INDICE DELLA RIVISTA N. 7 - NOV.1984

Mario  Caciagli

LA PIANTA DEL PALAZZO DEL PODESTA'

ESEGUITA NEL 1544 DA LEONARDO ISABELLO

Disegno 1

Disegno 2

Presso l'Archivio di Stato di Bergamo, fra le carte del notaio Giro­lamo da San Pellegrino dell'anno 1544 (cartella 1278), si trovano i disegni della pianta del palazzo del Podestà eseguiti da Leonardo Isa­bello, figlio del noto architetto Pietro. Il palazzo, eretto da Zentilino Suardi a metà del Trecento, e conosciuto per lungo tempo con il nome di Domus Suardorum, è oggi sede dell'Istituto Universitario di Lingue.

Per l'interesse del documento, essendo rarissime per Bergamo piante di edifici risalenti a tale epoca, e per il rilievo che questo palazzo ebbe nella storia civile e politica della città, la Redazione di Archivio Storico Bergamasco mi ha invitato a rendere pubblici questi disegni, accompa­gnandoli con brevi note storiche e archivistiche.

Lo storico locale Girolamo Secco Suardo nella sua monografia intito­lata Il Palazzo della Ragione in Bergamo ed edifici ad esso adiacenti (Bergamo 1901), discorrendo alle pp. 212‑221 della Domus Suardorum, mostra di conoscere la pianta del palazzo eseguita da Leonardo Isabello, tuttavia preferì riprodurre in luogo dell'originale una copia eseguita ai primi dell'Ottocento, contenente fra l'altro molte inesattezze. I di­segni vennero eseguiti nell'agosto del 1544 in occasione della divisione della casa, di cui rappresentano la pianta del piano terra e del primo piano, intercorsa tra il Consorzio della Misericordia Maggiore di Berga­mo e la famiglia Avogadro.

Per capire come e perché si giunse a questa divisione, e quindi an­che all'esecuzione dei disegni, occorre ripercorrere brevemente la storia della proprietà della casa.

Le nostre fonti sono alcuni documenti dell'archivio della Misericor­dia conservato nella Biblioteca Civica di Bergamo, che citeremo con la usuale abbreviazione MIA seguita dal numero di collocazione del docu­mento.

La pergamena 90 riferisce sul passaggio del palazzo da Giacomo Suar­di ai fratelli Giacomo, Felisio e Giovanni Avogadro, avvenuto con atto rogato il 10 dicembre 1434, ove la casa è così descritta: `quadam pecie terre cassate, sollerate, coppate et cum multis ciltris et curtive et cum multis stationibus circumquaque facente in civitate Pergami in vicinia Sancti Maphei, cui coheret a mane sive ab una parte platea nova Com­munis Pergami, a meridie sive ab alia parte carceres Communis Pergami, a sero sive ab alia parte heredum domini Petri de Suardis, a montibus sive ab alia parte via publica'. In questo documento la casa vien detta essere nella vicinia di San Matteo, ma con il mutamento dei confini vi­cinali sopraggiunto alla fine del Quattrocento, verrà a far parte della vi­cinia di San Michele all'Arco; da notare inoltre che la `platea nova' su cui la casa si affaccia, verrà chiamata piazza Vecchia a partire dal 1520, quando piazza Nuova verrà denominata quella aperta a ridosso della Cit­tadella, oggi piazza Mascheroni.

Ma torniamo a seguire le vicende della casa. Nel 1440 i fratelli Avo­gadro decisero la divisione del patrimonio (MIA, 17); in quell'occasio­ne convennero che il palazzo avuto dai Suardi, pur rimanendo proprietà indivisa, spettasse per metà a Giacomo e per l'altra metà agli altri fra­telli Felisio e Giovanni. Nel 1443 Giacomo Avogadro istituì suo erede la Misericordia Maggiore, ed alla sua morte, sopraggiunta quello stesso anno, questa gli subentrò nella comproprietà della casa (MIA, pergame­na 92).

Intanto siamo certi che almeno fin dal 1434 (v. Secco Suardo, p. 213), se non proprio già dal 1428, anno d'inizio della Dominazione veneziana a Bergamo, il Podestà veneto aveva fissato la sua residenza nella Domus Suardorum, la quale principiò da allora a chiamarsi palazzo del Podestà.

Dalla ducale di Cristoforo Mauro del 16 novembre 1462 (MIA, 2982), sappiamo che la Repubblica pagava 60 ducati d'oro di affitto all'anno: 30 alla Misericordia e 30 agli Avogadro. Tale canone restò immutato al­meno fino a tutto il Cinquecento (MIA, 1689), nonostante le non po­che suppliche inoltrate al governo veneziano da parte dei proprietari per­ché esso fosse elevato, considerate anche le molte spese di manutenzio­ne che dovevano sostenere. Sempre nell'archivio della Misericordia, al n. 2416, si conserva un fascicolo con annotate le spese sostenute per `conzar doi camini' nel 1533, per il rifacimento della pavimentazione del­la stalla nel 1534, per `far solar sopra la sala granda' nel 1540.

