INDICE DELLA RIVISTA N. 4 Maggio 1983
CONVEGNI E RECENSIONI
La moda invalsa da qualche anno a questa parte di
celebrare centenari, o comunque ricorrenze più o meno opportunamente
commemorabili, ha toccato anche un personaggio ben degno di riflessione ed
indagine approfondita: il cardinal Angelo Mai. L’iniziativa è stata assunta,
giustamente, dal capoluogo della provincia cui fa capo la patria del Mai,
Schilpario, vale a dire Bergamo, sede che ospitò già nel 1954 le
celebrazioni del primo centenario dalla morte.
Il programma commemorativo prospettato nel 1981 (si
tenga infatti presente che il Convegno ha avuto uno sfasamento di tre mesi
rispetto alla fine del vero anno commemorativo del bicentenario dalla nascita,
1782) doveva essere più nutrito di quello che in effetti è stato.
Durante il 1982, inspiegabilmente a mio avviso, e fuori quindi dal
Convegno, sono state disposte due conferenze di ottimo livello, tenute da
persone che forse più d’ogni altre potevano essere deputate a parlare del Mai:
cioè Mons. Josè Ruysschaert, viceprefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana,
e Mons. Angelo Paredi prefetto della Biblioteca Ambrosiana.
I temi affrontati nelle due conferenze, stando alle
direttive del Convegno delineate a conclusione dei lavori da Marco CERRUTI,
esulavano, a quanto sembra, dal tema dell’incontro in quanto erano incentrati
più che altro sulle figure del Mai filologo e ‘uomo di Curia’, specifici che in
questo Convegno non volevano essere toccati; ma che poi sono inevitabilmente
emersi, come ha ammesso lo stesso CERRUTI. E non poteva essere
altrimenti: la maggior parte dei rapporti del Mai con la cultura contemporanea
son quelli del filologo e dell’ ‘uomo di Curia’.
Dal Convegno ci si poteva aspettare di più; ed in
effetti si è sperato.
Purtroppo ad aggravare la situazione è concorsa la
venuta meno; all’ultimo momento, anche della presenza e del contributo di
Augusto Campana, il quale avrebbe dovuto parlare sul tema, rilevante per la
cultura italiana del primo Ottocento: Il Mai e due eminenti antiquari
romagnoli: B. Borghesi e G. Amati.
I lavori sono stati aperti da un’acuta relazione di
Piero Treves che si è mosso sul terreno a lui ben noto degli studi classici in
Italia nel primo Ottocento, tema su cui scrisse, voglio ricordarlo, due bei
saggi,
L’ idea di Roma nella
cultura italiana del secolo XIX (Milano‑Napoli
1962) e Lo studio dell’antichità classica dell’Ottocento (Milano‑Napoli
1962); apporti che insieme al volume di Sebastiano Timpanaro jr., La
filologia di Giacomo Leopardi, Firenze 1955, costituiscono il più
sostanzioso contributo in questo campo di studi, delineando le tappe
dell’attività del Mai a Milano e a Roma ed i contrasti che questi ebbe con
taluni suoi contemporanei, e soprattutto quelli che lo opposero al grande
filologo tedesco Berthold Georg Niebuhr. Accanto a questo con
tributo, qualificato poiché
affidato ad uno specialista, possiamo porre l’intervento di Sergio BONAZZA (Il
Mai, il mondo slavo e la Germania),incentrato sulla figura del filologo
sloveno Jeremej Kopitar, bibliotecario dal 1810 della Hofbibliothek di Vienna
e diffusore, nonché apologeta, della produzione del Mai nel regno asburgico ed
in Germania; amico e corrispondente di personaggi come Niebuhr, Pertz e Ranke.
Calibratissimo e ben condotto il contributo di Angiola
FERRARIS (Il Mai e la cultura subalpina del primo Ottocento) in cui sono
state messe a confronto le figure di filologo di Angelo Mai e Amedeo Peyron,
l’una chiusa nel provincialismo culturale italiano, che ne colora in fondo
tutta l’attività, l’altra aperta ai più vasti orizzonti della cultura europea e
sicuramente più padrona dei mezzi della propria disciplina. Purtroppo la
Ferraris non si è soffermata sul comune campo degli studi paleografici su
codici bobbiesi, attività che vide il Mai suggestionare il Peyron attraverso le
sue scoperte. Ancora segnalerei come pregevole il contributo di Gianna GARDENAL
(La fortuna del Mitografo Vaticano III, edito dal Mai) la quale ha
evidenziato carenze e difetti di metodo del Mai editore di testi.
