INDICE DELLA RIVISTA N. 4 Maggio 1983

CONVEGNI E RECENSIONI

ANGELO MAI E LA CULTURA DEL PRIMO OTTOCENTO

BERGAMO, 8-9 APRILE 1983  

La moda invalsa da qualche anno a questa parte di celebrare centenari, o comunque ricorrenze più o meno opportunamente commemorabili, ha toccato anche un personaggio ben degno di riflessione ed indagine approfondita: il cardinal Angelo Mai. L’iniziativa è stata assunta, giustamente, dal capoluogo della provincia cui fa capo la patria del Mai, Schilpario, vale a dire Bergamo, sede che ospitò già nel 1954 le celebrazioni del primo centenario dalla morte.

Il programma commemorativo prospettato nel 1981 (si tenga infatti presente che il Convegno ha avuto uno sfasamento di tre mesi rispetto alla fine del vero anno commemorativo del bicentenario dalla nascita, 1782) doveva essere più nutrito di quello che in effetti è stato. Durante il 1982, inspiegabilmente a mio avviso, e fuori quindi dal Convegno, sono state disposte due conferenze di ottimo livello, tenute da persone che forse più d’ogni altre potevano essere deputate a parlare del Mai: cioè Mons. Josè Ruysschaert, viceprefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana, e Mons. Angelo Paredi prefetto della Biblioteca Ambrosiana.

I temi affrontati nelle due conferenze, stando alle direttive del Convegno delineate a conclusione dei lavori da Marco CERRUTI, esulavano, a quanto sembra, dal tema dell’incontro in quanto erano incentrati più che altro sulle figure del Mai filologo e ‘uomo di Curia’, specifici che in questo Convegno non volevano essere toccati; ma che poi sono inevitabilmente emersi, come ha ammesso lo stesso CERRUTI. E non poteva essere altrimenti: la maggior parte dei rapporti del Mai con la cultura contemporanea son quelli del filologo e dell’ ‘uomo di Curia’.

Dal Convegno ci si poteva aspettare di più; ed in effetti si è sperato.

Purtroppo ad aggravare la situazione è concorsa la venuta meno; all’ultimo momento, anche della presenza e del contributo di Augusto Campana, il quale avrebbe dovuto parlare sul tema, rilevante per la cultura italiana del primo Ottocento: Il Mai e due eminenti antiquari romagnoli: B. Borghesi e G. Amati.

I lavori sono stati aperti da un’acuta relazione di Piero Treves che si è mosso sul terreno a lui ben noto degli studi classici in Italia nel primo Ottocento, tema su cui scrisse, voglio ricordarlo, due bei saggi, 

L’ idea di Roma nella cultura italiana del secolo XIX (Milano‑Napoli 1962) e Lo studio dell’antichità classica dell’Ottocento (Milano‑Napoli 1962); apporti che insieme al volume di Sebastiano Timpanaro jr., La filologia di Giacomo Leopardi, Firenze 1955, costituiscono il più sostanzioso contributo in questo campo di studi, delineando le tappe dell’attività del Mai a Milano e a Roma ed i contrasti che questi ebbe con taluni suoi contemporanei, e soprattutto quelli che lo opposero al grande filologo tedesco Berthold Georg Niebuhr. Accanto a questo con

tributo, qualificato poiché affidato ad uno specialista, possiamo porre l’intervento di Sergio BONAZZA (Il Mai, il mondo slavo e la Germania),incentrato sulla figura del filologo sloveno Jeremej Kopitar, bibliotecario dal 1810 della Hofbibliothek di Vienna e diffusore, nonché apologeta, della produzione del Mai nel regno asburgico ed in Germania; amico e corrispondente di personaggi come Niebuhr, Pertz e Ranke.

Calibratissimo e ben condotto il contributo di Angiola FERRARIS (Il Mai e la cultura subalpina del primo Ottocento) in cui sono state messe a confronto le figure di filologo di Angelo Mai e Amedeo Peyron, l’una chiusa nel provincialismo culturale italiano, che ne colora in fondo tutta l’attività, l’altra aperta ai più vasti orizzonti della cultura europea e sicuramente più padrona dei mezzi della propria disciplina. Purtroppo la Ferraris non si è soffermata sul comune campo degli studi paleografici su codici bobbiesi, attività che vide il Mai suggestionare il Peyron attraverso le sue scoperte. Ancora segnalerei come pregevole il contributo di Gianna GARDENAL (La fortuna del Mitografo Vaticano III, edito dal Mai) la quale ha evidenziato carenze e difetti di metodo del Mai editore di testi.

