Giuseppe Belotti
I PRINCIPI DELL'ATTIVITA SOCIALE E POLITICA
DI NICOLO' REZZARA *
Albert Camus, in uno dei suoi tanti pensieri sparsi,
ha lasciato scritto: `La storia altro non è che lo sforzo disperato degli
uomini di dar corpo ai più chiaroveggenti fra i loro sogni'. Tradotto in
termini cristiani, la storia ‑ intesa come diagramma delle ascensioni
umane, del progresso dell’umanità ‑ altro non è che lo sforzo degli
uomini più dotati, più illuminati, più generosi, di dar corpo, con un lavoro en équipe, ai loro progetti di attuazione del messaggio cristiano, cioè di
liberazione dell'uomo dalla schiavitù dell'ignoranza, dell'oppressione, del
bisogno, della paura.
Nicolò Rezzara, in questo senso, pur nell'umiltà del
suo silenzio schivo di plausi e di onori, è uno di questi factores Verbi, di questi facitori di storia, che più degli altri
ebbero viva coscienza di un mondo nuovo che stava sorgendo con la rivoluzione
industriale, e scesero in campo con umili mezzi e grande coraggio per la
liberazione dell'uomo, per il risorgimento del lavoro, per condizioni più umane
di vita per la gente dei campi e delle officine. Oggi, in una prospettiva
guardata da lontano, è forse più facile individuare i càrdini dell'architettura
sociale rezzariana di quello che lo sia stato per i contemporanei di Rezzara;
anche se c'è un abisso tra i tempi nostri e quelli del grande maestro.
Nel secondo Ottocento fino alla prima guerra
mondiale la classe politica dominante, cioè la classe dirigente liberale
ispirata ai principi della scuola classica manchesteriana (una classe politica
che, a causa del suffragio elettorale ristrettissimo, rappresentava solo il 2
per cento circa della popolazione italiana) aveva costruito uno Stato
sostanzialmente `assenteista' sotto il profilo sociale: uno Stato che anche
dopo l'avvento (assai ritardato in Italia rispetto agli altri maggiori paesi
d'Europa) della prima rivoluzione industriale, quella del vapore e
dell'elettricità, nelle lotte tra capitale e lavoro si limitava alla parte del
`carabiniere': facendo, per il resto, la parte dei Cesari nel circo, cioè
attendendo passivamente l'esito della lotta tra i gladiatori.
Ivano Francesco Ferrara, il più grande degli
economisti del Risorgimento, aveva ammonito dalla sua cattedra universitaria
di Torino che se lo Stato avesse continuato nel suo assenteismo in campo
sociale avrebbe fatto il gioco dei più forti a danno dei più deboli,
predestinandosi a `ruina certa', mentre era doveroso scendere in campo per
realizzare la `socialità nella libertà', facendo sì che `i ricchi fossero
sempre meno ricchi, e i poveri sempre meno poveri'.
In agricoltura, dominava il latifondo, l'usura, la
pellagra, 1'alcoolismo, l'analfabetismo, la miseria: l'assenteismo padronale
dai fondi di proprietà con l'abbandono dell'amministrazione di essi nelle mani
di intermediari rapaci e spietati favoriva l'usura e lo sfruttamento dei lavoratori
della campagna; in città, pellagra, usura, sfruttamento del lavoro, soprattutto
delle donne e dei fanciulli costretti a vivere in tuguri malsani, faceva
covare nel seno delle moltitudini un senso mal represso di odio e di rivolta
verso la classe dirigente post‑risorgimentale.
In Sicilia nel 1893‑94 era scoppiata la
rivolta della fame, repressa dal Crispi manu militari; nel maggio di sangue
1898 a Milano, i cannoni del generale Bava Beccaris avevano stroncato le
dimostrazioni popolari di protesta; e i tribunali militari, su istruzioni del
premier Di Rudinì avevano condannato alla reclusione, col prete don Davide Albertario,
i socialisti Turati e Kuliscioff e il radicale Romussi.
Rezzara capì che non bastava protestare; bisognava
agire, organizzare, costruire.