Del Mai studioso di lingua e di cultura etiopiche,
nonché fautore, durante gli anni in cui tenne il segretariato generale della
congregazione ‘De propaganda Fide’, delle missioni d’Etiopia (1833), ha parlato
O. RAINERI (Il Mai, la cultura e le Missioni d’Etiopia) con dovizia di
particolari e competenza invidiabile in un campo così ostico. Inoltre A.
GALBIATI (La prima formazione letteraria e la poesia del Mai) e C.
MARAZZINI (Splendore e maestà della nostra italica favella. Il Mai e la
lingua) hanno toccato aspetti non ben noti dell’attività del cardinale: il
poeta, latino e volgare, e lo studioso di questioni di lingua italiana, che
allora si andavano acerbamente discutendo, corrispondente del Monti per
problemi che venivano dibattuti nei volumi della Proposta montiana, ma
poi convinto cruscante (e perciò, probabilmente, editore, per primo, delle Vite
di Vespasiano da Bisticci); MARAZZINI ha offerto anche un abbozzo di
analisi della lingua italiana usata dal Mai.
Una menzione a parte merita
la relazione di Mons. Luigi CORTESI, il quale ha reso noto il programma
editoriale per l’epistolario del Mai: al primo volume edito dal Gervasoni nel
1954 dovrebbe seguire, fra non molto, un’appendice comprendente le lettere fino
al 31 dicembre 1819 emerse dopo l’edizione Gervasoni e quindi non presenti in
essa, cui verrebbe aggiunta una Cronobiografia del Mai fino all’andata a
Roma.
Dovrebbe poi seguire un
volume che includa le lettere degli anni romani (1820‑1854 ). Hanno letto
inoltre i loro contributi Aldo MANETTI (Un amico del Mai: Salvatore Betti); Erminio
GENNARO (Uno scritto inedito del Mai all’epigrafista Morcelli), che
segnala una lettera del ’19 inedita, nella quale il Mai chiedeva al Morcelli la
composizione di due epigrafi; Daniele ROTA (Il Mai e gli inediti del
Commendone). Del Convegno è in programma l’edizione degli Atti che dovrebbero
fare pendant con un numero unico del Bollettino della Biblioteca Civica
di Bergamo ‘Bergomum’.
Se, com’è stato detto in
occasione di questo Convegno, il Mai è una miniera da scavare,
quest’avvenimento ha contributo a rafforzare la validità della figura
metaforica. In questa discesa ai pozzi si sarebbe potuto, a mio avviso, cavare
più materiale per conoscere, per esempio il Mai studioso dell’Umanesimo e
medievalista. Si sarebbe potuto discutere ancora del Mai paleografo ed
analizzare meglio i1 suo metodo di lavoro e di accostamento ai codici; dispiace
non aver sentito parlare, per esempio del Mai studioso del ‘Virgilio vaticano’,
lavoro che Mons. Ruysschaert ha, fortunatamente, fatto per la mostra virgiliana
alla Vaticana; o del Mai indagatore di palinsesti, dei suoi errori che, in
fondo, erano il suo metodo: ma il catalogo delle possibilità potrebbe
allungarsi ad libitum. Angelo Mai e la cultura del primo Ottocento è una
traccia che può far dir tutto e niente; e forse questa è stata un’occasione
perduta per più incisive sollecitazioni. Il 2054, sperando tuttavia che
non debba essere termine ultimo, è lontano.
FRANCESCO LO MONACO
La presenza dei Benedettini a Bergamo e nella Bergamasca, Bergamo, 16 settembre ‑ 17 ottobre 1982.
Nel complesso delle manifestazioni nazionali e locali per il millEcinquecentesimo anniversario della nascita di S. Benedetto, a cura
dell’Assessorato Istruzione e Cultura della Provincia di Bergamo, si è svolta
dal 16 settembre al 17 ottobre 1982 nel Centro Culturale S. Bartolomeo di
Bergamo la Mostra su ‘La presenza dei Benedettini a Bergamo e nella
Bergamasca’.