Del Mai studioso di lingua e di cultura etiopiche, nonché fautore, durante gli anni in cui tenne il segretariato generale della congregazione ‘De propaganda Fide’, delle missioni d’Etiopia (1833), ha parlato O. RAINERI (Il Mai, la cultura e le Missioni d’Etiopia) con dovizia di particolari e competenza invidiabile in un campo così ostico. Inoltre A. GALBIATI (La prima formazione letteraria e la poesia del Mai) e C. MARAZZINI (Splendore e maestà della nostra italica favella. Il Mai e la lingua) hanno toccato aspetti non ben noti dell’attività del cardinale: il poeta, latino e volgare, e lo studioso di questioni di lingua italiana, che allora si andavano acerbamente discutendo, corrispondente del Monti per problemi che venivano dibattuti nei volumi della Proposta montiana, ma poi convinto cruscante (e perciò, probabilmente, editore, per primo, delle Vite di Vespasiano da Bisticci); MARAZZINI ha offerto anche un abbozzo di analisi della lingua italiana usata dal Mai.

Una menzione a parte merita la relazione di Mons. Luigi CORTESI, il quale ha reso noto il programma editoriale per l’epistolario del Mai: al primo volume edito dal Gervasoni nel 1954 dovrebbe seguire, fra non molto, un’appendice comprendente le lettere fino al 31 dicembre 1819 emerse dopo l’edizione Gervasoni e quindi non presenti in essa, cui verrebbe aggiunta una Cronobiografia del Mai fino all’andata a Roma.

Dovrebbe poi seguire un volume che includa le lettere degli anni romani (1820‑1854 ). Hanno letto inoltre i loro contributi Aldo MANETTI (Un amico del Mai: Salvatore Betti); Erminio GENNARO (Uno scritto inedito del Mai all’epigrafista Morcelli), che segnala una lettera del ’19 inedita, nella quale il Mai chiedeva al Morcelli la composizione di due epigrafi; Daniele ROTA (Il Mai e gli inediti del Commendone). Del Convegno è in programma l’edizione degli Atti che dovrebbero fare pendant con un numero unico del Bollettino della Biblioteca Civica di Bergamo ‘Bergomum’.

Se, com’è stato detto in occasione di questo Convegno, il Mai è una miniera da scavare, quest’avvenimento ha contributo a rafforzare la validità della figura metaforica. In questa discesa ai pozzi si sarebbe potuto, a mio avviso, cavare più materiale per conoscere, per esempio il Mai studioso dell’Umanesimo e medievalista. Si sarebbe potuto discutere ancora del Mai paleografo ed analizzare meglio i1 suo metodo di lavoro e di accostamento ai codici; dispiace non aver sentito parlare, per esempio del Mai studioso del ‘Virgilio vaticano’, lavoro che Mons. Ruysschaert ha, fortunatamente, fatto per la mostra virgiliana alla Vaticana; o del Mai indagatore di palinsesti, dei suoi errori che, in fondo, erano il suo metodo: ma il catalogo delle possibilità potrebbe allungarsi ad libitum. Angelo Mai e la cultura del primo Ottocento è una traccia che può far dir tutto e niente; e forse questa è stata un’occasione perduta per più incisive sollecitazioni. Il 2054, sperando tuttavia che non debba essere termine ultimo, è lontano.

FRANCESCO LO MONACO  


La presenza dei Benedettini a Bergamo e nella Bergamasca, Bergamo, 16 settembre ‑ 17 ottobre 1982.

Nel complesso delle manifestazioni nazionali e locali per il millEcinquecentesimo anniversario della nascita di S. Benedetto, a cura dell’Assessorato Istruzione e Cultura della Provincia di Bergamo, si è svolta dal 16 settembre al 17 ottobre 1982 nel Centro Culturale S. Bartolomeo di Bergamo la Mostra su ‘La presenza dei Benedettini a Bergamo e nella Bergamasca’.