Dopo il memorabile Congresso di Bergamo dei
cattolici d'Italia, cioè la loro `costituente sociale' dell'ottobre 1877, resta
nell'ombra fino alla primavera del 1880. Fa come il colombo viaggiatore, come
l'uccello migratore, che prima di lanciarsi in volo si levano alti nel cielo a
studiare gli orizzonti, a scegliersi i compagni, a individuare la via da
percorrere. I socialisti sono già in moto; ma sono ancora nella fase primitiva,
quella barricadiera, bakuniniana, dominati da un vuoto rivoluzionario verbale.
I cattolici hanno la palla al piede del non
expedit, cioè della consegna disciplinare ecclesiale del `né eletti né
elettori', che non consente loro di mandare rappresentanti propri in
Parlamento; sono, per di più, esclusi dalle cariche pubbliche e dai posti
d'insegnamento nelle scuole pubbliche come `nemici della Patria': solo
nell'ambito amministrativo avranno, in un secondo tempo, possibilità di
accesso.
Rezzara capisce che, per avere successo nell'azione
costruttiva in campo sociale, bisognava avere alleata la pubblica opinione,
bisognava creare degli organi di stampa.
Ed ecco, il 1° maggio 1880, il primo numero del
giornale quotidiano L'Eco di Bergamo; ecco,
cinque anni dopo, il battagliero settimanale IL Campanone, diretto dallo stesso Rezzara, come strumento affiliato di lotta politica; ecco il
settimanale illustrato Pro Familia, a
raggio nazionale di diffusione; e persino un giornaletto settimanale a colori,
per ragazzi, Ore liete, pure a raggio
nazionale di diffusione, poi rilevato dalla Editrice La Scuola di Brescia.
Certo sbaglia Giovanni Spadolini, quando scrive nel
suo Papato socialista che i
cattolici erano particolarmente sensibili alle opinioni di Renan e di Pareto
sulla provvidenzialità dell'analfabetismo dei contadini, che li faceva più
capaci di meglio intendere i segreti della natura e di mettersi in comunione
con Dio. Al Congresso di Torino, Rezzara ribadirà con vigore: `No, no: con gli
ignoranti non si fa nulla di buono, non si vincono le battaglie'. Ed ecco le
iniziative rezzariane nel campo della lotta all'analfabetismo e della
diffusione della cultura: dall'insegnamento popolare gratuito per adulti, alla
Scuola sociale (di grado universitario, con rilascio di diplomi di laurea
riconosciuti dalla Santa Sede), all'Università Popolare, ai Corsi di
preparazione sociale e sindacale.
Ci vorrebbe, poi, una speciale conversazione per
lumeggiare le battaglie di Rezzara per la libertà dell'insegnamento, a fianco
del grande vescovo di Bergamo mons. Radini Tedeschi. `In campo scolastico, come
nelle organizzazioni economiche ‑ testimonia Filippo Meda che lo conobbe
da vicino ‑ Rezzara si era acquistata una competenza insigne'.
Lo spettacolo, però, più desolante che si
para davanti agli occhi nell'epoca di Rezzara, è quello della gente che muore
di pellagra nei tuguri della città, nelle case coloniche più squallide del
contado. Ed ecco, nell'ottobre 1881 l'Opera
Rezzariana delle Cucine Economiche, che a Bergamo ha fatto un bene immenso,
imponendosi all'ammirazione degli avversari e fu famosa al punto di essere
chiamata anche fuori, quando sismi e alluvioni devastarono le province lombardo‑venete.
Altra piaga sociale che Rezzara combatte decisamente
è quella dell'usura, la usura vorax
bollata nella leoniana enciclica Rerum
Novarum, con l'istituzione in tutti i centri maggiori della diocesi di una Cassa Rurale, perché favorisse
l'adozione di metodi razionali di coltura, rendendo possibile l'impiego di
macchine agricole e dei concimi chimici propagandati da Cattedre ambulanti di
agricoltura e ceduti a credito dall'Unione
Agricola Bergamasca, altra grande
creatura rezzariana, incorporata d'autorità nel ventennio fascista nel Consorzio Agrario Provinciale.