Molto si potrebbe e si
dovrebbe scrivere su tale mostra, che è stata per noi una delle non frequenti
rassegne che ci ha interamente soddisfatti nelle nostre molteplici e forse
eccessive ed ingenue esigenze di ‘capire’ la realtà che ci circonda, nella sua
attualità e nella sua storia. (E la maggior parte della nostra cultura è oggi
impossibile ad essere compresa se non agganciata all’enorme ed in buona parte
ancor sconosciuto patrimonio storico locale, molte volte considerato ‘minore’ e
studiato in senso frammentario ed eccessivamente particolaristico, ossia
staccato nelle sue più importanti identità dal complesso della realtà
generale).
Dall’autore della Mostra,
architetto (che per noi è anche archivista) Eugenio Guglielmi c’è stato detto
che essa è partita nel 1977 da una sua ricerca intesa a studiare le influenze
ed i rapporti tra l’organizzazione territoriale della Repubblica di Venezia nel
Bergamasco ed i monasteri ivi esistenti, particolarmente quelli di regola
benedettina nelle sue molteplici interpretazioni e riforme. Tale studio si è
poi allargato nei territori delle Diocesi di Milano, Cremona e Brescia
appartenenti alla attuale Provincia di Bergamo.
A differenza di mostre
consimili organizzate per la ricorrenza benedettina, questa di Bergamo ci ha
dimostrato come la riforma cluniacense nella nostra provincia, soprattutto
nella Bassa bergamasca e nei vicini territori del Cremasco e dell’alto
cremonese, sia stato il supporto, la prerogativa dell’odierna sistemazione e
suddivisione dei territori predetti, ancor viva oggi in molti toponomi di
centri abitati, di campi e di località, in alcuni idronimi, in tipologia di
coltivazioni agricole e nelle canalizzazioni per irrigazione.
Estremamente interessante,
perfetta saremmo tentati di chiamare, è stata l’analisi delle sino a non molto
tempo fa dimenticate grange, organizzazioni agricole dipendenti da un
monastero o da un’abbazia, a sistemi produttivi ‘a ciclo chiuso’, ancora da
taluni studiosi equivocate con la ‘cascina’ lombarda, di nascita alquanto .più
tarda e con talune caratteristiche diverse.
L'indagine ha preso in considerazione sia sotto il profilo d'archivio sia con rilievo diretto (iconografico, icnografico, fotografico) uno studio fondamentale, redatto sotto il profilo documentario, del professor Giovanni Spinelli, O.S.B., il quale nel 1977 indicava nel suo fascicolo diprova dell’opera Monasticon italiano, ben 50 i Monasteri
benedettini bergamaschi, senza indicare naturalmente le loro dipendenze e
servizi.
L’analisi ‘a tappeto’ del
territorio bergamasco, analisi che è stata il fondamento di questa Mostra, con
uno spazio temporale di due anni, 4.000 chilometri percorsi e ben 2.000
fotogrammi sviluppati (materiale che è rimasto a disposizione di tutti gli
studiosi, presso il fondo per la storia locale, istituito dall’Assessorato alla
Cultura della Provincia di Bergamo), ha indicato con precisione tutto quello
che è rimasto di questa immensa attività benedettina: 17 monasteri in
provincia e 12 in città, più le loro dipendenze e servizi. In tal modo si sono
verificati e studiati accuratamente le singole tecnologie costruttive, i
rapporti spaziali, le connessioni tra i monasteri ed i rispettivi servizi,
dando un quadro organico e concreto di ciò che prima era studiato in senso
frammentario, privilegiando quasi esclusivamente le attività religioso‑spirituali
di questi monasteri. Da questa indagine sono conseguentemente nati numerosi
problemi che prima non apparivano e che dovranno essere studiati e risolti in
un secondo tempo, quali, per esempio, le cause che nel nostro territorio hanno
provocato solo la presenza cluniacense e non quella cistercense (non calcolando
l’insediamento ‑ tardo ‑ a Caravaggio di questi religiosi, in
sostituzione dei soliti Umiliati); la definitiva puntualizzazione ed indagine
sulla presenza di questi ultimi, storia non ancora scritta in modo definitivo
per voluti silenzi di ordine ‘politico’. La Mostra ha permesso anche di
apportare alcune correzioni a precedenti studi, quali la presenza del Monastero
della Santissima Trinità de Virgis a Calusco d’Adda o l’identificazione
del monastero di S. Salvatore a Monasterolo, del ‘sistema’ agricolo di Morengo
costruito su antiche centuriazioni romane, la decifrazione dei monasteri di S.