Molto si potrebbe e si dovrebbe scrivere su tale mostra, che è stata per noi una delle non frequenti rassegne che ci ha interamente soddisfatti nelle nostre molteplici e forse eccessive ed ingenue esigenze di ‘capire’ la realtà che ci circonda, nella sua attualità e nella sua storia. (E la maggior parte della nostra cultura è oggi impossibile ad essere compresa se non agganciata all’enorme ed in buona parte ancor sconosciuto patrimonio storico locale, molte volte considerato ‘minore’ e studiato in senso frammentario ed eccessivamente particolaristico, ossia staccato nelle sue più importanti identità dal complesso della realtà generale).

Dall’autore della Mostra, architetto (che per noi è anche archivista) Eugenio Guglielmi c’è stato detto che essa è partita nel 1977 da una sua ricerca intesa a studiare le influenze ed i rapporti tra l’organizzazione territoriale della Repubblica di Venezia nel Bergamasco ed i monasteri ivi esistenti, particolarmente quelli di regola benedettina nelle sue molteplici interpretazioni e riforme. Tale studio si è poi allargato nei territori delle Diocesi di Milano, Cremona e Brescia appartenenti alla attuale Provincia di Bergamo.

A differenza di mostre consimili organizzate per la ricorrenza benedettina, questa di Bergamo ci ha dimostrato come la riforma cluniacense nella nostra provincia, soprattutto nella Bassa bergamasca e nei vicini territori del Cremasco e dell’alto cremonese, sia stato il supporto, la prerogativa dell’odierna sistemazione e suddivisione dei territori predetti, ancor viva oggi in molti toponomi di centri abitati, di campi e di località, in alcuni idronimi, in tipologia di coltivazioni agricole e nelle canalizzazioni per irrigazione.

Estremamente interessante, perfetta saremmo tentati di chiamare, è stata l’analisi delle sino a non molto tempo fa dimenticate grange, organizzazioni agricole dipendenti da un monastero o da un’abbazia, a sistemi produttivi ‘a ciclo chiuso’, ancora da taluni studiosi equivocate con la ‘cascina’ lombarda, di nascita alquanto .più tarda e con talune caratteristiche diverse.

L'indagine ha preso in considerazione sia sotto il profilo d'archivio sia con rilievo diretto (iconografico, icnografico, fotografico) uno studio fondamentale, redatto sotto il profilo documentario, del professor Giovanni Spinelli, O.S.B., il quale nel 1977 indicava nel suo fascicolo diprova dell’opera Monasticon italiano, ben 50 i Monasteri benedettini bergamaschi, senza indicare naturalmente le loro dipendenze e servizi.

L’analisi ‘a tappeto’ del territorio bergamasco, analisi che è stata il fondamento di questa Mostra, con uno spazio temporale di due anni, 4.000 chilometri percorsi e ben 2.000 fotogrammi sviluppati (materiale che è rimasto a disposizione di tutti gli studiosi, presso il fondo per la storia locale, istituito dall’Assessorato alla Cultura della Provincia di Bergamo), ha indicato con precisione tutto quello che è rimasto di questa immensa attività benedettina: 17 monasteri in provincia e 12 in città, più le loro dipendenze e servizi. In tal modo si sono verificati e studiati accuratamente le singole tecnologie costruttive, i rapporti spaziali, le connessioni tra i monasteri ed i rispettivi servizi, dando un quadro organico e concreto di ciò che prima era studiato in senso frammentario, privilegiando quasi esclusivamente le attività religioso‑spirituali di questi monasteri. Da questa indagine sono conseguentemente nati numerosi problemi che prima non apparivano e che dovranno essere studiati e risolti in un secondo tempo, quali, per esempio, le cause che nel nostro territorio hanno provocato solo la presenza cluniacense e non quella cistercense (non calcolando l’insediamento ‑ tardo ‑ a Caravaggio di questi religiosi, in sostituzione dei soliti Umiliati); la definitiva puntualizzazione ed indagine sulla presenza di questi ultimi, storia non ancora scritta in modo definitivo per voluti silenzi di ordine ‘politico’. La Mostra ha permesso anche di apportare alcune correzioni a precedenti studi, quali la presenza del Monastero della Santissima Trinità de Virgis a Calusco d’Adda o l’identificazione del monastero di S. Salvatore a Monasterolo, del ‘sistema’ agricolo di Morengo costruito su antiche centuriazioni romane, la decifrazione dei monasteri di S. Tommaso e S. Vincenzo in due realtà diverse, la prima ad Almenno S. Bartolomeo e la seconda nella pieve di Terno d’Isola.