In Città, poi, soprattutto i poveri mangiavano pane
gramo e costoso; ed ecco il rezzariano Panificio
Bergamasco, col suo mulino del Galgario ed i suoi 20 spacci di vendita, allo scopo
di calmierare il prezzo del pane e migliorarne la qualità, attraverso
l'adozione di più razionali metodi di panificazione.
Dal momento che totale era l'assenza di provvidenze
legislative in materia di assistenza e previdenza per i lavoratori di città e
delle campagne, ecco Rezzara farsi promotore di Società con mutuo soccorso in tutti i centri della diocesi, poi
riunite in una Federazione diocesana e regionale. E’ l'avvento della
`solidarietà' nel mondo del lavoro, che si tradurrà nella `mutualità' operaia e
nella `coscienza cooperativa'.
Ma questa `mutualità', questo `uno per tutti e tutti
per uno' in uno Stato cosiddetto democratico, ma in realtà coi più poveri
abbandonati al gioco egoistico dei più ricchi, alle spietate leggi di mercato
del lavoro e della sussistenza, trovò espressione in due leve fondamentali, in
due idee‑forza della costruzione rezzariana: la cooperazione e il
sindacalismo. La `cooperazione', nata nell'inverno 1843 nel villaggio industriale di Rochdale, sobborgo di Manchester, ad
iniziativa di 28 miseri operai
tessitori sfruttati dalla trionfante grande industria tessile d'Inghilterra, 5
anni prima del Manifesto di Marx e Engels, nata quindi `sul banco
dell'operaio', per difendere il potere d'acquisto del salario dall'ingordigia
degli intermediari commerciali, attraverso una società di acquisti collettivi
in cui `capitale e lavoro siano nelle stesse mani', divenne lo strumento‑principe
nelle mani di Rezzara. Cooperative di consumo, di lavoro, edilizie, agricole
(sotto forma di affittanze collettive a conduzione divisa) fiorirono in
crescendo sotto la regia di Rezzara e dei suoi collaboratori.
La stessa Banca
Piccolo Credito Bergamasco, che Rezzara ideò come centrale di difesa contro
l'usura, come centro di esercizio del `credito sull'onore', come centro di
raccolta e di amministrazione dei fondi delle Casse Rurali e degli enti mutualistici con mutuo soccorso, fu
costituita in forma cooperativa a capitale illimitato, perché mantenesse fluida
la circolazione finanziaria, in un flusso e riflusso autonomo dei vasi capillari
a un cuore, collegato col cervello dell'intero movimento. Ma la cooperazione
non poteva, e non può, rappresentare la soluzione integrale della questione
sociale. La cooperazione è possibile solo quando l'impresa, nelle sue esigenze
d'impianto e funzionali, può fare a meno del grosso capitalista, in quanto
negli stessi cooperatori‑lavoratori risiede la possibilità di provvedere,
assieme, al capitale necessario. L'esercizio della grande industria ‑
reso necessario in prosieguo di tempo dalla grande espansione demografica ‑
richiede l'impiego di capitali così ingenti e postula dimensioni aziendali tali
da rendere impossibile la personale e responsabile partecipazione del singolo
lavoratore alla direzione e alla vita dell'azienda, partecipazione che è il
presupposto irrinunziabile dell'autentica cooperazione.
Laddove è inevitabile che il capitale assuma
proporzioni gigantesche, sarà compito del `sindacalismo' tutelare l'interesse
dei lavoratori. Ed ecco Rezzara, ben conscio di ‑questi limiti dello
strumento cooperativo e della indispensabilità dello strumento sindacale,
diventare `sindacalista', tirandosi addosso ancor più l'animoso dissenso del
conte Medolago Albani, soprattutto come promotore e animatore dello sciopero di
Ranica del 1909 (confortato del consenso e della partecipazione alla sottoscrizione
pro operai scioperanti dei Cardinali Cavagnis e Ferrari arcivescovo di Milano,
del vescovo di Bergamo Radini Tedeschi e del suo segretario don Angelo
Roncalli) in difesa del diritto dei lavoratori di organizzarsi sindacalmente
anche all'interno delle fabbriche: diritto propugnato dalla leoniana Rerum Novarum. Troppo altro rimarrebbe
da dire. Ma la discrezione m'impone di concludere.