Queste spese erano fra l'altro, com'è naturale, motivo dell'insorgere di continui contrasti tra la Misericordia e gli Avogadro intorno a chi spettasse, e in quale misura, la loro copertura. Nel 1544 il Podestà Tom­maso Lippomano, dando seguito ad una richiesta della Misericordia, con decreto del 28 febbraio (MIA, 1614) ordinò, per ovviare alle intermina­bili discordie, che fra i due comproprietari si giungesse a stabilire una di­visione della casa in due parti di uguale valore, così che alla Misericordia toccasse `suam dimidiam et aliis consociis alteram dimidiam, ad hoc ut agentes pro Consortio possint et valeant suam portionem separatim ab aliis consociis possidere et de ea ad sui libitum disponere'.

A seguito dell'ordine podestarile, le parti incaricarono di comune in­tesa tre periti, scelti nelle persone di Gian Giacomo Olmo, Pietro An­drea Zonca e Leonardo Isabello, di procedere alla stima e alla divisione della casa. Fu allora in questa sua qualità di `divisore' che 1'Isabello ap­prontò i disegni della pianta del palazzo, assistito dall'agrimensore Mar­co da Verdello, i quali disegni furono allegati all'atto di divisione, ro­gato il 29 agosto 1544 dal notaio Girolamo da San Pellegrino. Per estra­zione alla Misericordia toccò la parte della casa rivolta a nord, così de­scritta nell'atto divisionale: `se intende essere la sala grande con le doi camere contigue, la giesiola et lobie dal pilastro di megio qual è ne la corte andando verso monte con la corte e loza sotto e schale et altre comodità poste nel dito sito'. Agli Avogadro toccò l'altra metà della ca­sa verso mezzogiorno, così descritta: `la saletta con le doi camere con­tigue, cosina et camera da massare, con la lobia avanti da lo pilastro di megio chi è ne la corte andando verso megio giorno con la corte, lozza, stalla, camera phiscale et lochi contigui posti nel ditto sito'. Le parti inoltre convennero che, qualora la casa fosse stata in seguito lasciata li­bera dal Podestà (cosa che in realtà non avvenne che nel 1797 con la caduta della Repubblica) si sarebbe dovuto elevare un muro divisorio nella corte e a metà della loggia, come era stato disegnato nella pianta dell'Isabello.

Osserviamo ora meglio i disegni. Il primo, che misura cm. 43,8x58,5 rappresenta la pianta del palazzo a piano terra. Si notano due ingressi: uno conduce alla camera fiscale; attraverso invece la `porta nova', aper­ta nel 1529 in sostituzione dell'ingresso di Corsarola (oggi via Colleoni) indicata nel disegno dell'Isabello `porta vecchia murata', si accede alla corte interna; sul fianco destro, sotto la loggia, una scala permette l'ac­cesso al primo piano.

II secondo disegno misura cm. 43,5x59 e rappresenta la pianta del primo piano, sul quale si sviluppa tutto l'appartamento del Podestà: la cappella, un ampio salone con finestra e tre balconcini (pozetti), una camera con camino e studiolo, tre camere con finestre sulla piazza, una saletta, locali di servizio con cucina, due servizi igienici nella pianta no­minati `necessario'. In basso ai due disegni a destra è indicata la scala espressa in `brazze': il braccio bergamasco misurava cm. 53.

Nell'archivio della Misericordia abbiamo il documento redatto dai tre periti (n. 1614) con la misura e la stima (espressa in Lire per ogni sin­golo elemento) delle due parti della casa, Oltre alle misure dei muri, del tetto e dei solai, per la metà rivolta a nord (passata alla Misericor­dia) si stimano `tre camini cum le coppe', quattro `invedriate', un tavolato (non si dice dove), una scala di pietra et di legno, una `lectera ala vene­tiana con el camerino', `cornisoni dela sala et camere et banchette a torno la sala', `potetti tre di pietra et due armati di ferro', quattro `fer­rate della gesiola', `fenestre et porta de pietra della gesiola', tre `pila­stri de pietra et sopra di quadrello (elementi quest'ultimi ancora oggi ben visibili nonostante le molteplici trasformazioni che la casa ha subi­to quando agli inizi del XIX secolo venne adibita a sede del Tribunale). Per l'altra metà (passata agli Avogadro) si stimano `camini doi di pietra' (ma dal disegno ne appaiono tre), `uno pozetto armato di ferro et porta di pietra, uno usso di pietra, due invedriate, cornisoni dela saletta, scale due di legno, dieci ferrate, due pilastri metà di pietra cum 1'armadura di muro'.

Il palazzo venne complessivamente valutato 8.628 Lire.

Ringrazio particolarmente il Dr. Giulio Orazio Bravi e il Prof. Mari­no Paganini per le informazioni e i suggerimenti che mi hanno gentil­mente offerto.

MARIO CACIAGLI