Interessante è inoltre osservare la sintesi dell’intervento dei Benedettini in terra bergamasca, intervento che si può scindere esattamente in due fasi: la prima ‘ante 1000’, durante la riforma carolingia, quando i Benedettini ebbero per scopo la bonificazione ed il livellamento del terreno per ottenere maggior spazio ad una coltivazione razionale; la seconda, quella cluniaeense, operò nella gestione e produzione dello stesso. Un caso particolare appare per il maggior monastero della provincia bergamasca, quello di Pontida, il quale, dopo un lungo periodo di decadenza, ebbe un grande rilancio economico e produttivo nella riforma cassinese, passando alla congregazione di S. Giustina di Padova.

La parte strettamente documentaria della Mostra ha interessato la esposizione di 33 documenti, sia membranacei che cartacei, provenienti da vari archivi. Alcuni di essi sono stati presentati per la prima volta a Bergamo, come alcuni cabrei della fine del ’500 e due splendidi rilievi agrimensori di Faida e di Rodi, che erano dipendenze di Pontida. È stato esposto per la prima volta anche un prezioso documento del 1093 con la firma autografa di S. Alberto da Prezzate (o da Pontida); e poiché quello del 1079, conservato presso l’Archivio di Stato di Milano porta invece il signum manus dello stesso S. Alberto, si può pensare che il Santo durante il suo soggiorno a Cluny sia divenuto da analfabeta alfabeta.

La Mostra, documentaria e didascalica come tale, ma disposta con criteri squisitamente archivistici (da questo era nata in noi la convinzione che l’estensore della stessa, architetto Guglielmi, fosse ...archivista) era suddivisa in tre settori: settore fotografico, con ben 496 ‘pezzi’ e relative schede illustrative; settore documentario, con 33 ‘pezzi’ provenienti dall’Archivio di Stato di Milano, dall’archivio ‘vecchio’ degli Ospedali Riuniti di Bergamo, dalla Biblioteca ‘A. Mai’ di Bergamo e da un importante archivio gentilizio.

Il terzo settore, quello archeologico, era rappresentato da nove ‘pezzi’ provenienti per la maggior parte dal Museo dell’Abbazia di Pontida, tra i quali spiccavano uno splendido capitello di epoca carolingia, una presunta lesena (forse dell’Amadeo, secondo il Guglielmi) e l’unica statua cluniacense della provincia di Bergamo, proveniente dal monastero di S. Paolo d’Argon.

Nel periodo della Mostra, dal 23 settembre al 15 ottobre, divisi settimanalmente, vennero svolte presso lo stesso Centro S. Bartolomeo, sette buone ed esaurienti conferenze sulle attività spirituali e materiali dei Benedettini in generale ed intorno ad argomenti della Mostra stessa.

Essi furono: ‘Liturgia e preghiera in S. Benedetto’, dell’Abate di Pontida, don Pietro Elli O.S.B.; ‘S. Benedetto‑S. Domenico: rapporti spirituali’, P. Agostino Selva O.P.; ‘Profilo dell’architettura monastica in Occidente’, prof. Carlo Perogalli; ‘Profilo dell’architettura monastica in Oriente’, prof. Alpago Novello; ‘S. Benedetto e il lavoro’ di don Egidio Zaramella O.S.B., Abate del Monastero di S. Giorgio Maggiore di Venezia; ‘Alcuni inediti sui possedimenti benedettini nella zona di Morengo presenti nell’archivio Giovannelli della Civica Biblioteca di Bergamo’, prof. Luigi Rauzzino; ed infine ‘I restauri delle abbazie di S. Giacomo in Pontida e di S. Paolo d’Argon’, architetto Sandro Angelini.

Unico e non piccolo difetto della Mostra: la mancanza di un suo catalogo generale, alla quale si è tentato di rimediare con un breve inventario e con la ristampa dell’opuscolo del Centro Storico Benedettino Italiano, I Monasteri della Diocesi di Bergamo, edito nel 1976 a Forlì a cura di don Giovanni Spinelli O.S.B. Alla quale opera sono state aggiunte alcune pagine contenenti un aggiornamento, una presentazione e delle note storiche, a cura rispettivamente dello stesso p. Spinelli, del prof. Giampietro Galizzi, Assessore alla Cultura della Provincia di Bergamo, dell’arch. Eugenio Guglielmi, estensore della Mostra stessa, di don Paolo Lunardon O.S.B. e di don Giorgio Picasso, della Università Cattolica di Milano, archivista e storico dell’Ordine Benedettino.  

