico dei più ricchi, alle spietate leggi di mercato del lavoro e della sussistenza, trovò espressione in due leve fondamentali, in due idee‑forza della costruzione rezzariana: la cooperazione e il sindacalismo. La `cooperazione', nata nell'inverno 1843 nel villaggio industriale di Rochdale, sobborgo di Manchester, ad iniziativa di 28 miseri operai tessitori sfruttati dalla trionfante grande industria tessile d'Inghilterra, 5 anni prima del Manifesto di Marx e Engels, nata quindi `sul banco dell'operaio', per difendere il potere d'acquisto del salario dall'ingordigia degli intermediari commerciali, attraverso una società di acquisti collettivi in cui `capitale e lavoro siano nelle stesse mani', divenne lo strumento‑principe nelle mani di Rezzara. Cooperative di consumo, di lavoro, edilizie, agricole (sotto forma di affittanze collettive a conduzione divisa) fiorirono in crescendo sotto la regia di Rezzara e dei suoi collaboratori.

La stessa Banca Piccolo Credito Bergamasco, che Rezzara ideò come centrale di difesa contro l'usura, come centro di esercizio del `credito sull'onore', come centro di raccolta e di amministrazione dei fondi delle Casse Rurali e degli enti mutualistici con mutuo soccorso, fu costituita in forma cooperativa a capitale illimitato, perché mantenesse fluida la circolazione finanziaria, in un flusso e riflusso autonomo dei vasi capillari a un cuore, collegato col cervello dell'intero movimento. Ma la cooperazione non poteva, e non può, rappresentare la soluzione integrale della questione sociale. La cooperazione è possibile solo quando l'impresa, nelle sue esigenze d'impianto e funzionali, può fare a meno del grosso capitalista, in quanto negli stessi cooperatori‑lavoratori risiede la possibilità di provvedere, assieme, al capitale necessario. L'esercizio della grande industria ‑ reso necessario in prosieguo di tempo dalla grande espansione demografica ‑ richiede l'impiego di capitali così ingenti e postula dimensioni aziendali tali da rendere impossibile la personale e responsabile partecipazione del singolo lavoratore alla direzione e alla vita dell'azienda, partecipazione che è il presupposto irrinunziabile dell'autentica cooperazione.

Laddove è inevitabile che il capitale assuma proporzioni gigantesche, sarà compito del `sindacalismo' tutelare l'interesse dei lavoratori. Ed ecco Rezzara, ben conscio di ‑questi limiti dello strumento cooperativo e della indispensabilità dello strumento sindacale, diventare `sindacalista', tirandosi addosso ancor più l'animoso dissenso del conte Medolago Albani, soprattutto come promotore e animatore dello sciopero di Ranica del 1909 (confortato del consenso e della partecipazione alla sottoscrizione pro operai scioperanti dei Cardinali Cavagnis e Ferrari arcivescovo di Milano, del vescovo di Bergamo Radini Tedeschi e del suo segretario don Angelo Roncalli) in difesa del diritto dei lavoratori di organizzarsi sindacalmente anche all'interno delle fabbriche: diritto propugnato dalla leoniana Rerum Novarum. Troppo altro rimarrebbe da dire. Ma la discrezione m'impone di concludere.

Uno sguardo complessivo alla figura e all'opera di Rezzara, induce a concludere che la parte emergente dell'iceberg rezzariano restano oggi L'Eco di Bergamo, il Credito Bergamasco e la Casa del Popolo; ma sommerse o non appariscenti rimangono opere innumerevoli, che fanno pensare a Rezzara come a una di quelle creature che la Provvidenza fa nascere, per le ascensioni umane, solo a intervalli di secoli.

                                                                                      GIUSEPPE BELOTTI  

 

* Commemorazione tenuta il 19 febbraio 1983 presso la Sala dell'Archivio di Stato in Bergamo, nell'ambito del convegno su `L'opera sociale ed economica di Nicolò Rezzara (1848‑1915)' organizzato dal Circolo culturale 'Nicolò Rezzara' di Bergamo. Occasione: la comparsa in seconda edizione riveduta e ampliata, promossa dal Credito Bergamasco, del volume monografico di Giuseppe Belotti, Nicolò Rezzara, Bergamo 1982 (1956), pp.96‑LXXX.

Ricordiamo che Nicolò Rezzara nacque l'8 marzo 1848 a Chiuppano, in provincia di Vicenza, da una famiglia di modeste condizioni. Orfano a sette anni, fu mantenuto negli studi da uno zio materno. Frequentò prima le scuole tecniche a Vicenza e poi conseguì all'Università di Padova un diploma di abilitazione all'insegnamento della storia, guadagnandosi nel frattempo da vivere insegnando presso istituti privati. Licenziatosi dal collegio comunale 'Cordellina Bissari' di Vicenza per non aver voluto sottostare all'anticlericalismo ivi imperante, rimase disoccupato alcuni mesi finché, nell'ottobre del 1877, non trovò lavoro, sempre come insegnante, a Bergamo, dove si trasferì e risiedette fino alla morte. Da cattolico convinto e 'intransigente' qual'era, prese parte fin dall'inizio all'attività delle associazioni cattoliche vicentine, fondando tra l'altro il settimanale Il Berico. A Bergamo continuò su questa strada, fino a divenire uno dei capi indiscussi del movimento cattolico locale. Sul piano nazionale, poi, fu tra i massimi esponenti dell'Opera dei Congressi (segretario generale per quattordici anni e dieci volte relatore ufficiale) e ottenne da Pio X la prima eccezione al non expedit per le elezioni politiche del 1904, lavorando, anche tra incomprensioni, per la piena partecipazione dei cattolici alla vita politica italiana. Morì povero, terziario francescano, il 6 febbraio 1915.