Uno sguardo complessivo alla figura e all'opera di
Rezzara, induce a concludere che la parte emergente dell'iceberg rezzariano restano oggi L'Eco di Bergamo, il Credito Bergamasco e la Casa del Popolo; ma sommerse o non appariscenti rimangono opere
innumerevoli, che fanno pensare a Rezzara come a una di quelle creature che la
Provvidenza fa nascere, per le ascensioni umane, solo a intervalli di secoli.
GIUSEPPE BELOTTI
*
Commemorazione tenuta il 19 febbraio 1983 presso la Sala dell'Archivio di Stato
in Bergamo, nell'ambito del convegno su `L'opera sociale ed economica di Nicolò
Rezzara (1848‑1915)' organizzato dal Circolo culturale 'Nicolò Rezzara'
di Bergamo. Occasione: la comparsa in seconda edizione riveduta e ampliata,
promossa dal Credito Bergamasco, del volume monografico di Giuseppe Belotti, Nicolò Rezzara, Bergamo 1982 (1956), pp.96‑LXXX.
Ricordiamo che Nicolò Rezzara nacque l'8
marzo 1848 a Chiuppano, in provincia di Vicenza, da una famiglia di modeste
condizioni. Orfano a sette anni, fu mantenuto negli studi da uno zio materno.
Frequentò prima le scuole tecniche a Vicenza e poi conseguì all'Università di
Padova un diploma di abilitazione all'insegnamento della storia, guadagnandosi
nel frattempo da vivere insegnando presso istituti privati. Licenziatosi dal
collegio comunale 'Cordellina Bissari' di Vicenza per non aver voluto
sottostare all'anticlericalismo ivi imperante, rimase disoccupato alcuni mesi
finché, nell'ottobre del 1877, non trovò lavoro, sempre come insegnante, a
Bergamo, dove si trasferì e risiedette fino alla morte. Da cattolico convinto e
'intransigente' qual'era, prese parte fin dall'inizio all'attività delle
associazioni cattoliche vicentine, fondando tra l'altro il settimanale Il Berico. A Bergamo continuò su questa
strada, fino a divenire uno dei capi indiscussi del movimento cattolico locale.
Sul piano nazionale, poi, fu tra i massimi esponenti dell'Opera dei Congressi
(segretario generale per quattordici anni e dieci volte relatore ufficiale) e
ottenne da Pio X la prima eccezione al non
expedit per le elezioni politiche del 1904, lavorando, anche tra
incomprensioni, per la piena partecipazione dei cattolici alla vita politica
italiana. Morì povero, terziario francescano, il 6 febbraio 1915.
Non
ancora censiti sono i molti articoli di Rezzara comparsi su vari quotidiani e
periodici come il Dono di Pasqua, Il
Berico, La libertà d'insegnamento, La scuola cattolica, L'Eco di Bergamo, Il
movimento cattolico, Il Campanone, Azione popolare, ecc.
Degli opuscoli pubblicati da Rezzara esiste invece un elenco (46 sono i
titoli ivi ricordati) in o. CAVALLERI, IL
movimento operaio e contadino nel bresciano (1878‑1903), Edizioni 5
Lune, Roma 1972, pp. 666‑667; elenco da integrare con altri titoli
ricordati in G. BELOTTI, Nicolò .Rezzara,
cit., p. 170 e in L. TREZZI, Nicolò
Rezzara in AA.VV., Dizionario storico
del movimento cattolico in Italia (1860,1980), Marietti, Casale Monfer‑
rato 1982, vol. II, p. 540. Di Rezzara andranno visti inoltre i molti inediti
(lettere, documenti, appunti, ecc.) conservati nel `Fondo Nicolò Rezzara'
presso l'Archivio della Curia Vescovile di Bergamo (cfr. a questo proposito A.