 MARIO DE GRAZIA


Cluny in Lombardia (Pubblicazioni del Centro Storico Benedettino Italiano, Italia Benedettina 1). Vol. I: Atti del convegno storico celebrativo del IX Centenario della fondazione del priorato di Pontida (22‑25 aprile 1977); vol. II: Appendice ed Indici degli Atti del Convegno storico/celebrativo del IX Centenario della fondazione del priorato cluniacense di Pontida, Badia del Monte ‑ Cesena, 1979‑1981.

 In considerazione delle ricerche assai feconde, ma anche molto controverse degli ultimi decenni sul movimento cluniacense è stata una meritevole iniziativa quella di cogliere l’occasione del IX centenario della fondazione del priorato di Pontida per illustrare in un congresso scientifico l’influsso del monastero burgundo su una determinate regione, l’antica provincia Lumbardiae. In venti contributi, che riempiono due volumi di oltre 700 pagine, viene indagata l’attività di Cluny nell’Italia settentrionale da diverse prospettive. Dei molti resoconti di ricerche, illustrazioni storiche e studi sulla liturgia e sull’architettura possono qui essere presi in considerazione solo alcuni lavori. Importante è il buon panorama dell’attuale situazione della ricerca offerto da P. ZERBI nella sua relazione introduttiva su ‘L’immagine di Cluny nella più recente storiografia’ (vol. I, pp. 9 sgg). Queste esposizioni vengono integrate nel modo migliore dallo studio di C. VIOLANTE ‘Per una riconsiderazione della presenza cluniacense in Lombardia’ (vol. II, pp. 21 sgg.). Di interesse più generale sono i contributi di G. CANTARELLA su ‘Pietro il venerabile, i monasteri cluniacensi dell’Italia settentrionale: un altro aspetto della crisi del monachesimo nel XII secolo?’ (vol. I, pp. 383 sgg.) e di G. ANDENNA su ‘Il monachesimo cluniacense femminile nella Provincia Lumbardiae dei secoli XI‑XIII’ (vol. I, pp. 331 sgg.), che arricchiscono in maniera essenziale le nostre conoscenze su Petrus Venerabilis e i monaseri femminili di impronta  cluniacense.

La parte più cospicua dell’opera, però, è costituita dai dieci contributi in cui viene illustrata la presenza di Cluny nelle diverse diocesi della Lombardia e la storia di singoli priorati lombardi. Proprio la qualità di questi lavori, però, oscilla in misura considerevole, il che può essere facilmente spiegato con i diversi presupposti personali dei relatori e l’altrettanto diversa situazione delle fonti e della ricerca nei singoli settori. Mentre così le osservazioni di M. SIGISMONDI su ‘Il priorato cluniacense di S. Paolo d’Argon’ (vol. I, pp. 183 sgg.) e di A. PALESTRA su ‘Fondazioni cluniacensi e fruttuariensi nella diocesi di Milano’ (vol. I, pp. 267 sgg.) offrono poco più che delle parafrasi di fonti note già da tempo, U. GUALAZZINI, nel suo importante contributo su ‘Il priorato di San Gabriele di Cremona’ (vol. I, pp. 121 sgg.), riesce a inscrivere in maniera convincente i destini di questo monastero negli avvenimenti drammatici che travagliarono la storia di Cremona nei secoli XI e XII.