Tommaso e S. Vincenzo in due realtà diverse, la prima ad Almenno S. Bartolomeo
e la seconda nella pieve di Terno d’Isola.
Interessante è inoltre osservare
la sintesi dell’intervento dei Benedettini in terra bergamasca, intervento che
si può scindere esattamente in due fasi: la prima ‘ante 1000’, durante la
riforma carolingia, quando i Benedettini ebbero per scopo la bonificazione ed
il livellamento del terreno per ottenere maggior spazio ad una coltivazione
razionale; la seconda, quella cluniaeense, operò nella gestione e produzione
dello stesso. Un caso particolare appare per il maggior monastero della provincia
bergamasca, quello di Pontida, il quale, dopo un lungo periodo di decadenza,
ebbe un grande rilancio economico e produttivo nella riforma cassinese,
passando alla congregazione di S. Giustina di Padova.
La parte strettamente documentaria della Mostra ha
interessato la
La Mostra, documentaria e
didascalica come tale, ma disposta con criteri squisitamente archivistici (da
questo era nata in noi la convinzione che l’estensore della stessa, architetto
Guglielmi, fosse ...archivista) era suddivisa in tre settori: settore
fotografico, con ben 496 ‘pezzi’ e relative schede illustrative; settore
documentario, con 33 ‘pezzi’ provenienti dall’Archivio di Stato di Milano,
dall’archivio ‘vecchio’ degli Ospedali Riuniti di Bergamo, dalla Biblioteca ‘A.
Mai’ di Bergamo e da un importante archivio gentilizio.
Il terzo settore, quello
archeologico, era rappresentato da nove ‘pezzi’ provenienti per la maggior
parte dal Museo dell’Abbazia di Pontida, tra i quali spiccavano uno splendido
capitello di epoca carolingia, una presunta lesena (forse dell’Amadeo, secondo
il Guglielmi) e l’unica statua cluniacense della provincia di Bergamo,
proveniente dal monastero di S. Paolo d’Argon.
Nel periodo della Mostra,
dal 23 settembre al 15 ottobre, divisi settimanalmente, vennero svolte
presso lo stesso Centro S. Bartolomeo, sette buone ed esaurienti conferenze
sulle attività spirituali e materiali dei Benedettini in generale ed intorno ad
argomenti della Mostra stessa.
Essi furono: ‘Liturgia e preghiera in S. Benedetto’, dell’Abate di Pontida, don Pietro Elli O.S.B.; ‘S. Benedetto‑S. Domenico: rapporti spirituali’, P. Agostino Selva O.P.; ‘Profilo dell’architettura monastica in Occidente’, prof. Carlo Perogalli; ‘Profilo dell’architettura monastica in Oriente’, prof. Alpago Novello; ‘S. Benedetto e il lavoro’ di don Egidio Zaramella O.S.B., Abate del Monastero di S. Giorgio Maggiore di Venezia; ‘Alcuni inediti sui possedimenti benedettini nella zona di Morengo presenti nell’archivio Giovannelli della Civica Biblioteca di Bergamo’, prof. Luigi Rauzzino; ed infine ‘I restauri delle abbazie di S. Giacomo in Pontida e di S. Paolo d’Argon’, architetto Sandro Angelini.
Unico e non piccolo difetto della Mostra: la mancanza
di un suo
Cluny in Lombardia (Pubblicazioni del Centro Storico Benedettino Italiano, Italia
Benedettina 1). Vol. I: Atti del convegno storico celebrativo del IX Centenario
della fondazione del priorato di Pontida (22‑25 aprile 1977); vol. II:
Appendice ed Indici degli Atti del Convegno storico/celebrativo del IX
Centenario della fondazione del priorato cluniacense di Pontida, Badia del
Monte ‑ Cesena, 1979‑1981.