Non ancora censiti sono i molti articoli di Rezzara comparsi su vari quotidiani e periodici come il Dono di Pasqua, Il Berico, La libertà d'insegnamento, La scuola cattolica, L'Eco di Bergamo, Il movimento cattolico, Il Campanone, Azione popolare, ecc.

Degli opuscoli pubblicati da Rezzara esiste invece un elenco (46 sono i titoli ivi ricordati) in o. CAVALLERI, IL movimento operaio e contadino nel bresciano (1878‑1903), Edizioni 5 Lune, Roma 1972, pp. 666‑667; elenco da integrare con altri titoli ricordati in G. BELOTTI, Nicolò .Rezzara, cit., p. 170 e in L. TREZZI, Nicolò Rezzara in AA.VV., Dizionario storico del movimento cattolico in Italia (1860,1980), Marietti, Casale Monfer‑ rato 1982, vol. II, p. 540. Di Rezzara andranno visti inoltre i molti inediti (lettere, documenti, appunti, ecc.) conservati nel `Fondo Nicolò Rezzara' presso l'Archivio della Curia Vescovile di Bergamo (cfr. a questo proposito A. PESENTI, Il fondo Nicolò Rezzara presso l'Archivio della Curia di Bergamo, in 'Bollettino dell'archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia', 1966, n. 1, pp. 182‑184); andranno poi consultati l'Archivio del 'Comitato generale permanente dell'Opera dei congressi e dei comitati cattolici in Italia' presso il Seminario Patriarcale di Venezia e altri documenti conservati alla Biblioteca Apostolica Vaticana.

Su Rezzara si deve ancor oggi lamentare, nonostante i lavori del Belotti, una carenza di ricerche approfondite. Fanno eccezione soprattutto: R. DELLA CASA, I Nostri. Quelli di ieri e quelli d'oggi, Enrico Martinelli ed., Treviso 1903, pp. 295‑298; 'L'Eco di Bergamo' del 6, 7, 8, 9, 10 e del 14 febbraio 1915 (qui si trova anche una interessante rassegna stampa degli articoli comparsi su altri quotidiani italiani in occasione della morte di Rezzara); S. MEDOLAGO ALBANI, Due Campioni dell'Azione cattolica bergamasca. Prof. comm. Nicolò Rexzara. Prof. cav. Giambattista Caironi, Società editrice S. Alessandro, Bergamo 1916; C. GIAVAZZI, Nel decennio della morte di Nicolò Rezzara in `Civitas', 1925, n. 5, pp. 68‑72; G. BELOTTI, Nicolò Rezzara nella storia di Bergamo e del movimento sociale cattolico in Italia, Società editrice S. Alessandro, Bergamo 1956 (pubblicato contemporaneamente su `Bergamo. Rassegna mensile della Camera di commercio industria e agricoltura di Bergamo', 1956, n. 8‑9, pp. 5‑151); A. GAMBASIN, Il movimento sociale nell'Opera dei congressi (1874‑1904), Ed. Università Gregoriana, Roma 1958; S. MARIANI, Appunti per una storia del movimento cattolico nell'età giolittiana, in `Rassegna di politica e di storia', 1960, n. 69, pp. 19‑30 e n. 71, pp. 15‑26; S. MALINVERNI, L'ambiente cattolico bergamasco all'epoca del Vescovo Guindani (1879‑1904), in AA.VV., Aspetti della cultura cattolica nell’età di Leone XIII, Ediz 5 Lune, Roma 1961, pp. 569595; AA.VV., Nicolò Rezzara, a cura della Banca Piccolo Credito Bergamasco, Tip. Pontificia Vescovile S. Giuseppe G. Rumor, Vicenza s.d. (commemorazione tenuta a Chiuppano il 3 settembre 1961. L'opuscolo contiene un importante messaggio di Papa Giovanni XXIII, un discorso del Card. Urbani e una relazione dell'On. Giuseppe Belotti); G. DE ROSA, Il movimento cattolico in Italia. Dalla Restaurazione all'età giolittiana, Latenza, Bari 1979 (1966); A. AGAZZI, I cattolici bergamaschi e l'attenuazione del 'nonexpedit'. Contributo alla storia del decennio 1904‑1913, in `Rassegna storica del Risorgimento', 1971, n. 1, pp. 53‑57; A. AGAZZI, Cristiano sociali e intransigenti. L'opera di Medolago Albani fino alla 'Rerum Novarum', Ediz. 5 Lune, Roma 1971; A. AGAZZI, La socialità cattolica nel pensiero e nell'opera di Nicolò Rezzara, in AA.VV., Cattolici e liberali veneti di fronte al problema temporalistico ed alla questione romana, Vicenza 1972, pp. 275‑300; C. COLOMBELLI PEOLA, Il movimento sociale cattolico nelle campagne bergamasche (1894‑1904), Sugarco edizioni, Milano 1977; supplemento a `L'Eco di Bergamo' del 1° maggio 1980, intitolato L'Eco di Bergamo come è nato 100 anni fa e come nasce ogni giorno, a cura di Luigi Carrara; L. TREZZI, Nicolò Rezzara, Cit.; G. BELOTTI, Nicolò Rezzara, cit. (l'edizione ampliata e riveduta del 1982 contiene anche la ristampa degli scritti di Medolago Albani e Giavazzi sopra ricordati).