PESENTI, Il fondo Nicolò Rezzara presso l'Archivio della Curia di Bergamo, in
'Bollettino dell'archivio per la storia del movimento sociale cattolico in
Italia', 1966, n. 1, pp. 182‑184); andranno poi consultati l'Archivio del
'Comitato generale permanente dell'Opera dei congressi e dei comitati cattolici
in Italia' presso il Seminario Patriarcale di Venezia e altri documenti
conservati alla Biblioteca Apostolica Vaticana.
Su
Rezzara si deve ancor oggi lamentare, nonostante i lavori del Belotti, una
carenza di ricerche approfondite. Fanno eccezione soprattutto: R. DELLA CASA, I Nostri. Quelli di ieri e quelli d'oggi,
Enrico Martinelli ed., Treviso 1903, pp. 295‑298; 'L'Eco di Bergamo' del
6, 7, 8, 9, 10 e del 14 febbraio 1915 (qui si trova anche una interessante
rassegna stampa degli articoli comparsi su altri quotidiani italiani in
occasione della morte di Rezzara); S. MEDOLAGO ALBANI, Due Campioni dell'Azione
cattolica bergamasca. Prof. comm. Nicolò Rexzara. Prof. cav. Giambattista
Caironi, Società editrice S. Alessandro, Bergamo 1916; C. GIAVAZZI, Nel decennio della morte di Nicolò Rezzara
in `Civitas', 1925, n. 5, pp. 68‑72; G. BELOTTI, Nicolò Rezzara nella storia di Bergamo e del movimento sociale
cattolico in Italia, Società editrice S. Alessandro, Bergamo 1956 (pubblicato
contemporaneamente su `Bergamo. Rassegna mensile della Camera di commercio
industria e agricoltura di Bergamo', 1956, n. 8‑9, pp. 5‑151); A.
GAMBASIN, Il movimento sociale nell'Opera
dei congressi (1874‑1904), Ed. Università Gregoriana, Roma 1958; S.
MARIANI, Appunti per una storia del
movimento cattolico nell'età giolittiana, in `Rassegna di politica e di
storia', 1960, n. 69, pp. 19‑30 e n. 71, pp. 15‑26; S. MALINVERNI, L'ambiente cattolico bergamasco all'epoca
del Vescovo Guindani (1879‑1904), in AA.VV., Aspetti della cultura cattolica nell’età di Leone XIII, Ediz 5
Lune, Roma 1961, pp. 569595; AA.VV., Nicolò
Rezzara, a cura della Banca Piccolo Credito Bergamasco, Tip. Pontificia
Vescovile S. Giuseppe G. Rumor, Vicenza s.d. (commemorazione tenuta a Chiuppano
il 3 settembre 1961. L'opuscolo contiene un importante messaggio di Papa Giovanni
XXIII, un discorso del Card. Urbani e una relazione dell'On. Giuseppe Belotti);
G. DE ROSA, Il movimento cattolico in
Italia. Dalla Restaurazione all'età giolittiana, Latenza, Bari 1979
(1966); A. AGAZZI, I cattolici
bergamaschi e l'attenuazione del 'nonexpedit'. Contributo alla storia del decennio 1904‑1913, in `Rassegna
storica del Risorgimento', 1971, n. 1, pp. 53‑57; A. AGAZZI, Cristiano sociali e intransigenti. L'opera
di Medolago Albani fino alla 'Rerum Novarum', Ediz. 5 Lune, Roma 1971; A.
AGAZZI, La socialità cattolica nel
pensiero e nell'opera di Nicolò Rezzara, in AA.VV., Cattolici e liberali veneti di fronte al problema temporalistico ed
alla questione romana, Vicenza 1972, pp. 275‑300; C. COLOMBELLI
PEOLA, Il movimento sociale cattolico
nelle campagne bergamasche (1894‑1904), Sugarco edizioni, Milano
1977; supplemento a `L'Eco di Bergamo' del 1° maggio 1980, intitolato L'Eco di Bergamo come è nato 100 anni fa e
come nasce ogni giorno, a cura di Luigi Carrara; L. TREZZI, Nicolò Rezzara, Cit.; G. BELOTTI, Nicolò Rezzara, cit. (l'edizione
ampliata e riveduta del 1982 contiene anche la ristampa degli scritti di
Medolago Albani e Giavazzi sopra ricordati).