La
parte più cospicua dell’opera, però, è costituita dai dieci contributi in
C. VIOLANTE, nel suo già citato ampio contributo, più
di 140 pagine, traccia in maniera esemplare le linee fondamentali della storia
dell’attività cluniacense in Lombardia: immediatamente dopo l’inizio della
lotta per le investiture, il monachesimo cluniacense visse dal 1076 al 1093 un
periodo sanguinoso. Allora vennero fondati otto monasteri maschili e un altro,
Polirone, venne sottomesso a Cluny; ancora in quel periodo sorse l’importante
convento di monache di S. Maria a Cantù. Inoltre vennero donate o sottoposte a
Cluny più di trenta altre chiese più piccole. Dietro a queste fondazioni o
donazioni stavano famiglie nobili, che possono essere ascritte per lo più al
ceto dei Capitani. Mediante il collegamento con Cluny, che veniva incontro ai
loro desideri religiosi in particolare per mezzo del suo peculiare servizio
divino, questo ceto filo imperiale e tradizionalmente ostile alla pataria si avvicinò
al problema della riforma e, almeno in parte, venne conquistato ad essa.
Allorché, a partire dal 1095, sotto papa Urbano II, si delineò un nuovo
orientamento ‘episcopale’ del movimento romano per la riforma, la posizione
della comunità monastica cluniacense, esente ed allineata al chiostro madre
burgundo, divenne problematica. Nel periodo successivo i vescovi riuscirono a
poco a poco a inserire questi monasteri all’interno della struttura delle loro
diocesi, che andavano riacquistando forza organizzativa. VIOLANTE, nel suo
contributo, importante anche per numerosi risultati singoli, disegna una convincente
e colorita immagine di Cluny nella società nord‑italiana dei secoli XI e
XII, di modo che per questa zona molte delle domande sollevate dalla ricerca
su Cluny negli ultimi decenni ricevono una risposta nel senso di Lemarignier e
di Th. Schieffer.
Della più grande utilità per il ricercatore interessato
è l’esaustivo e riccamente documentato ‘Repertorio cronologico delle
fondazioni cluniacensi nell’attuale lombardia’ (vol. II, pp. 501 sgg.) redatto
da G. SPINELLI insieme ad un accurato registro delle persone e delle località
(vol. II, pp. 665 sgg.). Nel complesso, nonostante alcune singole critiche, non
si può che essere grati al Centro Storico Benedettino Italiano, che negli
ultimi anni si è già distinto per altre importanti pubblicazioni, per questo
importante contributo alla storia cluniacense e sperare che l’attività di
Cluny possa essere studiata e illustrata per altre regioni con la stessa
ampiezza con cui lo è stata per la Lombardia.
JÖRG JARNUT
H. KELLER, Adelsherrschaft und städtische Gesellschaft in Oberitalien
(IX. bis XII. Jahrhundert), (Bibliothek des Deutschen Historischen
Institute in Rom 52), Max Niemeyer, Tübingen 1979, pp. XIII ‑ 463.
Scopo dell’indagine del KELLER è di illustrare lo
sviluppo dei ceti dirigenti aristocratici nelle città dell’Italia
settentrionale dal IX al XII secolo. Punto di partenza sono le condizioni del
XII secolo, quando sono identificabili tre stati: i Capitani aristocratici, i
valvassori e quello che con un’espressione in sé varia e diversificata è
indicato come popolo. Sulla base del ricco materiale documentario, Keller può
mostrare in maniera esemplare per il territorio del Lago di Varese con che
forza questi stati si distinguano l’uno dall’altro. Nel XII secolo, i Capitani
eressero ai confini dell’amministrazione ecclesiastica dei domini distrettuali
o locali basati su patrimoni personali, feudi o diritti pubblici. I loro
antenati erano ‘nobiles’ e vassalli regi dell’età carolingia, quelli dei
valvassori liberi proprietari terrieri, che solo a partire dall’XI secolo
vennero considerati tra i ‘milites’ nobili. Secondo Keller, la
cosiddetta rivolta dei valvassori del 1035, come pure le altre rivolte di
nobili testimoniate a partire dalla fine del X secolo, non fu una sollevazione
dei feudatari minori, bensì prima di tutto degli avi dei Capitani, che si
difesero contro la rivendicazione dei beni ecclesiastici e dei diritti
imperiali caduti nelle loro mani.