C. VIOLANTE, nel suo già citato ampio contributo, più di 140 pagine, traccia in maniera esemplare le linee fondamentali della storia dell’attività cluniacense in Lombardia: immediatamente dopo l’inizio della lotta per le investiture, il monachesimo cluniacense visse dal 1076 al 1093 un periodo sanguinoso. Allora vennero fondati otto monasteri maschili e un altro, Polirone, venne sottomesso a Cluny; ancora in quel periodo sorse l’importante convento di monache di S. Maria a Cantù. Inoltre vennero donate o sottoposte a Cluny più di trenta altre chiese più piccole. Dietro a queste fondazioni o donazioni stavano famiglie nobili, che possono essere ascritte per lo più al ceto dei Capitani. Mediante il collegamento con Cluny, che veniva incontro ai loro desideri religiosi in particolare per mezzo del suo peculiare servizio divino, questo ceto filo imperiale e tradizionalmente ostile alla pataria si avvicinò al problema della riforma e, almeno in parte, venne conquistato ad essa. Allorché, a partire dal 1095, sotto papa Urbano II, si delineò un nuovo orientamento ‘episcopale’ del movimento romano per la riforma, la posizione della comunità monastica cluniacense, esente ed allineata al chiostro madre burgundo, divenne problematica. Nel periodo successivo i vescovi riuscirono a poco a poco a inserire questi monasteri all’interno della struttura delle loro diocesi, che andavano riacquistando forza organizzativa. VIOLANTE, nel suo contributo, importante anche per numerosi risultati singoli, disegna una convincente e colorita immagine di Cluny nella società nord‑italiana dei secoli XI e XII, di modo che per questa zona molte delle domande sollevate dalla ricerca su Cluny negli ultimi decenni ricevono una risposta nel senso di Lemarignier e di Th. Schieffer.

Della più grande utilità per il ricercatore interessato è l’esaustivo e riccamente documentato ‘Repertorio cronologico delle fondazioni cluniacensi nell’attuale lombardia’ (vol. II, pp. 501 sgg.) redatto da G. SPINELLI insieme ad un accurato registro delle persone e delle località (vol. II, pp. 665 sgg.). Nel complesso, nonostante alcune singole critiche, non si può che essere grati al Centro Storico Benedettino Italiano, che negli ultimi anni si è già distinto per altre importanti pubblicazioni, per questo importante contributo alla storia cluniacense e sperare che l’attività di Cluny possa essere studiata e illustrata per altre regioni con la stessa ampiezza con cui lo è stata per la Lombardia.

JÖRG JARNUT


H. KELLER, Adelsherrschaft und städtische Gesellschaft in Oberitalien (IX. bis XII. Jahrhundert), (Bibliothek des Deutschen Historischen Institute in Rom 52), Max Niemeyer, Tübingen 1979, pp. XIII ‑ 463.  

Scopo dell’indagine del KELLER è di illustrare lo sviluppo dei ceti dirigenti aristocratici nelle città dell’Italia settentrionale dal IX al XII secolo. Punto di partenza sono le condizioni del XII secolo, quando sono identificabili tre stati: i Capitani aristocratici, i valvassori e quello che con un’espressione in sé varia e diversificata è indicato come popolo. Sulla base del ricco materiale documentario, Keller può mostrare in maniera esemplare per il territorio del Lago di Varese con che forza questi stati si distinguano l’uno dall’altro. Nel XII secolo, i Capitani eressero ai confini dell’amministrazione ecclesiastica dei domini distrettuali o locali basati su patrimoni personali, feudi o diritti pubblici. I loro antenati erano ‘nobiles’ e vassalli regi dell’età carolingia, quelli dei valvassori liberi proprietari terrieri, che solo a partire dall’XI secolo vennero considerati tra i ‘milites’ nobili. Secondo Keller, la cosiddetta rivolta dei valvassori del 1035, come pure le altre rivolte di nobili testimoniate a partire dalla fine del X secolo, non fu una sollevazione dei feudatari minori, bensì prima di tutto degli avi dei Capitani, che si difesero contro la rivendicazione dei beni ecclesiastici e dei diritti imperiali caduti nelle loro mani.  

Ci si deve domandare se, di fronte alla spiccata individualità delle città italiane, i risultati di una ricerca che, essenzialmente, si basa su fonti a stampa di Milano, Cremona, Como, Lodi, Novara e Vercelli, possano pretendere di valere per l’intera Italia settentrionale, tanto più che Keller non ha analizzato i quasi 4000 documenti milanesi inediti ed anche la ricca tradizione documentaria cremonese è stata da lui elaborata solo utilizzando i regesti di Astegiano del tutto insufficienti. Il procedimento seguito da Keller di ricondurre fino al IX secolo l’indagine delle condizioni del XII, come se ‘la partecipazione alla sfera del diritto feudale e la posizione nella piramide feudale formassero un importante, forse addirittura il decisivo, criterio per l’appartenenza ad un ceto di persona o di una famiglia’ (p. 126), nasconde il pericolo di accordare al sistema feudale dal IX al XII un valore troppo elevato, mentre la componente allodiale viene spinta troppo sullo sfondo. Ad ogni modo il testo di Keller, scritto con acume e con una considerevole conoscenza della letteratura sull’argomento, diventerà in futuro insostituibile per tutti coloro che si occupano di storia sociale italiana del primo e dell’alto medioevo. 