Ci si deve domandare se, di fronte alla spiccata
individualità delle città italiane, i risultati di una ricerca che,
essenzialmente, si basa su fonti a stampa di Milano, Cremona, Como, Lodi,
Novara e Vercelli, possano pretendere di valere per l’intera Italia
settentrionale, tanto più che Keller non ha analizzato i quasi 4000 documenti
milanesi inediti ed anche la ricca tradizione documentaria cremonese è stata
da lui elaborata solo utilizzando i regesti di Astegiano del tutto
insufficienti. Il procedimento seguito da Keller di ricondurre fino al IX
secolo l’indagine delle condizioni del XII, come se ‘la partecipazione alla
sfera del diritto feudale e la posizione nella piramide feudale formassero un
importante, forse addirittura il decisivo, criterio per l’appartenenza ad un
ceto di persona o di una famiglia’ (p. 126), nasconde il pericolo di accordare
al sistema feudale dal IX al XII un valore troppo elevato, mentre la
componente allodiale viene spinta troppo sullo sfondo. Ad ogni modo il testo di
Keller, scritto con acume e con una considerevole conoscenza della letteratura
sull’argomento, diventerà in futuro insostituibile per tutti coloro che si
occupano di storia sociale italiana del primo e dell’alto medioevo.
JÖRG JARNUT
I materiali documentari raccolti (registrazioni a
magnetofono, documentazioni, diari, manoscritti, oggetti della cultura
materiale, ecc.) sono oggi dispersi in archivi privati difficilmente raggiungibili,
conservati in ambienti non sempre adeguati e funzionali.
L’ARCHIVIO DELLA CULTURA DI BASE, struttura da poco
aperta all’interno del Sistema Bibliotecario Urbano del Comune di Bergamo, si
propone di intervenire per ovviare a queste difficoltà. L’ARCHIVIO ha
recentemente pubblicato il primo numero di una collana di Quaderni (‘Repertorio
dei documenti sonori originali contenuti nei nastri del Fondo Riccardo
Schwamenthal’) che viene così a coprire un settore di studi finora lasciato
alla iniziativa o all’interesse specifico di pochi ricercatori.
Nella nota programmatica la redazione – formata da un
gruppo di giovani ricercatori locali ormai da tempo impegnato in lavori di
documentazione della cultura popolare bergamasca – ricorda che: ‘Benché non sia
mancato, in quest’ultimo ventennio, l’impegno di strutture private e pubbliche
– centrali e periferiche – nel sostenere e stimolare le ricerche e gli studi in
questo settore con supporti strumentali e finanziari, restano insoluti
rilevanti problemi relativi al collegamento dei vari lavori di ricerca e alla
fruizione del materiale raccolto. Se la Lombardia, e la provincia di Bergamo
in particolare, sono state le realtà territoriali più indagate negli ultimi
anni (...) risulta tuttavia carente la possibilità di consultare gran parte
della documentazione raccolta, oggi dispersa in molte sedi non sempre aperte al
pubblico’.
Così, l’ARCHIVIO per rispondere a questi problemi, si
costituisce, da un lato, come centro di documentazione e di catalogazione dei
materiali sonori e visivi raccolti e ciò permetterà per esempio di tratteggiare
la mappa, attualmente inesistente, del corpus delle registrazioni
effettuato nel territorio bergamasco; dall’altro, per favorire iniziative di
ricerca che, evitando ‘localismo’, e improvvisazione, siano in grado di fornire
indicazioni utilizzabili in più situazioni, non ultima quella didattica.
I Quaderni dell’Archivio della cultura di base rappresentano così un primo strumento informativo e di
collegamento che si rivolge a studiosi, ricercatori, insegnanti, biblioteche,
scuole, centri d’iniziativa culturale locali per diffondere e far conoscere
alcuni aspetti delle manifestazioni, delle forme espressive e comunicative –
tradizionali e contemporanee – attraverso le quali si manifesta, con le sue
‘resistenze’ e i suoi mutamenti, la cultura popolare e di base nella provincia
di Bergamo.
Il Quaderno n. 1 (pp. 104), interamente curato di Mimmo BONINELLI contiene,
oltre alle descrizioni del Fondo Riccardo Schwamenthal, un saggio introduttivo
‘Tradizioni orali e ricerca locale: il fondo Riccardo Schwamenthal’ dello
stesso BONINELLI e un intervento di Carlo LEIDI ‘Un lavoro in parallelo’ a
commento dell’apparato fotografico che, insieme a due Appendici, completa il
volume.