JÖRG JARNUT  


  Quaderni dell’Archivio della cultura di base, n. 1, 1983, a cura dell’ARCHIVIO DELLA CULTURA DI BASE DEL SISTEMA BIBLIOTECARIO URBANO.

 L’interesse per i temi della cultura popolare, emerso soprattutto in questi ultimi venti anni, ha favorito la raccolta di un ingente materiale documentario di tradizione orale. Anche nella nostra provincia, nello stesso periodo, singoli ricercatori o piccoli gruppi – spesso in totale autonomia e senza aiuto alcuno – hanno raccolto documenti di significativo interesse locale; lavoro che tuttora prosegue grazie all’ impegno di quella che si potrebbe chiamare ‘nuova generazione’ di ricercatori.  

I materiali documentari raccolti (registrazioni a magnetofono, documentazioni, diari, manoscritti, oggetti della cultura materiale, ecc.) sono oggi dispersi in archivi privati difficilmente raggiungibili, conservati in ambienti non sempre adeguati e funzionali.  

L’ARCHIVIO DELLA CULTURA DI BASE, struttura da poco aperta all’interno del Sistema Bibliotecario Urbano del Comune di Bergamo, si propone di intervenire per ovviare a queste difficoltà. L’ARCHIVIO ha recentemente pubblicato il primo numero di una collana di Quaderni (‘Repertorio dei documenti sonori originali contenuti nei nastri del Fondo Riccardo Schwamenthal’) che viene così a coprire un settore di studi finora lasciato alla iniziativa o all’interesse specifico di pochi ricercatori.  

Nella nota programmatica la redazione – formata da un gruppo di giovani ricercatori locali ormai da tempo impegnato in lavori di documentazione della cultura popolare bergamasca – ricorda che: ‘Benché non sia mancato, in quest’ultimo ventennio, l’impegno di strutture private e pubbliche – centrali e periferiche – nel sostenere e stimolare le ricerche e gli studi in questo settore con supporti strumentali e finanziari, restano insoluti rilevanti problemi relativi al collegamento dei vari lavori di ricerca e alla fruizione del materiale raccolto. Se la Lombardia, e la provincia di Bergamo in particolare, sono state le realtà territoriali più indagate negli ultimi anni (...) risulta tuttavia carente la possibilità di consultare gran parte della documentazione raccolta, oggi dispersa in molte sedi non sempre aperte al pubblico’.  

Così, l’ARCHIVIO per rispondere a questi problemi, si costituisce, da un lato, come centro di documentazione e di catalogazione dei materiali sonori e visivi raccolti e ciò permetterà per esempio di tratteggiare la mappa, attualmente inesistente, del corpus delle registrazioni effettuato nel territorio bergamasco; dall’altro, per favorire iniziative di ricerca che, evitando ‘localismo’, e improvvisazione, siano in grado di fornire indicazioni utilizzabili in più situazioni, non ultima quella didattica.  

I Quaderni dell’Archivio della cultura di base rappresentano così un primo strumento informativo e di collegamento che si rivolge a studiosi, ricercatori, insegnanti, biblioteche, scuole, centri d’iniziativa culturale locali per diffondere e far conoscere alcuni aspetti delle manifestazioni, delle forme espressive e comunicative – tradizionali e contemporanee – attraverso le quali si manifesta, con le sue ‘resistenze’ e i suoi mutamenti, la cultura popolare e di base nella provincia di Bergamo.  

Il Quaderno n. 1 (pp. 104), interamente curato di Mimmo BONINELLI contiene, oltre alle descrizioni del Fondo Riccardo Schwamenthal, un saggio introduttivo ‘Tradizioni orali e ricerca locale: il fondo Riccardo Schwamenthal’ dello stesso BONINELLI e un intervento di Carlo LEIDI ‘Un lavoro in parallelo’ a commento dell’apparato fotografico che, insieme a due Appendici, completa il volume.